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L’India di Sheela Gowda
approda in PHB

Un'arte multiforme, ricca, parlante popola gli spazi di Pirelli HangarBicocca fino al 15 settembre. Un viaggio fatto di colori e materia che porta l'India di Gowda a Milano

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Remains, la prima grande mostra personale in Italia dell’artista indiana Sheela Gowda, curata da Nuria Enguita e Lucia Aspesi, occuperà gli spazi delle imponenti navate di Pirelli HangarBicocca dal 3 aprile al 15 settembre 2019.

In occasione di Remains, l’artista ha realizzato appositamente per lo spazio milanese due nuove produzioni che vengono esposte insieme a un’ampia selezione di opere realizzate dal 1992 a oggi, comprensiva di installazioni materiche, sculture site-specific e una serie di stampe e acquerelli su carta. Nel primo lavoro inedito, Tree Line (2019), numerose fasce sottili di gomma naturale grezza – fornita da Pirelli in collaborazione con il suo centro tecnologico CCM di Ricerca e Sviluppo – sono state intrecciate così da creare una superficie lineare che rimanda a una tessitura geometrica. Nella seconda opera, In Pursuit of (2019), ha utilizzato uno degli elementi più tipici nella sua pratica, i capelli umani, appesi alle pareti dello spazio del Cubo per formare due grandi forme nere in dialogo con l’architettura.

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Materiali, poetiche di luoghi e radici personali: sono questi i nuclei tematici attorno ai quali prende forma il lavoro di Sheela Gowda. Nata nel 1957 a Bhadravati Karnataka, India, oggi vive e lavora a Bangalore e si è sempre distinta all’interno del dibattito sull’arte contemporanea per il suo intenso dialogo e scambio tra le tradizioni artistiche locali e le forme d’arte internazionali. Un'attitudine sviluppata anche grazie ai suoi studi di pittura alla Ken School of Art, alla M.S University di Baroda e alla Visva-Bharati University a Santiniketan, che l’hanno aiutata a rileggere in chiave contemporanea l’arte classica locale e a sviluppare un’attenzione particolare per l’immaginario popolare e per le tecniche artigianali. È tuttavia dopo l’esperienza alla Royal College of Art di Londra, e il suo successivo ritorno in India, che Gowda abbandona la pittura per lo spazio tridimensionale della scultura in cui interviene con la sua energica femminilità influenzata dal suo forte senso di appartenenza.

Oggi Sheela Gowda viene considerata una delle maggiori esponenti dell’arte contemporanea in India, per la sua originalità nel riuscire a parlare della sua terra attraverso l’arte.

Il processo creativo dell’artista si avvicina più a un rito spirituale alla scoperta di simboli e radici, che alla semplice realizzazione: c’è qualcosa di primitivo e di mistico nelle sue creazioni che sottende una dimensione liturgica. L’artista indiana, ha annusato, toccato, camminato, osservato e parlato alla ricerca della sua arte. Una ricerca artistica durata oltre vent’anni che l’ha portata ad appropriarsi dei saperi, ad attraversare strade, osservare abitudini, odorare spezie, afferrare oggetti e conoscere persone, per poi cercare di riprodurre tutto in una forma intesa come espressione di un significato a metà tra il definito e il transitorio. Per la Gowda l’arte è una questione di prospettiva, di valutazione, non è una questione tematica, né di cambiamento sociale: l’arte riguarda l’esplorazione del linguaggio che permette di accedere a una filosofia e a un’estetica superiori.

Nelle sue opere Gowda fa ampiamente utilizzo, cercando sempre di non abusarne e di non snaturarne l’origine, di oggetti e sostanze di uso quotidiano, ma dal significato altamente metaforico o politico, in risposta ai cambiamenti della società indiana avvenuti tra gli anni ‘80 e ‘90. Vengono incorporati cenere, polveri naturali, pigmenti, legni, rocce, tessuti, sterpaglie e capelli, fino al reimpiego del letame, considerato sacro in India per i suoi molteplici utilizzi. Questo materiale organico, molto presente nelle opere, come ad esempio in Mortar Line, se agli occhi degli occidentali può risultare alquanto esotico, per la cultura indiana è invece molto comune, sia nell’edilizia che come combustibile. Così le lunghe trame di capelli neri, esibite nella nuova opera In Pursuit of, richiamano l’usanza indiana di adoperare capelli umani, per invocare le divinità e il pigmento in cui vengono intrisi, per i riti religiosi. Le corde di capelli vengono utilizzate anche come talismani sulle auto indiane e rappresentano una fonte molto redditizia nel mercato mondiale della vendita di crine umano.

Agli elementi organici e a quelli recuperati, ad esempio i bidoni utilizzati come riparo dagli operai nelle opere Kagebangara e Darkroom e i blocchi di granito in Stopover, utilizzati per macinare le spezie, si unisce il materiale industriale. Sono sculture che si relazionano con lo spazio e nelle quali materiale e contesto si fondono in un costante lavoro di manipolazione. Ogni oggetto, scarto o sostanza presente nelle opere di Sheela Gowda parla di una terra densa di storia e ritualità e trova nello spazio monumentale di Pirelli HangarBicocca il confronto estetico ed interiore che merita.

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