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Il surf, artigianato sulle onde

Il surfista due volte olimpionico ha costruito una carriera ai massimi livelli imparando dai propri errori, superando infortuni e le difficoltà di chi è arrivato molto presto a competere con i migliori. Oggi è nella forma migliore della sua vita, perché non ha voluto accomodarsi solo sul suo talento naturale

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Intervista con Leonardo Fioravanti a cura di Alessandro Cappelli

Foto: Ryan Miller and Tommaso Geraci

 

Le gare di surf si giocano su pochi secondi cruciali. Il surfista aspetta l'onda, sente la marea, insegue la corrente, poi si alza sulla tavola e parte. Taglia la parete dell'onda, sparisce dentro un tubo d'acqua. È il momento spettacolare, quello che finisce nelle fotografie e nei video. Ma non rivela tutto ciò che succede prima. Dietro ogni onda presa ci sono lunghe sessioni di allenamento, ore trascorse in acqua ad aspettare; le settimane dedicate alla preparazione fisica; gli infortuni e le sessioni di recupero. La ripetizione dei gesti, il surfista come artigiano delle onde. Nel surf contemporaneo, soprattutto ai massimi livelli, la differenza non la fa il talento. Quel che conta è la capacità di trasformare migliaia di dettagli invisibili in un gesto che dall'esterno sembra naturale.

Fioravanti mentre cammina verso l'oceano

Primo italiano qualificato stabilmente nel Championship Tour della World Surf League, Leonardo Fioravanti è atleta olimpico e numero 3 al mondo. A giugno 2026 ha conquistato la sua prima vittoria in una gara del Championship Tour, nella tappa di El Salvador, battendo il campione olimpico brasiliano Italo Ferrera e coronando uno dei suoi sogni: riscrivere la storia del surf italiano. Parla spesso di onde, mare e tecnica, ma ascoltandolo emerge soprattutto una forma di competenza silenziosa, costruita negli anni, che non ha bisogno di essere esibita. «A parole posso dire qualsiasi cosa», racconta. «Che voglio vincere questo o quello, ma alla fine solo il surf parla per me». Così sintetizza un percorso ripido, di chi è arrivato molto presto ai vertici del proprio sport e che, proprio per questo, ha dovuto imparare presto che il talento non basta. «Me ne sono accorto soprattutto per colpa di un infortunio a diciassette anni», racconta. «Sono rimasto fuori dall'acqua per sei mesi, ho subito due operazioni e poi ho fatto tanta fisioterapia. Lì ho capito che dovevo impegnarmi a fondo, facendo un lavoro completo: alimentazione, palestra, recupero, riposo. Tutto ciò che fa un atleta e che fino a quel momento non conoscevo davvero. Ma oggi mi sento nella miglior condizione della mia vita».

È un passaggio quasi obbligato per chi arriva molto giovane ai massimi livelli. Fioravanti si qualifica per il circuito mondiale quando ha appena diciotto anni. «Quando mi sono qualificato ero probabilmente troppo giovane», dice. «Ti trovi a gareggiare contro i migliori surfisti del mondo e prendi delle belle botte in faccia dalla realtà. Non sono facili da digerire».

Da quel momento il surf diventa qualcosa di più complesso di una semplice passione. Negli ultimi dieci o quindici anni il livello del circuito mondiale è cambiato radicalmente, andando incontro a una professionalizzazione inattesa e repentina. Pochi avevano l'approccio dei grandi atleti dello sport mondiale. «Non esistevano gli sportivi che vediamo oggi, invece adesso se non ti dedichi al cento per cento al surf e non fai una vita da atleta puoi forse arrivare al top, ma non puoi restarci».

Close up di Fioravanti durante la competizione

Eppur il surf conserva una componente istintiva insostituibile, forse non allenabile. È una sapienza che ogni surfista coltiva poco a poco, con il tempo trascorso in acqua e la capacità di leggere qualcosa che non può essere completamente controllato. «Ti serve l'istinto, quella connessione con l'oceano che sviluppi soltanto stando in acqua per ore e ore. Devi imparare a leggere il mare», dice Fioravanti.

La cosa interessante è che questa lettura, con il passare degli anni, smette quasi di essere consapevole. «A volte senti la corrente che si sta muovendo in un certo modo e capisci che devi spostarti un po' più in là. Quando arriva un'onda grossa senti la forza dell'oceano che inizia a trascinarti. Segui le correnti, segui l'istinto. Sono dettagli che impari in una vita passata in acqua e a un certo punto fai queste scelte senza nemmeno pensarci». Anche l'attesa, nel surf, fa parte di questo processo. È uno sport di lunghi intervalli di silenzio. Una pozione di adrenalina e pazienza, da dosare in momenti in cui non succede apparentemente nulla.

La gestione della pressione è diventata una componente centrale nella carriera di Fioravanti. Ma solo con il tempo, con l'esperienza. «Fino al 2021 parlare con uno psicologo sportivo sembrava una cosa stranissima», racconta. «Molti me lo suggerivano e io non volevo sentirne parlare. Poi ho iniziato a lavorare con un professionista e credo che sia stato uno dei momenti più importanti della mia carriera. Mi ha aiutato moltissimo in acqua, ma anche fuori».

Fioravanti affronta un onda

Il tempo aiuta anche a gestire la pressione nei momenti più delicati. Come molti altri atleti, Fioravanti ha un percorso di trial&error. «Ho imparato di più dalle onde sbagliate che da quelle prese bene», dice senza esitazioni. «Da giovane mi innervosivo molto di più. Avevo fretta di arrivare. Oggi ho capito che tutti gli errori ti insegnano qualcosa. A patto che tu sappia riconoscerli e non continui a tornarci sopra mentalmente, devi imparare anche a lasciarteli alle spalle e guardare avanti». È un approccio che riflette una visione più ampia del surf. Una disciplina in cui il controllo assoluto semplicemente non esiste. L'oceano non si può dominare. Si può soltanto imparare a interpretarlo. Ognuno a modo suo. Perché il surf non si presta all'omologazione degli stili, nemmeno in un'epoca in cui tutto sembra misurabile.

«Lo stile per me è molto importante. Forse quasi troppo», dice con franchezza. «La cosa bella è che ognuno ha il proprio. Ci sono surfisti fortissimi il cui stile magari non mi piace, ma tecnicamente fanno cose incredibili. Io penso di avere uno stile elegante, fluido, e ne vado fiero. Ai fini del punteggio non è la cosa più importante, perché i giudici guardano altro. Però per me conta». È la costante ricerca della perfezione, certo, ma sempre accompagnata da una forma personale, riconoscibile. Una firma sull'onda.