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Oltre gli ostacoli, fino a Varignana

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Di Justin Marozzi

 

 

Ogni viaggio deve iniziare con un atto di fede. Percorrere 3.500 km attraverso l'Europa a bordo di un'auto uscita dalla fabbrica 69 anni fa significa scegliere consapevolmente di sfidare la sorte. È avventato, romantico, arbitrario ed essenziale. Per alcuni, un'avventura esaltante; per altri, un incidente che aspetta solo di accadere. Mia moglie, la “Responsabile della navigazione”, che nel corso degli anni ha apprezzato, o forse sopportato, diverse missioni attraverso il continente a bordo di Frieda, la mia amata Bristol 405 del 1956, probabilmente aggiungerebbe anche qualche altro sentimento. Speranza, angoscia e forse perfino un pizzico di paura.

Con alcuni di questi presentimenti sono apertamente in disaccordo e li liquido senza esitazione (come le probabilità che la macchina ci lasci a piedi); altri, invece, sotto sotto li condivido e mi aspetto pienamente che si avverino (come le probabilità che la macchina ci lasci a piedi). Ma un viaggio deve iniziare all'insegna dell'ottimismo, perché questa è l'antica e immutabile prima regola del mettersi in strada.

Ci sono anche altri motivi per essere di buon umore: un invito esclusivo al Concorso d'Eleganza Varignana 1705, una delle più prestigiose esposizioni automobilistiche d'Europa, ospitata in un palazzo riconvertito a sud-est di Bologna. Veterana di innumerevoli chilometri di strada - tra cui un viaggio di 10.000 km, andata e ritorno, dalla nostra casa nel Regno Unito fino al confine siriano nel 2022 - la mia Bristol porta con orgoglio i segni dei chilometri percorsi: una costellazione di graffi, ammaccature, bozzi e qualche profilo cromato che rimane in posizione grazie a del nastro adesivo. L'habitat naturale di Frieda è una veloce strada extraurbana, non il prato impeccabilmente curato di un palazzo, popolato da una giuria internazionale.

Ma Stefano Pasini, ideatore del Concorso di Varignana e presidente della giuria, rinomato oculista, giudice di Villa d'Este e collezionista e autore di numerosi libri, ci assicurò che saremmo stati i benvenuti: lui stesso è un appassionato delle Bristol, e in passato ne aveva posseduta una.

Così ci ritrovammo a macinare chilometri attraverso la Francia sulle nostre quattro nuove Pirelli Stella Bianca. Non potevamo essere più contenti.

Dalla delusione alla disperazione

L'ottimismo, quando si guida un'auto molto vecchia per affrontare lunghi tragitti, è però un fiore delicato che, per esperienza, può appassire rapidamente. Questo vale soprattutto per chi, come noi, ama le auto d'epoca ma possiede poche, se non nessuna, delle competenze tecniche necessarie per portare a termine il viaggio e, di conseguenza, preservare l'ottimismo. Le due cose vanno di pari passo.

Un accenno di delusione arrivò già il primo giorno, mentre sfrecciavamo lungo la A26 da Calais a Saint-Dizier. Si era scatenato il diluvio. I vigorosi tergicristalli di Frieda faticavano a tenere il passo con quella pioggia torrenziale quando, all'improvviso, si udì una secca esplosione metallica: PINGGGG!, a cui seguì l'agghiacciante stridio del metallo sul vetro. Una delle spazzole del tergicristallo, inevitabilmente quella dal lato del guidatore, venne scaraventata nella tempesta, dopo 16 anni di fedele servizio. Nel giro di pochi istanti, la pioggia rese impossibile qualsiasi visibilità e il braccio del tergicristallo, ormai privo di spazzola, incise due eleganti archi sul parabrezza.

Il secondo giorno, la delusione si trasformò in disperazione. Fino a quel momento ce la stavamo passando divinamente, diretti verso il Gasthaus zum Rössli, nella cittadina svizzera di Triengen, accompagnati dall'irresistibile colonna sonora del fragoroso motore sei cilindri di Frieda. Poi, all'improvviso, perché deve sempre accadere all'improvviso, seconda immutabile regola del mettersi in strada in auto d'epoca, mi ritrovai a pronunciare le parole: «Ho perso potenza!». La Bristol si fermò con un sussulto.

Ci trovavamo nei pressi di Colmar, in Alsazia, non lontano dal Tunnel Maurice-Lemaire. Nel giro di pochi minuti arrivò una squadra di comprensivi sapeurs-pompiers, che iniziò a disseminare sulla carreggiata coni arancioni come fossero coriandoli. Un'ora più tardi, venimmo recuperati e portati fino a una concessionaria della zona.

