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Curve bizzarre e
risultati fuori dall’ordinario

Da ragazzo, a Seattle, Jeff Weers si era esercitato talmente tanto nel baseball che quando finalmente approdò come giocatore alla squadra della Puget Sound University era in grado di lanciare la palla alla velocità di 150 km/h. Il lancio veloce non era il suo unico asso nella manica. Weers era diventato così abile con i lanci curvi da riuscire a ingannare il battitore, che scattava per colpire senza trovare palla. 

Quando un infortunio mise precocemente fine alla sua carriera nel baseball, Weers proseguì gli studi conseguendo un dottorato in chimica e il posto di primo funzionario scientifico presso gli stabilimenti farmaceutici del gigante globale Novartis a San Carlos, in California. E proprio mentre stava sviluppando un inalatore per pazienti di fibrosi cistica, il mondo dei suoi sogni infantili gli ha fornito un’ispirazione speciale.

I ragazzini americani imparano a giocare a baseball con le cosiddette wiffle ball, delle palle cave dotate di aperture sulla circonferenza. Come racconta Weers, “Con una palla di plastica per bambini riesci a ottenere delle curve stranissime, che non si ottengono con una vera palla da baseball”. Il pensiero di queste curve bizzarre gli ha ispirato una riflessione: forse i principi aerodinamici della wiffle potevano essere applicati a un farmaco per inalazione, al fine di ottimizzare il trasporto ai polmoni?

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Libero pensiero

Weers e il suo team multidisciplinare, composto da biologi, chimici, ingegneri e fisici teorici, hanno sviluppato così uno spray antibiotico sotto forma di polvere secca costituito da palline microscopiche. Ogni pallina, ottenuta con tecniche di ingegneria delle particelle, si presenta, ma soprattutto si comporta, esattamente come la wiffle ball. Le caratteristiche di velocità e inerzia ridotta e, soprattutto, la tendenza a produrre curve fuori dagli schemi hanno condotto allo sviluppo di un nuovo formato farmacologico capace di navigare lungo la curva della gola per consentire un trasporto ottimale verso i polmoni.

Combinando le discipline della chimica e dell’aerodinamica con la sua vecchia passione per il baseball, l’innovazione di Weers mostra quanto gli approcci multidisciplinari possano essere fruttuosi per sviluppare soluzioni inedite nel mondo della scienza, del business e della politica. L’incontro tra un botanico e un fisico, magari davanti a una birra, può produrre bizzarre curve del pensiero che difficilmente nascerebbero con le persone asserragliate nei propri bunker specialistici. Ad accelerare il fenomeno stanno provvedendo l’IA e l’analisi dei dati, che consentono di testare, convalidare e aprire nuove direzioni per l’interazione tra le menti umane.

“Quasi sempre l’innovazione arriva quando a occuparsi di un problema è qualcuno che lo considera da una prospettiva diversa” spiega Julian Birkinshaw, professore di strategia e scienze imprenditoriali presso la London Business School. “Se cerchiamo di risolvere un problema di fisica con gli strumenti tradizionali, è probabile che anche altri fisici se ne siano occupati. Ma se ci rivolgiamo a qualcuno con conoscenze di bioingegneria o chimica, allora si apre una prospettiva diversa.”

Un approccio antico per costruire il futuro?

La questione dell’abbattimento dei silos e degli approcci multidisciplinari, tanto in voga nell’era digitale, non è certo una novità. Nel Liceo di Aristotele, dove i filosofi si intrattenevano con cosmologi, retori, musici, biologi, fisici e storici, sono state gettate le fondamenta del mondo moderno. Leonardo da Vinci, come sappiamo bene, era allo stesso tempo artista, ingegnere, anatomista, architetto, botanico e paleontologo, mentre Niccolò Machiavelli scriveva ottime opere teatrali, accanto ai suoi capolavori di teoria politica e strategia militare; discipline che consentivano a questi pensatori di esaminare i rispettivi interessi centrali attraverso lenti diverse. 

