interviste

In viaggio verso Nord

Tra istinto e razionalità, MVDP – l’acronimo con cui è conosciuto – è il condottiero che ha rivoluzionato l’estetica del ciclismo, guidando la bicicletta, e se stesso, in un modo che nessuno aveva mai visto prima

Home Life People interviste In viaggio verso Nord

Intervista di Miriam Terruzzi a Mathieu van der Poel

 

Leve inclinate e l'immacolato calzino bianco che incornicia il polpaccio, lo stile di guida di Mathieu Van Der Poel è quello di un predestinato che sembra muoversi seguendo una propria personale visione. I suoi occhi di ghiaccio e il profilo affilato rimandano all'immagine di un eroe d'altri tempi, una figura leggendaria scolpita nell'immaginazione collettiva come sinonimo di invincibilità, capace di far prevalere l'impossibile sulla logica nei momenti decisivi.

Ma seguire l'istinto, per lui, non significa rinunciare alla razionalità. Nel 2026, MVDP impara a guardarsi dentro con una lucidità tagliente e profonda. È la freddezza dei fuoriclasse, unita alla consapevolezza quasi mistica di essere guidato da un disegno superiore.

L'estro e l'ispirazione

MVDP non è solo un corridore che ha vinto. Come Villeneuve nella Formula Uno o Michael Jordan nel NBA, è qualcuno che ha tracciato un solco tra il prima e il dopo, che è riuscito a cambiare i dettami di quello che è cool. Con lui, la multidisciplinarietà diventa possibile, il calzino è aero, le leve del manubrio si piegano fino a diventare compassi e il body total white torna ad essere uno statement. La bicicletta diventa un'estensione del suo corpo e, in quanto tale, parte integrante di un'estetica che può essere solo sua. È MVDP e la gente vuole essere come lui. Così, quando gli viene chiesta la sua di ispirazione, la risposta è quasi ovvia: “Cerco solo di essere me stesso dentro e fuori dalla corsa, penso sia molto importante. Faccio semplicemente tutto quello che posso, non ho mai pensato davvero di essere un modello da imitare o altro. Io penso solo a divertirmi perché è qualcosa che amo davvero, è parte di me. Come ciclista, l'amore per la bicicletta è tutto. Passi così tante ore in sella che non potresti mai competere ai massimi livelli se non ti piacesse davvero uscire ogni giorno, anche solo per il puro piacere di farlo.”

Così l'amore è di nuovo il metro di ogni cosa, pur in uno sport brutale come il ciclismo dove il romanticismo ha un'iconografia tutta sua e la sofferenza è la lingua della poesia che conosciamo. E come ci potrebbe essere un sacrificio più sublime di quello che nasce da questo?

MVDP Corre in mezzo ai fan

La potenza è nulla senza il controllo

Se esistono due classiche agli estremi antipodi, quelle sono la Milano-Sanremo e la Paris-Roubaix. La prima, un volo verso la Riviera dei Fiori, la seconda una via Crucis attraverso l'inferno. Una tutta luci, l'altra tutta ombre. Due caratteri che MVDP ha saputo dominare come pochi mantenendo il controllo sulla potenza, su terreni così diversamente straordinari. “Sono due contesti molto differenti, ovviamente” dice. “Ma i punti chiave della Sanremo – Cipressa e Poggio – sono entrambi seguiti da una discesa insidiosa, ed è fondamentale avere grip lì e non perdere la lucidità. Quando si parla della Paris-Roubaix, entriamo in un mondo a parte. È una gara di una difficoltà estrema, resa quasi brutale dal passaggio nella Foresta di Arenberg, un posto che non è fatto per andare in bicicletta. In una corsa così, devi saper giocare costantemente con il peso degli pneumatici e, soprattutto, con la pressione. È una sfida sottile e molto personale, perché alla fine dipende tutto dal tuo feeling. Se cerchi un minimo di comfort per non farti distruggere dalle vibrazioni, sei costretto a tenere la pressione bassa, ma si sa che ogni mezzo bar in meno alza il rischio di forature. Devi trovare quel sottile equilibrio.”

MVDP in gara foto di profilo

Nel nome del fango

“Sono sempre stato abituato, fin da piccolo, a osservare” spiega MVDP. “Penso si impari dal ciclocross, ovviamente. Ma io lo faccio da tutta la vita quindi credo sia qualcosa di innato”.

