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Pellegrino: “La passione
vince sulla fatica”

L’atleta Fisi, campione del mondo di sprint, punta a riconfermarsi nella stagione che sta per iniziare ancora ai vertici della sua disciplina. “Allenarmi per me non è fatica e sacrifico”

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Pellegrino: “La passione
vince sulla fatica”

Per nessun altro, come per Federico Pellegrino, ha così tanto senso dire “nato sugli sci”. Perché lui a fare fondo ha iniziato giovanissimo nel suo Paese a Saint Barthélemy, in Val d’Aosta, dove gli impianti di risalita hanno smesso di funzionare presto. Lì, per divertirsi era più facile pattinare con gli sci da fondo che scendere dalla discese: “Una passione che per me pian piano è diventato un lavoro”.

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Quando ha iniziato a fare sci di fondo?

A San Barthélemy, dove abito io in Val d’Aosta, non ci sono impianti di risalita, o meglio ci sono stati fino a un certo punto e poi li hanno chiusi. Con mio padre prima e con mio fratello dopo ho iniziato a fare sci di fondo, anche perché in paese esiste una forte tradizione per questo sport. Avevo quattro anni.

Quando ha capito che era il suo sport?

Ho iniziato ad andare con gli amici, ho passato intere giornate a sciare senza stress, per puro divertimento. Poi tra i 16 e i 17 anni la mia passione mi ha spinto a voler andare sempre più forte e la mia semplice passione si è trasformata in un lavoro. Il momento preciso è stato quando mi hanno chiesto di arruolarmi nel gruppo sportivo delle Fiamme oro. Nel 2011 poi sono entrato nella squadra nazionale dello sci di fondo.

Quali sono le doti per diventare un campione nella sua disciplina?

Servono resistenza e velocità, anche se la componente mentale conta davvero molto. Le nostre gare si svolgono su un percorso di 1,5 km e durano in genere tre minuti. Viene fatta una selezione tra i migliori finché ne rimangono trenta che si affrontano dai quarti alla finale, tutto nello stesso giorno. I tempi di recupero sono fondamentali, perché si accorciano sempre di più. Tra la semifinale e la finale passa solo un quarto d’ora, per cui bisogna saper gestire non solo grandi sforzi fisici, ma anche lo stress mentale della gara.

Come si allena per rimanere ai vertici?

La preparazione inizia ai primi di maggio, dopo le vacanze di aprile. In parte avviene a casa e in parte con la squadra nei raduni, sia in Italia che all’estero. Ad agosto, per esempio, ci trasferiamo in Norvegia. I mezzi che utilizziamo sono diversi, dagli ski roll alla bicicletta, ma anche corsa e palestra alternando l’allenamento atletico a quello aerobico. A settembre, infine, iniziamo a sciare con la neve per portare i miglioramenti a livello tecnico.

Come si resiste a tanta fatica e sacrificio?

Per me sciare e allenarmi non è fatica e sacrifico, non è come timbrare un cartellino. Ho anche la fortuna che la mia compagna pratica lo stesso sport. Il valore aggiunto della passione è fondamentale e me lo hanno trasmesso le persone che mi hanno cresciuto. Non mi riferisco solo a mio padre e mio fratello, penso anche ai miei allenatori, compreso chi mi ha allenato quando giocavo a calcio, o a chi mi ha insegnato a suonare le percussioni e la tastiera. La passione è sempre stata alla base di tutto.

Ma che ruolo aveva?

Attaccante, palla lunga e pedalare. Su dieci tiri, otto finivano nei prati, uno parato e uno in gol, ma funzionava.

Qual è stato il momento più bello della sua carriera?

A parte la soddisfazione di aver vinto il mondiale nel 2017 e la Coppa del Mondo nel 2016 in una disciplina, lo sprint, in cui, tranne me, hanno vinto solo norvegesi e svedesi, il momento più bello è stata la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Pyeongchang nel 2018. Arrivare sul podio nello sprint a tecnica classica è stata una vera impresa, soprattutto in una disciplina dove sono favoriti i longilinei. E io sono alto 1,73. Nella tecnica libera sono più forte, ma lì ho veramente creduto in quello che stavo facendo e alla fine ci sono riuscito.

Il prossimo obiettivo?

Continuare a confermarmi dopo cinque anni che finisco ininterrottamente sul podio della Coppa del mondo. E non sarebbe male rivincerla. Poi punto a Pechino 2022: allora avrò 32 anni, ma se penso che anche chi vinse l’olimpiade nel 2014 aveva 32 anni, forse non faccio male ad averlo come obiettivo. Il sogno invece sono i giochi del 2026 che si svolgeranno in Italia, ma mancano ancora sette stagioni ed è un po’ presto per pensarci.

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