Le origini antiche degli approcci multidisciplinari evidenziano quanto profondamente il modus operandi basato sulla rigida compartimentazione delle discipline si sia radicato nel mondo industrializzato, nonostante questa egemonia sia piuttosto recente. La visione europea della separazione dei compiti e della divisione del lavoro – analizzata da Max Weber nella sua opera L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, del 1905 – alla base della società burocratica, secondo Weber, è diventata il modello dominante del progresso solo nel Ventesimo secolo. Certo, ha prodotto risultati economici spettacolari, e tuttavia ha finito per chiudere gli individui in recinti specialistici organizzati secondo rigide gerarchie.

Oggi è interessante notare come le istituzioni accademiche stiano cercando di sposare l’approccio del Liceo aristotelico per affrontare le sfide pressanti del nostro tempo. Recentemente, ad esempio, l’Università di Harvard ha istituito un fondo destinato allo studio di soluzioni al cambiamento climatico che promuove la ricerca multidisciplinare. L’Università di Chicago ha lanciato un think tank dedicato alle problematiche urbane che riunisce ricercatori di diversi campi, dalle scienze umane a quelle informatiche.

Ma funziona?

L’ethos multidisciplinare appare carico di promesse; ma siamo certi che non si tratti solo di un’idea eccentrica volta a giustificare le prebende di consulenti strategici e specialisti di pianificazione degli studi universitari? La realtà dei fatti, in una miriade di domini, indica che non è così. Uno degli esempi più stupefacenti del potere delle curve bizzarre è dato dal progetto Atlas in corso presso il laboratorio nucleare del CERN alle porte di Ginevra. Quando il team impegnato presso il più grande collisore di particelle del mondo ha scoperto il bosone di Higgs, altrimenti detto particella di Dio per la sua importanza nello studio sulle origini dell’universo, l’articolo accademico redatto per spiegare questa rivoluzione portava la firma di oltre 5.000 autori, tra i quali fisici di tutte le specialità, ingegneri, data scientist, matematici e altri ancora.

Nella convinzione che le strategie multidisciplinari funzionino davvero, il CERN ha invitato anche sociologi, antropologi, storici e filosofi a studiare modalità per promuovere l’innovazione attraverso la collaborazione scientifica multidisciplinare.

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Coltivare la “serendipità”

Alla New York University (NYU), il professor Christian Busch è impegnato a studiare in che modo le informazioni che emergono dall’incontro, o addirittura dallo scontro, di menti diverse generino l’innovazione, e in particolare se quelli che appaiono come scherzi casuali del destino possano, in effetti, essere intenzionalmente coltivati attraverso la strategia, il buonumore e altri fattori, come il design del luogo di lavoro. All’argomento ha dedicato il libro The Serendipity Mindset.

“La serendipità, gli incontri inattesi o le osservazioni inaspettate che producono risultati come l’innovazione fioriscono al meglio quando esiste collaborazione tra diverse discipline” spiega Busch, direttore del programma di economia globale della NYU.

Il professore suggerisce alcune tecniche interessanti per favorire l’incontro tra discipline. In occasione del Web Summit, il più grande raduno mondiale in materia di tecnologia, ad esempio, fattori all’apparenza insignificanti – come le scelte tipografiche per i cartellini di identificazione o la lunghezza degli stand espositivi – vengono studiati e disegnati meticolosamente al fine di incoraggiare le conversazioni spontanee (e il clima di serendipità); mentre sul versante dell’organizzazione delle conferenze si considerano metriche complesse come la eigenvector centrality (la misura dell’influenza di una persona in una rete).

Nel mondo aziendale, rileva Busch, Steve Jobs chiese agli architetti di progettare il campus della Pixar “in modo da massimizzare gli incontri involontari”. E oggi, grazie alla sua visione di questa sede centrale come uno spazio unico dotato di un atrio al centro, gli artisti della Pixar possono lavorare fianco a fianco con gli informatici, e creare così sinergie a livello culturale e disciplinare.

