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PIRELLI.COM / WORLD

La forza di essere
Misty Copeland

Prima arriva l’input di Elizabeth Cantine, allenatrice della squadra di danza scolastica; Cantine nota Copeland e le suggerisce di provare una lezione gratuita di danza classica all’associazione giovanile Boys & Girls Club della sua città, Los Angeles. L’insegnante è Cynthia Bradley, amica di Cantine.

Poi, due anni dopo, la madre vuole farle abbandonare la danza: il viaggio tra casa e scuola è troppo lungo, così Bradley si offre di ospitare Copeland durante la settimana, garantendole quella formazione artistica che le aprirà le porte di una futura carriera da sogno.

Ma parlare solo di quanto Copeland sia stata fortunata a trovarsi “nel posto giusto, al momento giusto” non renderebbe giustizia a quel contesto fatto di impegno costante, dedizione totale e pura tenacia.

Copeland è cresciuta in un ambiente familiare difficile; ha rivisto suo padre solo a 22 anni e si è trasferita spesso insieme alla madre, che si è sposata quattro volte. Nella sua infanzia l’amore non è sempre stato una priorità e, anzi, Copeland ha dovuto fare i conti con le difficoltà economiche e con il disagio legato alla battaglia per l'affidamento.

Anche grazie a queste esperienze, Copeland è riuscita a eccellere nella sua arte pur specializzandosi molto tardi.

Oggi trentaseienne, la prima ballerina ha dovuto vincere i pregiudizi, affrontare gli infortuni, superare le tentazioni dell’adolescenza e le continue pressioni a livello personale e artistico.

Ne è uscita forte, calma, entusiasta e meditativa, in grado di canalizzare lo stress fisico e mentale in coreografie decise, eleganti ed espressive.

Danzatrice, public speaker e filantropa, ha pubblicato due autobiografie, è uno dei 100 personaggi più influenti del mondo secondo Time e uno degli ambassador più richiesti da quei brand che vogliono comunicare fiducia, determinazione e sincerità.

Lei è Misty Copeland.

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Gira una foto del 1995 che ti ritrae, forse per la prima volta, sulle punte. A posteriori, sei felice che quel momento sia stato “documentato”?

Certo, moltissimo. Sono grata che esista quella foto, sono sempre così concentrata sul presente – e lo ero anche da bambina – che a volte faccio fatica a capire quello che succede intorno a me e a cogliere l’importanza del momento.

Conosco la foto. Cynthia Bradley mi aveva dato queste scarpette strane; io le avevo messe e avevo pensato, “Niente male”. Poi mi aveva detto: “Come fai a stare sulle punte? Non ti sei mai esercitata.” E di lì a breve ho cominciato a imparare queste strane posizioni di danza classica.

Non avevo mai messo le punte fino ad allora e credo che molti di quei momenti siano stati documentati attraverso foto e video. Mettermi sulle punte mi è venuto naturale.

Ancora oggi Cynthia Bradley mi dice, “Non so come facessi a usare le punte in quel modo,” perché non avevo mai visto un balletto prima e non avevo mai ascoltato musica classica. Ma provavo qualcosa dentro di me, partiva il Don Chisciotte e d’istinto sapevo di dover alzare il mento in un certo modo e in un certo punto della musica.

Come ti sentivi in quel periodo? Pensavi di aver superato una sfida? Oppure non ti rendevi conto del significato di quella tua abilità?

Sentivo solo di voler imparare e raggiungere l’obiettivo.

Sono sempre stata una perfezionista e volevo essere accettata. Credo di aver esorcizzato tutti gli ostacoli della mia vita attraverso il balletto: avevo cinque fratelli e un solo genitore; non avevo nessuna opportunità di esprimermi, nessuna identità e non volevo farmi notare in alcun modo.

Tutte queste insicurezze sono diventate la mia forza nel mondo della danza classica. Oggi mi affascina spiegare gli eventi del passato sotto questa luce, ma in quel momento non capivo nulla, non ero consapevole di quanto fosse importante. Facevo tutto quello che mi chiedevano... E adesso eccomi qui!

C’è stato un momento preciso in cui hai pensato che la danza potesse rappresentare il tuo futuro?

Non esattamente; a volte sentivo gli altri parlarne, ma la questione non è mai stata affrontata finché non ho dovuto decidere sul serio.

Ricordo conversazioni sempre più frequenti proprio nel periodo successivo a quella foto, in cui i miei insegnanti si erano resi conto di dover prendere in mano la situazione. Avevo 13 anni ed era raro specializzarsi a quell’età, così tardi.

Per riuscirci avrei dovuto intraprendere un percorso professionale e io non sapevo da che parte cominciare. Non avevo neppure mai visto uno spettacolo dal vivo. Ma mi dicevano che per diventare una ballerina classica avrei dovuto seguire una formazione particolare e mi piaceva così tanto l’idea che il balletto fosse un’arte prestigiosa, più grande di me, amavo il modo in cui la danza classica mi faceva sentire.

Ho accettato qualcosa senza afferrarne davvero il significato: la sola idea mi affascinava.

Quale ruolo sogni di interpretare?

Mi è già capitato di interpretarlo, è Giulietta [da Romeo & Giulietta]. Magari ci sarà un ruolo del futuro che non conosco ancora. Comunque, da quando ho scoperto il balletto, ho sempre voluto vestire i panni di Kitri del Don Chisciotte.

Qual è il consiglio migliore che hai ricevuto?

Non lasciare che il giudizio degli altri definisca la tua identità. Credo sia un principio utile in tante situazioni della vita, ma è stato fondamentale per me capirne l’importanza perché noi artisti siamo abituati ad ascoltare moltissime critiche.

Tre cose che ti rendono davvero felice?

Il balletto, la musica e il cibo.

Chi è stato il tuo modello?

Senza dubbio la ex ballerina Raven Wilkinson, la prima afroamericana a essere accettata al Ballet Russe de Monte Carlo.

Un momento che ricorderai per sempre?

Quel giorno del 2015 in cui sono diventata prima ballerina dell’American Ballet Theater.

Qual è la tua paura più grande?

Da quando sono piccola, una delle mie paure più grandi è deludere gli altri. Forse è per questo che mi piace lavorare sodo e che sono riuscita ad avere successo nella mia carriera e nella mia arte.

Restando in tema di paura, e adesso parlo da insegnante, penso sia importante convincere gli altri che affrontare i propri demoni è possibile. Non credo ci sia un modo vero e proprio per prepararsi a sconfiggere le paure. Bisogna buttarsi e sapere, essere convinti, di farcela, qualunque cosa accada.  

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