Ripercorsi la mia elementare checklist di pronto intervento in caso di guasto. Cavo ad alta tensione funzionante, check. Calotta dello spinterogeno pulita e senza crepe, check. Rotore in ordine, check. Scintille presenti, check. Ma Frieda non ne volle sapere di ripartire. Rivolsi allora una preghiera al grande mécanicien lassù nel cielo.

Le ore scorrevano inesorabili insieme alla pioggia. Era tutto finito? L'intera missione verso l'Italia, anzi, la nostra vacanza, era appesa a un filo. Ma, come avevano intuito i KC and the Sunshine Band nel 1975, that's the way, uh-huh, uh-huh, I like it, uh-huh, uh-huh. Dopotutto, che cos'è un viaggio senza la costante sensazione che qualcosa possa andare storto?

Speranza ritrovata

Incuriosito dalla mia situazione, uno dei meccanici venne a darci una mano. Insieme risalimmo alla causa del problema, controllando prima la linea di alimentazione, che funzionava correttamente, e poi la pompa del carburante, che invece non dava segni di vita. I carburatori erano a corto di benzina. Smontata la pompa, scoprimmo che il perno in acciaio del bilanciere si era sfilato dalla sua sede, impedendogli di funzionare correttamente. Una generosa dose di colla ad alta resistenza fu sufficiente per rimetterlo al suo posto, accompagnata, per sicurezza, da una nuova guarnizione.

Frieda tornò subito in vita, sorprendendo i tecnici con il suo potente baritono. Il rombo dei sei cilindri in linea da due litri Bristol è stato spesso paragonato a uno squadrone di bombardieri Lancaster, e non a caso. Trecento Lancaster erano infatti equipaggiati con il motore Bristol Hercules. Eravamo di nuovo in pista.

Il morale del conducente, se non ancora quello della Responsabile della navigazione, era alle stelle. Solide prove scientifiche, unite a un'esperienza personale guadagnata a caro prezzo, suggeriscono che, se il Fato ti ha già messo alla prova nelle prime fasi di un lungo viaggio in Bristol, il resto del tragitto sarà privo di contrattempi. Questa è la terza immutabile regola del mettersi in strada.

Una volta scongiurati i problemi tecnici, potemmo goderci finalmente il paesaggio intorno a noi e tutte le sensazioni che solo una Bristol degli anni Cinquanta sa regalare. «Un buon viaggio può essere come attraversare il mondo con le ali ai piedi», scrive Christopher Balfour, appassionato e proprietario di numerose Bristol. Non a caso il Pegaso si trova sullo stemma della Bristol Coachworks. Nella sua recensione del 1955, la rivista Autocar ammirò il modo in cui la 405 affrontava le curve, «mantenendosi impeccabilmente composta».

Peter Campbell, che per anni ha guidato Spencer Lane-Jones, il principale specialista Bristol del Regno Unito, tesse le lodi della 405. «Tutti i proprietari di 405 che conosco sono, se non letteralmente innamorati, quantomeno perfettamente in sintonia con quest'auto», afferma. «L'esperienza di guida è meravigliosa. L'equilibrio, l'agilità della Bristol e il suo comportamento su strada sono una vera rivelazione. È un'auto straordinariamente valida ancora oggi».

Dai paesaggi da cartolina avvolti da una coltre di nubi e fatti di prati verdissimi, fattorie ordinate, dolci colline e il suono lontano di qualche campanaccio, la strada verso sud ci condusse in un mondo alpino più selvaggio, immerso nel bosco. Pareti rocciose ricoperte di muschio incombevano minacciose sopra di noi, mentre la strada serpeggiante si snodava tra montagne che si stagliavano in chiaroscuro contro il cielo. Torrenti spumeggianti precipitavano fragorosamente nelle vallate mentre la strada ci portava sempre più in alto, tra le nuvole.

Non passare inosservati

Facendo rifornimento a Bellinzona, cittadina svizzera ai piedi delle Alpi sorvegliata da tre imponenti castelli, Frieda suscitò grande curiosità in un parcheggio gremito di auto moderne. È una cosa normale. Quando si possiede per svariati anni un'auto tanto amata si imparano molte cose. Si scopre, per esempio, che le persone spesso sorridono alla vista di questa linea felina, di quei parafanghi da obice, della presa d'aria sul cofano che suggerisce velocità e delle piccole pinne posteriori. Dove avete mai visto una presa d'aria come quella? La griglia era modellata sulla gondola di un motore aeronautico. E come avrebbe potuto essere altrimenti?

