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Viaggiare, per vivere

Viaggiare, per vivere 01

“Ci raccontiamo storie per poter vivere”. È quello che Joan Didion scrisse nella sua raccolta di saggi intitolata L'Album Bianco del 1979, ma è un'affermazione valida sin dalla notte dei tempi. I racconti sono il mezzo più antico di comunicazione - e di sopravvivenza - che sappiamo essere stato utilizzato dall'uomo fin dalle epoche più remote.

Per tramandare i miti e le leggende che hanno contribuito a trasmettere la saggezza di generazione in generazione, per narrare di viaggi in terre lontane e raccontare storie che mettono in guardia dai pericoli e insegnano la sopravvivenza, il buon narratore non serviva solo a divertire ma rappresentava anche una figura necessaria. Poiché siamo probabilmente i soli esseri nel mondo animale in grado di inventare e raccontare storie, questa tradizione è una di quelle cose che definisce e caratterizza l'umanità. 

Negli anni che ho trascorso a viaggiare per il mondo, la risposta che mi sono data alla domanda sul perché viaggiamo è stata che fosse per soddisfare questo semplice e ancestrale bisogno umano: il raccontare storie. Il mio lavoro da editore di Boat Magazine (boatmag.com), una rivista di viaggi e cultura che tratta ogni volta di una destinazione diversa, mi ha portata a scoprire storie provenienti da culture diverse e appropriarmene - un esperienza piacevole e istruttiva. 

Grazie al viaggio, il buon ascoltatore è in grado di diventare un bravo narratore. L'individuo che durante una festa riesce a far convergere l'attenzione su di se è colui che è stato in grado di memorizzare dettagli e sfumature di una situazione a tal punto che per lui raccontarli diventa facile come respirare. Gli intrecci di queste storie riescono a trasportare gli ascoltatori in quei tempi e luoghi. Le qualità che caratterizzano il buon narratore sono le stesse che caratterizzano il buon viaggiatore. È questa capacità di coinvolgere tutti i sensi nell'ascoltare indipendentemente dal contesto culturale in cui ci si trova. Assorbire i dettagli, fonderli tra loro, trarre un senso da essi; questo è ciò che ci rende umani. La capacità di superare le differenze, questo è l'elemento che ci accomuna. 

Viaggiare, per vivere 02

Non molto tempo fa ho potuto visitare la Birmania, un paese che per sessant'anni è stato precluso ai visitatori a causa della sua difficile situazione politica. Yangon, che significa "fine del conflitto", è l'antica città capitale, un posto che per molti anni ho sognato di andare a visitare. Dal 2011, da quando si è insediato un nuovo governo civile (una transizione che non fu semplice), la Birmania si è gradualmente aperta al mondo. Si è aperta una fase storica completamente nuova per il paese e per Yangon. 

Per chi è stato mandato lì con il compito di descrivere questo luogo, deve essere stato facile vedere e percepire la tensione tra passato e presente, tra la chiusura e l'apertura, tra la tradizione e la modernità. La Birmania si trova in una fase storica di transizione. Ed è una cosa di cui sentono il bisogno di parlarti tutti i locali - di come ad esempio il traffico non è mai stato così intenso, di come sono aumentati i prezzi delle case, ma anche del fatto che sono tornati nel panorama culturale del paese gli eventi musicali, le mostre e le gallerie d'arte e - incredibile - si possono perfino vedere dei graffiti sui muri delle strade. 

Durante la mia permanenza in Birmania ho capito quanto fosse sottile la corda sulla quale cammina il narratore, quando le storie da raccontare provengono da un tempo e da un luogo così complesso che il rioschio è di parlarne in maniera semplicistica. L'unico modo per me di dare un senso concettuale alla Birmania è stato di associarla mentalmente allo stato liminale del risveglio; uno stato che rileva un po' dal sogno e un po' dal dolore. Il desiderio di rimanere sotto le coperte e allo stesso tempo la spinta ad alzarsi e uscire. Al di là di questo, tutto ciò che sono riuscita a raccogliere sono dettagli della vita quotidiana di oggi. 

Viaggiare, per vivere 03

La scarica energetica del tè caldo servito con latte condensato dolce, che non hai nemmeno il tempo di finire prima che te ne venga subito offerta un'altra tazza. L'insalata fatta con foglie di tè fermentate e la zuppa di pesce piccante con noodles. Le cerimonie tradizionali, i templi e l'importanza dei compleanni. L'oro della Pagoda Shwedagon nella luce del primo mattino e i due milioni di pipistrelli che ogni sera dalle sue travi spiccano il volo per andare alla ricerca di cibo. Nella città  risiede un'alchimia magica di elementi, tangibili e intangibili, che non ho mai trovato da nessun'altra parte nel mondo. Quel luogo mi ha lasciata quasi senza parole. 

Un anno dopo aver visitato la Birmania, mi sono trasferita in una nuova casa a Los Angeles. Prima di avere avuto l'occasione di incontrare i miei vicini, mi giungeva spesso un odore unico ma noto che proveniva dalla cucina di qualche vicino; assomigliava all'odore del curry che avevo mangiato a Yangon, ma poteva mai essere quello? L’olfatto mi ha condotta alla casa dei miei vicini. E ho scoperto che la loro famiglia è immigrata in California dal turbolento stato del Rachine, appunto, in Birmania. I loro sorrisi calorosi mi hanno riportato alla memoria quella settimana che ho trascorso nel loro paese natale; ci capita ancora oggi di parlare dei loro piatti tradizionali e della loro cucina in generale, della situazione politica del paese, del fatto che tra i loro precedenti vicini, nessuno aveva mai sentito parlare della Birmania, tantomeno visitata. 

È stupefacente che il posto di cui ho avuto maggiore difficoltà a scrivere - un luogo così lontano e estraneo a me - è lo stesso che mi ha fatta sentire così tanto a casa qui a Los Angeles che è distante più di 13.000 chilometri dalla Birmania. È il punto di collegamento tra me e i miei vicini. 

Sempre Joan Didion, parlando dell'arte di raccontar storie ci dice che cerchiamo gli aspetti positivi di una situazione e poi "interpretiamo quello che vediamo, e operiamo una scelta tra i vari elementi che raccogliamo, selezionando quelli più degni di interesse". Quando in viaggio, infatti, operiamo una selezione dei più forti tra quegli elementi, le idee e il modo di essere. Vaghiamo per il mondo, alla ricerca di qualcosa di positivo e interpretiamo ciò che troviamo per dare un senso nostro alle cose. Se poi quello che abbiamo imparato migliora il nostro modo di pensare o di vivere, allora è successa una cosa bellissima. Ma se viviamo il viaggio semplicemente per poter raccontarne la storia, allora ci ricolleghiamo alle nostre radici più antiche. Tutti coloro che sentono l'esigenza di partire potrebbero essere affetti da quella smania antica di raccontar storie. In un certo senso, è il nostro istinto di sopravvivenza che riemerge con violenza. 

È innegabile: ci sono alcuni di noi che viaggiano, per poter vivere.

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