Raghu Rai ha fotografato l'India fin dal 1965, raccontandone, per oltre sessant'anni, la vita pubblica e privata. Per il Calendario Pirelli 2027 aveva scelto di accostare le immagini del proprio archivio a volti dell'India contemporanea, lavorando al progetto fino alla sua scomparsa, nell'aprile 2026. La figlia Avani Rai ha scelto di proseguirne il lavoro seguendo un approccio profondamente personale. Ha ripreso fotografie d'archivio di Raghu, sia pubblicate che inedite, portandole fuori dallo studio e ricollocandole nelle strade di Delhi e Mumbai, insieme alle persone che oggi abitano quei luoghi. Persone, architetture, movimenti, luci e rituali entrano così nella fotografia, mentre le città diventano una presenza viva all'interno delle immagini. «Mio padre apparteneva alla strada. Per questo ho preso l'idea alla quale stava lavorando e l'ho riportata nelle strade, tra le persone che aveva fotografato per tutta la vita», racconta Avani. «Mi metto un passo indietro, in senso spirituale e letterale. Mi metto dietro di lui».
Avani, cosa ha significato per te lavorare a questo Calendario?
È stato un percorso incredibilmente personale ed emozionante. Mio padre, Raghu Rai, aveva lavorato al progetto per diversi mesi prima di venire a mancare. Sentivo una profonda responsabilità nel portarlo avanti, ma anche il bisogno di trovare un mio modo di interpretarlo. Riprendere in mano la macchina fotografica dopo la sua scomparsa è stato uno dei momenti più significativi per me. Ho iniziato cercando me stessa, e cercando lui, e attraverso questo percorso ho trovato il modo di rendere omaggio a ciò che aveva iniziato, rimanendo al tempo stesso fedele al mio modo di guardare il mondo. Lui ha sempre creduto che l'imitazione non potesse mai portarti oltre l'originale. Quello che mi ha lasciato è qualcosa di molto più profondo: guardare il mondo con il cuore aperto, uno sguardo attento, dignità e rispetto, e portare avanti la sua eredità con grazia.
Qual era l'idea sviluppata da tuo padre?
Aveva immaginato di far dialogare passato e presente attraverso il suo archivio fotografico. La sua idea era quella di realizzare ritratti in studio utilizzando come sfondo una selezione di sue fotografie inedite, permettendo così a momenti diversi nel tempo di coesistere all'interno di un'unica inquadratura.
Tu come hai portato avanti il progetto?
Ho capito che, per me, onorare la sua eredità significava andare oltre le fotografie stesse e cercare di comprendere il suo modo di guardare il mondo. Mio padre apparteneva alla strada, alla gente che aveva fotografato per tutta la vita. Così ho deciso di portare fuori dallo studio l'idea che aveva sviluppato e di riportare le sue fotografie nei luoghi in cui erano state scattate. Le sue immagini originali e inedite sono rimaste intatte all'interno dell'inquadratura, mentre io mi sono posta alle sue spalle, quasi rendendolo invisibile, per fotografare il mondo di oggi che prendeva vita intorno alle sue immagini. In questo modo volevo riunire le molteplici realtà che compongono l'India, dove convivono caste, classi sociali, generi, comunità, trame, espressioni, bellezza e intensità. Il passato e il presente abitano la stessa inquadratura, ciascuno conservando la propria identità, ma diventando parte di un insieme più ampio.
Quali luoghi hai scelto?
Siamo tornati nei luoghi di Delhi che mio padre amava e aveva fotografato durante tutta la sua vita. Con l'aiuto di Nandan, il suo autista di lunga data, abbiamo ripercorso i suoi itinerari attraversando mercati, quartieri storici, strade affollate e le rive del fiume Yamuna. Era sempre stato affascinato dalla trasformazione delle città, in particolare da tutto ciò che rischiava di scomparire.
A Mumbai abbiamo esplorato un ritmo diverso della città, passando dall'architettura contemporanea e dagli spazi frequentati dai giovani ai quartieri più antichi e alle comunità di pescatori. Ciò che mi interessava in entrambe le città era la coesistenza di mondi diversi, spesso a poche strade di distanza l'uno dall'altro. Sono luoghi in continua trasformazione, che tuttavia custodiscono ancora gran parte del proprio passato.
Anche le persone hanno un ruolo centrale nel progetto.
Assolutamente. Mio padre fotografava persone di ogni estrazione sociale, religione, età e professione con la stessa curiosità e lo stesso rispetto per la loro dignità. Non ha mai tracciato una distinzione tra lo straordinario e l'ordinario. Un musicista, un artigiano, un bambino per strada o un ballerino potevano tutti trovare spazio nella stessa inquadratura. Aveva una straordinaria capacità di riconoscere come realtà differenti potessero coesistere, senza che l'una sminuisse l'altra. Volevo che questo senso di umanità e convivenza rimanesse al centro del progetto.
Com'è stata la collaborazione con Sølve Sundsbø?
Tra me e Sølve c'è stato un dialogo costante, ma in qualche modo anche con mio padre e con le idee che aveva lasciato. Sebbene non fosse più fisicamente presente, il suo lavoro ha accompagnato ogni mia decisione. In un certo senso, era come se nella stanza ci fossero tre artisti: due fisicamente presenti e uno che continuava a esserlo attraverso le sue fotografie.
Hai detto che attraverso la fotografia continui a incontrare tuo padre. Cosa intendi?
Quando guardo attraverso l'obiettivo, il mondo sembra rallentare. Viviamo in un'epoca in cui le immagini vengono prodotte continuamente, la tecnologia avanza più velocemente che mai e la vita raramente si ferma. Per me, invece, la macchina fotografica mi chiede proprio questo: fermarmi e aspettare che lo straordinario emerga dall'ordinario, qualcosa che ho imparato da mio padre. In
quell'attesa trovo un silenzio assoluto, anche quando tutto intorno a me regna il caos. È in quel silenzio che inizio a dialogare con lui. C'è un istinto viscerale, un sussulto del cuore, che mi fa capire quando è arrivato il momento. Ed è allora che scatto. È lì che incontro mio padre, nel rallentare, nell'attesa. Non mi ha mai insegnato come fotografare. Mi ha insegnato qualcosa di molto più fondamentale: come essere pienamente presenti e ricettivi nei confronti del mondo che ci circonda. Osservare, aspettare e rimanere aperti a ciò che può accadere. Mi ha insegnato che una fotografia non può essere forzata: bisogna essere presenti quando la vita si rivela. Credo sia questo ciò che continuo a cercare e ciò che, ogni volta, mi riporta a lui.
La macchina fotografica mi chiede proprio questo: fermarmi e aspettare che lo straordinario emerga dall'ordinario, qualcosa che ho imparato da mio padre.