Scendemmo verso l'Italia con le orecchie che si stappavano man mano che perdevamo quota. Dopo le montagne, trovammo la pianura con distese agricole dai contorni sfumati e irregolari, lontane dalla precisione ordinata del paesaggio svizzero. Dalla Lombardia, con un'ultima sosta per la notte a Lodi, proseguimmo verso il cuore dell'Emilia-Romagna e finalmente arrivammo alle porte di Bologna, tra colline riscaldate dal sole e ricoperte di castagni, cipressi, querce, ulivi e frutteti rigogliosi di mele, pere, albicocche e ciliegie.

Ci ritrovammo immediatamente con una compagnia d'eccezione, prendendo posto sul perfetto prato all'inglese che si stendeva davanti al Palazzo di Varignana. Alla nostra destra, una fragorosa Iso Rivolta Grifo A3/C da competizione del 1964; alla nostra sinistra, la struggente bellezza dell'Alfa Romeo 6C 2500 Super Sport Cabriolet del 1949, un tempo appartenuta alla diva del cinema Rita Hayworth, e la sublime Alfa Romeo 6C 2500 SS Berlinetta Pinin Farina del 1950, di proprietà di Corrado Lopresto, uno dei più grandi collezionisti italiani. In questa rassegna dal sapore italiano, alle Ferrari si affiancavano Lamborghini, Bugatti, Alfa Romeo, Lancia e Fiat.

Ce l'avevamo fatta. Il nostro era stato un percorso lungo e tortuoso di 1.640 km. La maggior parte delle altre vetture veniva scaricata dai camion che le avevano trasportate fin lì. Approcci e filosofie diversi, ma accomunati dall'amore per la storia dell'automobile.

Le 48 ore successive trascorsero tra cocktail, allegria e risate. Non mancarono la straordinaria ospitalità e cucina italiana, accompagnate dalla musica travolgente di una banda di ottoni incontenibile. Frieda conquistò una coccarda, così come una Ferrari 250 Cabriolet Pinin Farina del 1960, una Lamborghini 350 GT, la fragorosa Iso Rivolta e una Bentley 3½ Litre centenaria. Ma fu l'esemplare unico di Alfa Romeo appartenente a Lopresto a imporsi su tutte, conquistando il titolo di vincitrice del concorso.

Ricordi indelebili

Poi arrivò il momento di ripartire. Davanti a noi si apriva la strada del ritorno. Un percorso fatto di autostrade che si distendevano come nastri d'asfalto, veloci strade statali e meravigliose strade secondarie, dove Frieda poteva trovare il proprio ritmo assecondando il nostro umore: svelta, scattante, disinvolta, impetuosa, travolgente, rombante, rilassata, elegante, tranquilla, composta.

Proseguimmo in direzione di Asti, dove facemmo il pieno di spumante, per poi risalire dal Piemonte verso l'aria fresca di montagna lungo la E70, passando accanto alla millenaria Sacra di San Michele, che si erge sulla cima frastagliata del Monte Pirchiriano. Lo spumante lasciò il posto al crémant mentre risalivamo verso la Francia, dove rendemmo omaggio ai caduti di guerra al Memoriale di Vimy prima di proseguire fino a Montreuil-sur-Mer, protetta dalle sue possenti fortificazioni. Per non essere da meno, visto che anche lei ha gusti raffinati, Frieda si scolò diversi litri d'olio, aumentando il passo come un cavallo che sente di essere ormai vicino alla stalla. Non sbagliò un colpo.

I chilometri scorrevano veloci sotto i nostri pneumatici da corsa. Gli dèi del meteo avevano decretato che non avrebbe più piovuto.

Dopo 3.516 chilometri imboccammo il vialetto. Finalmente a casa. Il motore ticchettava mentre il metallo si raffreddava, il collo si sgranchiva dopo le lunghe ore trascorse al volante e la macchina era impregnata dei profumi di Reblochon de Savoie, raclette, Chaussée aux Moines, prosciutto, coppa di Parma, Parmigiano Reggiano e di un enorme pezzo di Fiocchetto Valtellina.

Era stata una magnifica esperienza al volante. Si potrebbe aggiornare e adattare il celebre adagio di Sant'Agostino sui benefici del camminare (solvitur ambulando) all'era dell'automobile: solvitur gubernando, si risolve guidando. Il nostro atto di fede era stato ripagato.

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