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PIRELLI.COM / WORLD

Intervista a Peter Lindbergh

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Un vero maestro e innovatore, nel corso della sua carriera Peter Lindbergh ha realizzato alcune delle fotografie più iconiche del mondo della moda. Ricordiamo, ad esempio, le foto in bianco e nero scattate per Vogue nel 1988, che ritraggono un gruppo di modelle, ai tempi ancora poco conosciute, in camicia bianca su una spiaggia, incluse le giovani Linda Evangelista, Christy Turlington e Tatjana Patitz. Oppure la copertina di British Vogue del gennaio del 1990: uno scatto di Evangelista, Turlington e Patitz insieme a Naomi Campbell e Cindy Crawford, oggi considerato il certificato di nascita del fenomeno delle supermodelle. O ancora le fotografie scattate negli anni Novanta di Claudia Schiffer e Kate Moss, e quelle più recenti di Gisele Bündchen e Cara Delevingne.

Poi ci sono i due Calendari Pirelli, il primo del 1996 e il secondo del 2002, che per la prima volta hanno delle attrici come protagoniste. Per il Calendario Pirelli del 2017, Peter Lindbergh va oltre l'obiettivo con l'idea che “il talento è più importante della bellezza”. Per sviluppare il concetto, recluta 15 attrici – Kate Winslet, Penelope Cruz, Nicole Kidman, Dame Helen Mirren, Uma Thurman, Robin Wright, Lupita Nyong’o, Alicia Vikander, Julianne Moore, Rooney Mara, Jessica Chastain, Charlotte Rampling, Zhang Ziyi, Lea Seydoux – oltre a Anastasia Ignatova, docente di scienze politiche a Mosca incontrata da Lindbergh l'anno scorso. Il Calendario non è l'unico progetto a cui il fotografo ha lavorato quest'anno: proprio mentre era alla ricerca delle location per il calendario, Lindbergh ha visitato l'hub tecnologico di Settimo Torinese, la struttura più avanzata del mondo Pirelli. Le fotografie scattate durante la visita dovevano inizialmente essere incluse nel calendario, ma considerate la bellezza e l'importanza di tali immagini, il fotografo e Marco Tronchetti Provera, Vice Presidente Esecutivo e Amministratore Delegato, hanno deciso di destinarle a una futura mostra sull'innovazione prevista per il 2017. Peter Lindbergh ha parlato con noi della sua visita all'hub tecnologico di Settimo Torinese, del suo nuovo interesse verso i soggetti inanimati e del futuro della fotografia di moda e dell’arte.

Perché un hub tecnologico? Quali sono le circostanze che l'hanno portata a scattare a Settimo Torinese?

Tutto è iniziato quando Marco Tronchetti Provera mi ha detto: “Peter, siamo una compagnia high-tech, e io vorrei fare qualcosa di innovativo”. La sua idea era introdurre alcuni aspetti tecnici nel nuovo calendario Pirelli, cosa che ho trovato interessante. In realtà, ad essere onesti, all'inizio avevo detto a Marco che quest'idea non era realizzabile. Ma poi, parlando con lui, ho trovato il suo punto di vista così sofisticato e intellettualmente stimolante che mi sono lasciato assorbire dall’incarico. Mi ha raccontato cosa significano le macchine per lui e per la storia di Pirelli e, a quel punto, ho trovato l'idea, con tutte le sue varie sfaccettature, molto, molto intrigante. Il pomeriggio successivo sono partito semplicemente per un'occhiata e testare le mie sensazioni. Molto presto mi sono reso conto che, dal punto di vista della produzione, sarebbe stato impossibile portare le attrici nello stabilimento e scattare le foto in loco; mi sono quindi offerto di andarci da solo per fare foto della fabbrica, delle macchine e dei robot, e cercare di stabilire una connessione emotiva con loro, facendoli sembrare persone reali. Non ero sicuro di riuscirci, ma il risultato era, ed è tuttora, molto soddisfacente. Alcuni  robot si comportavano davvero come degli umani.

Com'è stato lavorare in un ambiente così hi-tech?

Mi sono sentito come sotto l'effetto di droghe spaziali, su un altro pianeta o universo. Non avevo mai visto dei robot in uno stabilimento, e quando ho osservato la precisione con cui lavoravano, il solo immaginare che qualcosa del genere fosse possibile, mi ha sconvolto. Guardandoli ho capito cosa Marco avesse cercato di dirmi, la ragione per cui prova un interesse quasi filosofico nei confronti dello stabilimento e di queste macchine. Finalmente ho capito non solo il suo punto di vista, ma anche la sua passione per questi che sono risultati incredibili. Non avrei mai potuto immaginare che i robot fossero tanto cinematografici e allo stesso tempo simili agli esseri umani. Mi sembrava di poterli toccare e capirli. È stata un'esperienza fantastica. 