Il crowdsourcing come fattore di democratizzazione dell’innovazione

Con la sua piattaforma di crowdsourcing per l’innovazione aperta, InnoCentive ha innescato un boom della creatività interdisciplinare; la piattaforma è progettata per consentire alle organizzazioni di porre delle “sfide” ai ricercatori in ogni parte del mondo e di ricompensare le migliori proposte con dei premi. La Dow Chemical, ad esempio, si è rivolta a InnoCentive per risolvere la sfida di un nuovo lubrificante sintetico con il coinvolgimento delle “scienze imprenditoriali, chimiche, agricole e fisiche”. La NASA ha a sua volta utilizzato la piattaforma per trovare un metodo atto a testare la fibra di Kevlar resistente al calore per l’uso nello spazio: un problema che ha coinvolto approcci di ingegneria, test design e scienza dei materiali.

È interessante notare che quanto più aumentano le persone coinvolte negli approcci multidisciplinari, tanto più queste rilevano analogie essenziali nei campi più disparati. Il signor Barrnon, specialista di dragaggio delle capesante ad Appleby, in Inghilterra, oggi si occupa della bonifica delle piscine dei fanghi degli impianti atomici dismessi. Presso il BP Institute dell’Università di Cambridge, i modelli matematici del movimento dei sedimenti durante il trasporto dai letti fluviali al mare hanno rivelato molti elementi in comune con il flusso dei batteri trasportati nell’aria attorno agli edifici. Facendo leva sulle conoscenze di geologi, microbiologi, matematici e ingegneri civili, l’istituto sta studiando metodi per migliorare l’aerazione in modo da prevenire la diffusione di infezioni trasportate dall’aria negli ospedali.

Cambiare la mentalità e il cuore

Perché metodologie del genere possano funzionare con successo nel mondo corporate, occorrono cambiamenti culturali volti ad abbattere i muri mentali della gerarchia aziendale. Solo liberando la forza lavoro dai sistemi burocratici radicati individuati da Weber all’inizio del Ventesimo secolo gli approcci multidisciplinari potranno esprimere pienamente il loro potenziale.

Invece di organizzazioni aziendali monolitiche, spiega Ben Robinson, cofondatore e consulente strategico di Aperture, i modelli multidisciplinari sfruttano le reti per riunire le menti migliori, spesso operanti all’esterno dell’azienda. Secondo Robinson, le aziende più smart stanno passando dalle economie di scala sul lato dell’offerta a quelle sul lato della domanda, per promuovere la formazione di ecosistemi vari atti a soddisfare le sacche di domanda originate nelle varie parti del mondo. In questa visione, l’ethos della Ford Model T, ossia la produzione di massa di prodotti unificati per tutti, lascia il posto a un paradigma trainato dall’IA che punta a rispondere alle esigenze dell’individuo. Perché tutto ciò funzioni, le menti più evolute di tutte le specialità dovranno sviluppare strategie e soluzioni.

“Alla base c’è l’idea di creare degli ecosistemi, piuttosto che costruire un muro intorno all’azienda” commenta Robinson. “La richiesta di questo tipo di team strategici con competenze multidisciplinari proviene sia dalle grandi che dalle piccole aziende.”

Lo zen e l’arte dell’ingegneria

Per abbattere i silos bisogna guardare non solo al di fuori della propria disciplina, ma anche al suo interno, per mettere in discussione presupposti fortemente radicati. Un team di ricerca della Stanford University e della Santa Clara University ha scritto sulla Harvard Business Review che la meditazione consapevole aiuta gli ingegneri a far leva su approcci creativi e inusitati.

Secondo i ricercatori, gli ingegneri si affidano soprattutto al “pensiero convergente” lineare, che richiede una serie di passi per giungere a una sola risposta. Al contrario il “pensiero divergente” irradia da un problema per generare molteplici possibilità secondo un approccio favorito dalle metodologie interdisciplinari.

I ricercatori hanno teorizzato che la meditazione consapevole possa stimolare il pensiero divergente nel campo dell’ingegneria. Nel corso delle sperimentazioni, hanno rilevato che gli studenti con una consapevolezza maggiore producevano “prestazioni migliori” nelle attività divergenti, mentre le sessioni di meditazione consapevole di 15 minuti “hanno migliorato l’originalità delle idee”.

Chi erano gli autori dello studio? Un team multidisciplinare composto da un ricercatore in ingegneria meccanica di Stanford; una personalità autorevole a livello globale in materia di mindfulness e compassione; un ricercatore senior del Women’s Leadership Innovation Lab di Stanford.

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