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Daniel Ricciardo – è sempre un discorso di potere e controllo

In molti l’avrebbero voluto (e ancora lo vorrebbero) in Ferrari. E questo perché, al di là del suo passaporto australiano, il trentenne Daniel Ricciardo porta in sé molta Italia: dalla solarità del sorriso all’amore per le cose belle della vita...
“Sono cresciuto in Australia; amo l’Australia: è un paese bellissimo. Ma ho vissuto in Italia un paio d’anni, quando gareggiavo nelle Formule minori, e senza dubbio sento che in me e nella mia famiglia c’è molto di italiano. Quando siamo a tavola, mangiando un piatto di pasta tutti insieme, la passionalità rende i miei parenti e me un gruppo molto, molto italiano. Io ne sono orgoglioso.

Il claim più noto di Pirelli recita: Passion is nothing without control. Quanto c’è, in te, di passione e controllo?

“Come uomo, spesso ho dovuto investire sul controllo. Quando ho iniziato a gareggiare,ero tutto passione, ma ho dovuto imparare a incanalarla in un percorso di disciplina. In quelle fasi ho dovuto imparare il controllo, anche a costo di andare contro la mia natura, contro l’istinto che mi faceva spingere sempre al massimo. Fin da bambino sono stato super-competitivo. I miei sogni erano la mia benzina, e ne avevo tanta. Ma ho dovuto imparare a controllare tutto, al fine di usare le mie doti nel modo più... ergonomico. È stato un percorso importante per riuscire a raggiungere la Formula 1. Le nostre monoposto sono molto delicate: puoi guidarle privilegiando i muscoli ma per brevi periodi, per qualche giro. Alla fine senza un controllo efficiente di tutti i meccanismi, dei punti di forza e difetti, non si va da nessuna parte”.

Esiste un momento, in gara, in cui è necessario privilegiare la passione sul controllo o viceversa?

“Eccome! Quando devi recuperare posizioni, ad esempio: a volte è inevitabile fregarsene del controllo e buttarsi a capofitto. In un giro record, in un tentativo di sorpasso... Quando vedi che c’è uno spiraglio, a volte è necessario provarci subito: in poche centinaia di metri la possibilità può scomparire e allora ti trovi ti trovi con il rammarico di avere meditato troppo”. 

Infatti sei tra i piloti più conosciuti per una speciale abilità nei sorpassi...

“All’inizio non lo ero, e quindi ho potuto giocare sulla sorpresa. Ma oggi i miei avversari lo sanno, e allora devo tornare a ricorrere al controllo. Per trovare la strategia migliore. Se vogliamo riassumere, come pilota mi sento più portato a sfruttare al massimo la mia potenza. Ma un sorpasso molto difficile non può avvenire senza controllo. Basta pensare alla frenata: un piede troppo pesante o troppo leggero sul freno possono compromettere tutto”.

E in ottica di campionato?

“Nessun dubbio: se punti a vincere a un campionato, devi imparare a fare bene i conti con ogni singolo punto. E in questo caso il controllo aiuta più della potenza”.

Che cosa può maggiormente aiutare la Formula 1 a migliorare come spettacolo: potenza o controllo?

“Oggi abbiamo uno show molto bello all’esterno, nel contorno. Ma in gara mancano i sorpassi. Guidiamo monoposto velocissime, ma quando ci si trova in scia, e si vorrebbe tentare un sorpasso, la turbolenza aerodinamica è talmente elevata che quasi non si riesce ad andare dritti. Tutto, quindi, diventa controllo. E questo a mio parere penalizza l’aspetto umano, la possibilità di utilizzare e mostrare tutta la propria forza. Credo che soluzioni tecniche dovrebbero lasciare più spazio al pilota, per utilizzare e mostrare in modo più libero il proprio talento. La tecnica è importantissima, ma è il gesto umano a emozionare”.

Si dice spesso che in Formula 1 i pneumatici influenzano moltissimo i valori in campo. Quale aspetto è più importante per uno sfruttamento ideale delle gomme?

“Qui non si possono dividere i due comportamenti. Con la potenza si arriva alla massima velocità, e quindi a estrarre il massimo dai pneumatici. Ma poi serve tanto controllo per evitare una frenata sbagliata, o una scivolata a ruote bloccate che in un attimo ti può compromettere il battistrada e costringere a un pit-stop non previsto. E allora addio risultato”. 

Che cosa sarà Daniel Ricciardo una volta conclusa la sua carriera di pilota.

“Ah (ci pensa su). Non mi dispiacerebbe restare nell’ambiente, a patto di un ruolo con un senso. Ma potrei anche fare qualcosa di assolutamente lontano dalle corse, a patto di mantenere lo spirito di competizione. Ecco: senza competizione, nessun tipo di vita mi piacerebbe molto”.

Ricciardo e Pirelli. A parte i pneumatici F1, per che cosa riconosci, per che cosa ricordi automaticamente il marchio Pirelli?

“Non c’è dubbio: per il Calendario. E guarda che non penso soltanto alle modelle (ride). Mi piace la fotografia, mi piace lo stile che quasi sempre caratterizza il vostro Calendario. Da qualche anno lo ricevo regolarmente, e mi piace moltissimo. È iconico. Anche il logo Pirelli è iconico: parla da solo, è antico ma anche moderno. La P lunga mi ricorda molto la F lunga del logo Ferrari. E nessun pilota può restare indifferente al fascino Ferrari...”. 

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