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Andrew Sean Greer: il potere della scrittura umoristica

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Less, romanzo di Andrew Sean Greer vincitore del premio Pulitzer per la narrativa 2018, è una lettura a tratti esilarante. Racconta la storia di uno scrittore americano bianco, gay e di mezza età, in crisi per amore e lavoro; rischia di apparire quasi autobiografica – e in parte lo è, per stessa ammissione dell'autore. Ma Greer sceglie di andare oltre il memoir. Descrive con precisione le idiosincrasie dello scrittore, le sue paure più grandi, che poi sono quelle di tutti noi, e le smonta una per una, ridimensionandole. 

Less è la ricetta per vivere bene secondo Greer: invita a spazzare via i preconcetti, mettere da parte i pensieri negativi, non fermarsi alle apparenze e superare le barriere personali che altrimenti finirebbero col sopraffarci. Proprio come il protagonista del romanzo, Arthur Less, Greer analizza la realtà contemporanea da una prospettiva irriverente, soprattutto nei confronti di se stesso. 

Teresa Bellemo lo ha incontrato a un festival letterario in Italia. Nei panni, letteralmente, del tipico americano all'estero – abito di lino bianco, mocassini, aria un po' accaldata –, lo scrittore ha spiegato come riesce ad affrontare i momenti difficili proprio con questa sua mentalità, ha rimarcato il ruolo della tecnologia e della libertà che è riuscita a portare a così tante persone, sottolineando come la comunità gay, ad esempio, oggi si senta meno isolata grazie ai social network. "Ha capito che il mondo è pieno di potenziali alleati," spiega. "È quasi una rivoluzione."

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Cosa significa "controllo" per te?
Significa potere. Oggigiorno il mondo ruota intorno al potere. Esistono persone con molto potere e altre senza, e poi esiste la difficoltà di controllare la propria vita. 

Parliamo di questo tipo di controllo, delle esperienze che facciamo nella vita di tutti i giorni, di come cerchiamo di controllarle attraverso la tecnologia. Prendiamo il cellulare, ad esempio. Può sembrare un mezzo che ci aiuta a tenere sotto controllo la nostra vita, ma invece è così che la tecnologia controlla noi. E a questo punto perdiamo la nostra libertà, dobbiamo fare attenzione a quello che facciamo.

Puoi spiegare meglio cosa intendi? 
Vengo da San Francisco, dove tutti usano il cellulare per fare qualunque cosa. In questo modo ci sembra di essere più liberi, ma la verità è che le nostre scelte vengono limitate da un computer. Penso che la generazione futura si troverà a dover prendere una decisione: spegnere il telefono a volte ti dà più controllo, un controllo diverso.

Oggi l'essere umano vive in un'epoca di libertà senza precedenti, ma si sente quasi obbligato a controllare la propria vita, a porre dei limiti. Che sia attraverso l'uso dello smartphone o la scelta di politici che impongono confini e controlli alla popolazione.

Sembra che tutti i paesi, ma soprattutto gli Stati Uniti, vogliano eleggere persone impegnate a introdurre restrizioni o a rendere alcuni gruppi di persone più "umani" degli altri. Mi sembra un passo indietro che non riesco proprio a capire; io non provo il desiderio di controllare nessuno.

Secondo te abbiamo paura della libertà?
Ci sono momenti in cui capiamo che la libertà vale per tutti e questo ci sorprende perché significa che gli altri sono liberi di fare scelte diverse dalle nostre. Se abbiamo paura e se facciamo fatica ad accettare le diversità del nostro vicino non c'è più libertà. C'è il totalitarismo.

Nel tuo libro, Less, l'omosessualità è qualcosa di normale, di cui si può anche ridere. 
Ci sono così tanti libri scritti da omosessuali, in cui l'omosessualità viene raccontata come una sfida; un'esistenza difficile e solitaria. Volevo scrivere un libro con un protagonista semplicemente umano, secondo me siamo pronti a riconoscere questa umanità. Non è male riuscire a condividere il nostro lato umano invece di raccontare sempre dei nostri drammi.

Secondo te le persone sono pronte a vedere l'omosessualità sotto questa luce "normalizzata"?
Secondo me sì. Certo, quando senti le affermazioni stupide di alcuni leader occidentali ti rendi conto che bisogna fare ancora tanta strada. E credo che il cambiamento possa avvenire solo tramite la consapevolezza dei singoli. Quando capisci, ti rendi conto, che a essere gay sono i tuoi amici o i tuoi cari. Persone a cui vuoi bene che non cambiano solo per il fatto di essere gay, sono solo esseri umani. Questa è la spinta più potente verso il cambiamento, anche più della politica. 

Il personaggio di Arthur Less è un perdente, una persona come tante ma molto ironica. Perché?
La mia è una risposta molto personale. È anche il motivo per cui il libro è divertente e non si prende troppo sul serio. L'ho scritto mentre attraversavo un periodo molto triste della mia vita, talmente triste che non sarei riuscito a scrivere persino un libro triste. E da americano quale sono mi sono reso conto di quanto poco conoscessi il mondo, per questo mi sono divertito a creare un personaggio come me: un ingenuo, un idiota. Io esprimo la mia tristezza così, attraverso l'umorismo, mi sembra un buon mezzo. 

I social network e le app sono strumenti per incontrare altre persone, non solo per farsi nuovi amici, ma per uscire insieme e magari cominciare una relazione. Pensi che questa tecnologia ci aiuti a uscire dalla comfort zone?
Oggi quando ci si incontra di persona – con un vecchio amico, un futuro amante o chiunque altro – probabilmente si è già parlato qualche ora in modo virtuale, quindi si può cercare di stabilire una relazione più reale da subito. Parlare con le persone online sembra quasi una performance, non parlo con nessuno in maniera molto profonda, ma è vero che fa parte del mio lavoro e quindi sto attento a non trovarmi mai in una posizione troppo vulnerabile. Chi fa parte della comunità LGBTQ si sente spesso solo e la tecnologia ha rappresentato una rivoluzione perché ha permesso di capire che il mondo è pieno di potenziali alleati. Sapere di poter uscire dalla propria comfort zone ti cambia la vita. E questo vale per tutte le persone che in un modo o nell'altro si sentono sole.

Il tuo libro è pieno di scene divertenti. Qual è la situazione più strana in cui ti sei trovato?
Ce ne sono tante, che non ho inserito nel libro, ma una delle più strane si ritrova anche brevemente nel romanzo; mi è capitata quando ho intervistato la scrittrice horror Anne Rice, un'autrice di successo negli Stati Uniti che scrive romanzi sui vampiri. Era Halloween e mi hanno chiesto di indossare un costume da vampiro. Tutto il pubblico era vestito da vampiro. È stato un evento abbastanza surreale. 

Oggi gli scrittori devono partecipare a molte iniziative "collaterali" come quella che hai appena descritto: andare ai festival letterari in giro per il mondo, scrivere blog, usare i social network. Secondo te lo scrittore "puro" non esiste più?
Ci sono alcuni scrittori che si rifiutano di fare tutte queste cose. E persino io, che sono presente sui social, partecipo ai tour promozionali e vado in giro per il mondo, ho già in programma un periodo in cui staccherò la spina, mi ritirerò in campagna per un mese e mezzo senza rispondere alle e-mail e sarò di nuovo uno scrittore "puro". Credo che lo facciano tutti gli scrittori. Non si può fare tutto questo e allo stesso tempo scrivere. Ci si diverte, ci si fa coinvolgere per un po', ma poi bisogna fermarsi. Il tiremmolla tra scrittura e il resto non funziona secondo me.

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