Lo sguardo di Sølve Sundsbø, già autore dell'edizione 2026, si unisce a quello di Raghu Rai, maestro della fotografia indiana scomparso nell'aprile 2026, e di sua figlia Avani Rai, che ha raccolto l'eredità del padre e portato avanti il progetto dopo la sua scomparsa. «Non me la sentivo di provare a rappresentare l'India in tutta la sua complessità. Io non avevo il diritto di farlo. Ho lasciato a Raghu e Avani Rai il compito di cogliere l'essenza più profonda del Paese. Io ho scelto invece di concentrarmi sui ritratti di straordinarie donne indiane, giocando con le texture degli abiti, sui colori e sui contrasti», racconta Sundsbø, che ha ritratto nove donne legate all'India tra il Jaigarh Fort di Jaipur e Ajabgarh, in Rajasthan.
Dopo il Calendario Pirelli 2026 dedicato agli elementi, cosa ti ha spinto a rivolgere lo sguardo all'India per l'edizione 2027?
L'India è un luogo di straordinaria ricchezza culturale, umana e creativa. Fin dall'inizio, per me è stato fondamentale lavorare accanto a qualcuno che la conoscesse intimamente. Collaborare con Raghu Rai, che ha dedicato gran parte della sua vita a raccontare l'India attraverso il suo obiettivo, è stato un privilegio. Mi piace pensare che questo Calendario nasca proprio dall'incontro di più sguardi: il mio, rivolto alle persone e alle loro storie, e quello di Raghu, e poi di Avani, che ha portato avanti il progetto, capace di cogliere e restituire l'anima più autentica del Paese.
Come hai costruito il cast di questa edizione del Calendario?
Volevo riunire donne provenienti dall'India o con radici indiane che avessero lasciato un segno nei rispettivi ambiti. Il risultato è un gruppo di nove protagoniste, ciascuna con una storia unica da raccontare.
Come hai scelto le location degli scatti?
Uno degli aspetti più complessi era trovare un luogo capace di evocare la ricchezza e la diversità dell'India senza pretendere di rappresentarla interamente. Ho analizzato immagini provenienti da molte località e valutato diverse ambientazioni, ma il Forte Jaigarh, a Jaipur, nel Rajasthan, si è imposto fin da subito come la scelta ideale. Era esattamente il luogo di cui avevamo bisogno. Un luogo in cui, nello stesso spazio, convivono atmosfere, luci e architetture molto diverse tra loro. Questa ricchezza visiva ha permesso di costruire immagini differenti, mantenendo però una forte coerenza narrativa.
Come descriveresti il linguaggio visivo di questo Calendario?
Sono immagini costruite attorno al colore, alla luce e al contrasto. Ci sono tessuti luminosi, fiori sospesi su superfici d'acqua che sembrano specchi, colori intensi e le ombre create dalle geometrie della pietra. Ogni ritratto possiede una propria identità e nasce dall'incontro tra la persona fotografata e l'ambiente che la circonda.
Hai cercato di rappresentare l'essenza dell'India attraverso questi scatti?
Sarebbe impossibile. L'India è troppo vasta, complessa e mutevole per essere racchiusa in una definizione o in una serie di immagini. È una realtà talmente ricca di stimoli e riferimenti che il vero lavoro consiste nel togliere, nel semplificare, nel capire cosa lasciare fuori dall'inquadratura oltre che dentro.
Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?
Mi ha fatto venire voglia di esplorare l'India molto più a fondo. L'avevo già visitata in passato, ma ho la sensazione di averci viaggiato per tutta la vita attraverso l'immaginazione. È uno di quei luoghi che vivono profondamente nella mente delle persone. E quando finalmente ci arrivi, tutto ciò che avevi immaginato prende vita in modo sorprendente.