Può spiegare i suoi punti di riferimento estetici e l'ideale di bellezza alla base della sua fotografia? 

Volevo usare il Calendario del 2017 per parlare di un diverso tipo di bellezza. Al giorno d'oggi il sistema ne promuove solo un tipo, strettamente connesso alla perfezione, poichè si basa sul consumismo la cui idea di bellezza non ha nulla a che fare con la realtà e con le donne. Penso che sia necessario fare un passo indietro e renderci conto che questa stessa idea non aiuta le donne, anzi. Vorrei poter quindi inviare un altro messaggio e cioè che la bellezza va ben oltre ciò che siamo abituati a vedere nelle pubblicità. 

L'innovazione tecnologica influenza i suoi lavori?

No, perché mi sono tutelato. Al giorno d’oggi i fotografi giovani, spesso, non sanno cosa significhi usare una macchina fotografica analogica. Io, che conosco bene la pellicola,  non sentivo il bisogno delle macchine fotografiche digitali, ero soddisfatto così. Poi, col tempo, ho imparato che il digitale è fantastico tranne per due aspetti. In primo luogo, l'immagine digitale è troppo nitida e perde in morbidezza ed emozione; infatti, utilizzo Photoshop proprio per ridurre l'effetto digitale. In secondo luogo, il problema più fastidioso quando si lavora con una macchina fotografica digitale è che lo shooting è diventato uno sforzo collettivo. Io sono di fronte al soggetto e quando scatto una foto, questa appare su uno schermo in un'altra stanza, con dieci persone che la vedono, la giudicano e danno consigli. Un modo di scattare, questo, che ha rovinato completamente l'intimità tra il fotografo e il soggetto, che è poi quel che mi interessa, perché è da lì che nascono le migliori fotografie. Il digitale mi impedisce di stabilire questa connessione speciale. 

Credo si tratti della democratizzazione della fotografia. 

Esattamente. L'idea stessa che chiunque possa influenzare il lavoro del fotografo in tempo reale su uno schermo mentre sta scattando sta uccidendo la fotografia. Prevedo che tra 20 anni non ci saranno più fotografi. Ma attenzione, non sono contrario a Instagram e all'idea che chiunque possa scattare foto interessanti. Trovo che Instagram sia una boccata d'aria fresca, e che sia spesso più interessante di alcune noiose fotografie nelle riviste. Mi preoccupa più l'idea che chiunque possa avere un'opinione ed esprimerla senza avere del talento.

Quali sono le sue maggiori fonti di ispirazione? 

Non ho cassetti speciali in cui nascondo fonti di creatività. Tutto ciò che vedo mi ispira e verrà prima o poi usato per fare qualcosa. Evito le sfilate di moda: preferisco impiegare quel tempo per fare dell'altro. Spesso vado a vedere gli abiti negli atelier di amici, per esempio oggi ho passato la giornata con il mio amico Azzedine Alaïa. Lavoreremo a un progetto insieme e mi ha mostrato la sua nuova collezione, che includeva vestiti incredibilmente belli. Viaggio perché voglio produrre la mia visione, quindi viaggio quando ho già un'idea che ha bisogno di essere messa in azione. Di certo non traggo ispirazione dalle sfilate; infatti non ci vado, l'ultima è stata quindici anni fa. Qualche anno fa, in un dibattito sulla fotografia di moda, qualcuno ha detto: il compito della fotografia di moda è mostrare gli abiti. Questo è giusto solo in parte. Direi piuttosto che la fotografia di moda non dovrebbe essere ridotta solo a documentare i capi e aiutare il settore a venderli, ma bisognerebbe garantirle la libertà di esistere in un contesto molto più ampio, più ampio della moda stessa.

Per lei qual è l'aspetto più importante della creatività?

Penso che la prima domanda da porsi sia: dove sta la creatività? E la seconda sia: come accedervi? E poi ancora: come usarla? È un argomento che trovo affascinante e su cui ho riflettuto molto in passato. In fin dei conti credo che la creatività derivi dalla propria visione del mondo, che in qualche modo rinasce grazie all'esperienza. Molte persone possiedono la creatività ma non sanno come accedervi. Io faccio meditazione trascendentale da quarant'anni e so che mi ha aiutato molto a scoprire chi sono e a trovare la mia strada interiore.

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