Come ci riesce, non lo sa dire neanche lui. Riconoscere il fango, intuirne la consistenza – più scivoloso, più grumoso, viscoso come olio o colloso come il miele. Non sono tutti uguali, quello di Namur per esempio è così nero che ti sembra di affondare nella pece. Ma lui ha questa propensione ad uscirne immacolato, come se su quel fango volasse, come se si fosse già avvicinato con l'orecchio e avesse ascoltato la terra. Non è questo il Sacro Graal che cercano tutti? La connessione perfetta tra terreno e atleta, quel legame che decreta l'equilibrio. “Sapere la pressione delle gomme” continua “quali copertoni usare, osservare il fango, le traiettorie e tutto il resto. Lo impari facendolo ed è un aspetto che mi è sempre piaciuto molto curare. Anche sulla sabbia, per esempio, è molto divertente avere – e pensare – diverse opzioni di traiettoria, quindi è sempre qualcosa alla quale faccio attenzione. Ovviamente ci sono alcune cose che mi fanno sentire più connesso, in un certo senso. Le gomme, naturalmente. Ma è difficile spiegare questa connessione, è più una questione di sensazioni. E ovviamente nel ciclocross, così come nella mountain bike, c'è molto più lavoro da fare rispetto al ciclismo su strada. Solo in gare come la Paris-Roubaix, per esempio, o nelle classiche del pavé, puoi giocare un po' con la pressione delle gomme, ma per il resto dell'anno è tutto abbastanza simile. Mentre nel ciclocross o nella mountain bike c'è molta più variazione e puoi essere più creativo, in un certo senso”.

D'altronde MVDP non ha mai nascosto di amare particolarmente una disciplina come la mountain bike in cui istinto e ragionevolezza si completano come lo ying e lo yang. Scegliere una linea – o crearla – è qualcosa che ti fa essere lucido abbastanza da decidere e pazzo quanto basta da rischiare.

Dettaglio scarpa MVDP

Nessun piano A

La strategia è forse parte del rischio? MVDP sembra avere l'occhio da leader su tutto, uno che pianifica la gara secondo il proprio istinto ma anche in modo metodico, senza che ci sia qualcosa di veramente difficile. Ma se fuori tutto fila liscio, dentro la parte complicata è quella di trovare l'equilibrio per dominare la gara ma – allo stesso tempo – anche sé stessi.

“Guidare me stesso è forse più facile” spiega. “Dopo un po', grazie all'esperienza, riesco ad accorgermi molto presto se sarà una buona o una cattiva giornata. Ma la corsa e la tattica sono un'altra cosa, è sempre tutto complicato. Succedono sempre tantissime cose durante una gara, quindi cerco sempre di andare a istinto e non faccio mai un vero piano prima della partenza. Certo, so che ci sono punti chiave in cui devi essere davanti, ma per il resto lascio fare all'intuizione. Questo è un approccio efficace per la mia testa, mi permette di stare rilassato perché sono semplicemente pronto a ogni scenario”.

Anche se è piuttosto scettico sul fatto che questa strategia sia ancora efficace nel ciclismo che chiamano “moderno” e che pare non lasciare – se non in certi luminosi sprazzi – troppo all'immaginazione.

“Penso che al giorno d'oggi si tratti solo di essere davvero il più forte. Credo che il ciclismo sia cambiato un po' negli ultimi anni; tattica a parte, hai solo bisogno di gambe davvero ottime per vincere una corsa. E ovviamente ho avuto anche io alcune gare in cui mi sentivo super bene e probabilmente la tattica non è stata così determinante per il successo”.

Le sue prestazioni hanno abituato il mondo del ciclismo ad un modo di vincere sicuro e lineare, scatti come assoli solitari, nessuna sbavatura nel calcolo dell'attacco e poi dell'azione. Eppure ogni ciclista – e ogni uomo – evolve e si adatta alle dinamiche che continuano a mutare.

“Non penso di essere cambiato solo io ma anche il modo di interpretare le corse in generale. Voglio dire, qualche anno fa era quasi impensabile che alla Milano-Sanremo l'azione decisiva avvenisse sulla Cipressa, e invece sono già due anni che devi essere davanti lì. Alla Ronde Van Vlaanderen di quest'anno invece l'azione decisiva è avvenuta a 100 chilometri dal traguardo, quindi non c'è mai un momento di tranquillità. Bisogna essere sempre pronti per non perdere mosse del genere”.

Come fece il poeta americano Jack Kerouac con La Leggenda di Duluoz, anche MVDP sta scrivendo la sua storia personale come un unico grande libro che rivela il complesso disegno dietro le singole vittorie. “Se chiudo gli occhi” conclude “il primo fotogramma che mi viene in mente, quando ripenso ad un momento felice, è la vittoria al Mondiale di Glasgow. Un successo sportivo ma anche personale, specialmente dopo quello che era successo un anno prima in Australia. È stato un momento emozionante e bellissimo e, per me, forse uno dei più grandi traguardi della mia carriera… finora”.

Ecco la sua grande sfavillante costellazione incompleta che ancora sta guardando con appassionato distacco. La neve che turbina sopra la buca di Zonhoven o il raggio di sole riflesso nella pozzanghera dell'ultima curva di quel circuito scozzese.

A Nord, ancora più a Nord.

 

 

 

Foto: Tornanti.cc