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Luna Rossa, è il vento che dà potenza alla barca

Per sfruttare al massimo il vento, la vela principale è stata realizzata con 20mila km di fili in carbonio

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Luna Rossa, è il vento che dà potenza alla barca

Viene facile trovare dei punti di contatto tra un’automobile e un’imbarcazione a motore. Meno semplice è farlo quando la barca è a vela: lo scafo (o gli scafi, nel caso di un catamarano o un trimarano) è il telaio e il complesso velico - albero compreso – rappresenta il propulsore. Con una differenza enorme rispetto a un motore, termico o elettrico che sia: il ‘carburante’ non può essere disponibile a un distributore e soprattutto, anche quando lo si trova, va gestito.

Il vento, anche nelle zone considerate affidabili, cambia intensità e direzione. Con una logica che i velisti riescono talvolta a prevedere, in base all’esperienza personale e a una strumentazione sempre più sofisticata. Ma capita comunque di sbagliare, anche clamorosamente, ai più bravi.  E non c’è niente di più frustrante per un regatante di non saper usufruire della ‘potenza’ del vento, restandone privo.

Le due forze

In questo senso, per comprendere l’importanza del vento sul moto della barca, è importante chiarire il rapporto tra forza aerodinamica e forza idrodinamica. In una situazione di vento nullo che man mano aumenta, una barca a vela ferma – con la randa issata – inizia a muoversi e si sposta lateralmente per effetto della forza aerodinamica.

Lo spostamento dello scafo immerso nell’acqua genera a sua volta una forza idrodinamica. La risultante tra le due forze è una nuova forza - detta di avanzamento - diretta a prua dell’imbarcazione. La barca si trova in fase di accelerazione fino a quando le due forze diventano uguali e opposte, a quel punto la velocità diventa costante.

Al calare del vento, avviene un rallentamento come al crescere si può ‘accelerare’, ben sapendo che troppa potenza rischia di mettere in difficoltà. Il compito della zavorra sotto la chiglia, caratteristica delle barche tradizionali, è quello di impedire il rovesciamento quando in bolina – l’andatura controvento – il vento ‘spinge’ troppo lateralmente sulle vele e senza un peso che contrasti la sua forza, lo scafo si inclina pericolosamente.

La battaglia delle vele

Alle vele tocca quindi il compito di ‘raccogliere’ il vento nella misura corretta per cercare la migliore prestazione che peraltro non prescinde da altri due elementi: la qualità idrodinamiche dello scafo e le capacità dell’equipaggio. Si torna così al concetto motoristico: solo un mix tra telaio, motore e pilota porta al successo. Difficilmente sono sufficienti due elementi, raramente uno solo. Di conseguenza è normale che la progettazione del ‘corredo velico’ sia fondamentale dalle origini dello yachting. E che l’America’s Cup rappresenti il principale laboratorio per ogni progresso tecnico: per un centinaio di anni, sono stati i detentori americani a tirare fuori la novità giusto al momento giusto, spesso non permessa ai rivali.

Ma dal trionfo di Australia 3 – a Newport, nel 1983 -  anche molti sfidanti hanno saputo sorprendere sul fronte vele. L’aspetto positivo della sperimentazione è stato il successivo adattamento delle novità sulle barche normali, proprio come succede nelle gare automobilistiche a partire dalla F.1. Materiali come il kevlar, il mylar, la fibra di carbonio – oggi abituali – sono nati per l’America’s Cup.

Ora c’è la soft wing

L’AC 75 – la classe dell’America’s Cup – ha un elemento in più ad esaltare da un lato ma a complicare il gioco dall’altro. E sono i foil: le appendici che appoggiano sull’acqua per dare la stabilità necessaria. Nei lati del percorso, ecco che il foil di sottovento fornisce la spinta di sollevamento all’imbarcazione mentre quello di sopravento assicura il momento raddrizzante (in quanti manca un bulbo sotto la chiglia a fare zavorra) e impedisce – salvo errori o forzatura – il ribaltamento.

Inotre, la barca ha una soft wing. costituita da due rande issate parallelamente, all’interno delle quali sono inseriti i controlli della forma della vela. Consente di avere un’efficienza pari a un’ala rigida – resistendo maggiormente alla potenza del vento - ma con una facilità di utilizzo simili a quella di una vela tradizionale.

E’ un lavoro di alta sofisticazione: per la realizzazione si utilizzano 20mila km di fili in carbonio, mentre ne sono necessari 5mila per tessere ogni fiocco e 12mila per ogni Code Zero, la vela da andature portanti. La potenza di Eolo, dio del vento, non è facilmente gestibile ma in America’s Cup sanno come affrontarla.

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