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Tv series
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Books

The Handmaid’s Tale è il caso più emblematico di scrittura che ispira una serie televisiva, ma che al tempo stesso si fa fagocitare dalla serie medesima. In senso del tutto virtuoso, sia ben chiaro. Il grande classico omonimo scritto nel 1985 da Margaret Atwood, tra le maggiori scrittrici canadesi di sempre, è alla base della serie prodotta da Hulu su una società distopica chiamata Gilead, in cui la maggior parte delle donne è costretta al ruolo di fattrici al servizio di un violento patriarcato. Atwood, invece di osservare da lontano l’adattamento del suo libro come si confà a tutti gli scrittori, si è spesa in prima linea perché l’anima del suo lavoro non venisse tradita. Ha dunque collaborato come consulting producer durante la lavorazione del progetto. E poi ha fatto accadere una cosa mai vista prima. Mentre la serie con Elisabeth Moss vinceva tutti i premi possibili (sono 11 gli Emmy Awards ricevuti in totale) e procedeva immaginando un seguito che il romanzo non prevedeva (è arrivata quest’anno alla terza stagione), Atwood ha deciso di scrivere lei stessa un sequel del volume originale. Il libro più atteso dell’anno, uscito nelle librerie di tutto il mondo lo stesso giorno (il 10 settembre 2019), è stato The Testaments, che fa procedere le vicende di Offred e delle altre ancelle. La domanda, in tempi in cui ogni confine viene abbattuto, è una sola: questo romanzo sarebbe esistito, se una serie televisiva di grande successo non l’avesse rilanciato su scala internazionale?

Fashion

Una tuta rossa può cambiare l’immaginario collettivo? Sì, e non solo quello. Riesce a ridefinire pure il mondo della moda, e il suo rapporto con i nuovi mezzi audiovisivi. La casa di carta, prima acquistata e ora direttamente prodotta da Netflix, è uno dei più incredibili fenomeni seriali degli ultimi anni: è la serie non in lingua inglese più vista in tutto il mondo, e ha ispirato movimenti anche politici. I rapinatori della Zecca di Madrid con indosso la tuta rossa, appunto, e la maschera di Salvador Dalí calcata in fronte sono stati imitati dai “ribelli di piazza” di ogni parte del pianeta: dagli studenti francesi ai giovani turchi, le nuove generazioni si sono impossessate del look di Tokyo (Úrsula Corberó), la più iconografica tra i protagonisti, e dei suoi compari, per manifestare la loro avversione al sistema. L’universo del fashion non poteva stare a guardare. E, in un doppio salto mortale, ha fatto entrare nelle collezioni ciò che gli spettatori della serie avevano già portato nelle strade. Una sorta di street-style cresciuto in modo spontaneo e poi, per così dire, istituzionalizzato dai grandi brand. Così è nata quest’anno, in contemporanea con l’arrivo della terza stagione, la linea di Diesel che prende le mosse dalla serie creata da Álex Pina: un compendio di capi che va da felpa e giubbotto inconfondibilmente rossi alle classiche t-shirt con logo. Tokyo, Rio, Nairobi, Berlino, e il Professore: non resta che scegliere il preferito, sullo schermo come nel guardaroba. Oggi va così.

Vision

Il mondo del videoclip ha sfornato, nei decenni passati, alcuni tra i più grandi autori del cinema. Da Michel Gondry a Spike Jonze, gli anni 2000 sono stati definiti dallo sguardo della generazione Mtv, per capirci. Ora il passaggio non è più verso il grande schermo: punta direttamente alle serie Tv. È il caso di Johan Renck, svedese eclettico con credits nella musica (con lo pseudonimo di Stakka Bo) e nella fotografia. Come regista ha iniziato nel mondo della pubblicità e, appunto, del videoclip. Nello stuolo di artisti con cui ha collaborato, figurano nomi come Madonna, Kylie Minogue, New Order, Robbie Williams, oltre al David Bowie finale e definitivo: sono suoi i videoclip di Blackstar e Lazarus, con cui il Duca Bianco si è congedato per sempre. Il cinema sembrava un passaggio naturale: Renck ci ha provato con Downloading Nancy (2008), senza troppo successo. Il salto obbligatorio erano le serie. Dopo aver diretto episodi di colossi come Breaking Bad e The Walking Dead, il primo vero lavoro da autore in solitaria è arrivato quest’anno. Ed è la miniserie più premiata della stagione. Chernobyl, scaturita dalla collaborazione tra HBO e Sky Atlantic, è l’esempio di come uno sguardo per così dire “esterno” possa diventare più cinematografico della maggior parte dei film di oggi. Oltre all’Emmy per la migliore miniserie, Renck ha vinto anche la statuetta per la regia, battendo colleghi formatisi nel cinema come il veterano Stephen Frears e Ava DuVernay. Video killed the cinema stars.

Lifestyle

Una volta i grandi stilisti “vestivano” il cinema: basti pensare a re Giorgio Armani e ai suoi completi prestati a Richard Gere per American Gigolo e a Kevin Costner per The Untouchables. Oggi sono le serie ad inventarsi la moda, in un processo uguale e contrario. Il caso Stranger Things è tra i più rilevanti in questo senso. Perché, nel ricostruire l’immaginario Eighties che fa da sfondo alla vicenda nostalgico-paranormale, i produttori della serie hanno avuto la capacità di riaggiornare quei canoni estetici e farli rivivere oggi. Provocando un piccolo terremoto tra i brand rivolti al pubblico più giovane, che ha fatto della serie Netflix un cult. Chiunque si è mosso per replicare il mood del guardaroba di Eleven (Millie Bobby Brown, diventata la maggiore fashion icon dell’universo teen contemporaneo) e soci. Dalla camicia con stampe fluo di Hot Topic direttamente ispirata al look della piccola “aliena” alle giacche e cappellini Levi’s con scritte e stampe che rimandano prepotentemente ai vestiti dei protagonisti, passando per le felpe con cappuccio di Nike su cui campeggia la scritta “Hawkins Phys. Ed” (Hawkins è il nome della cittadina in cui è ambientata la serie) e persino per le classiche infradito Havaianas, con un’immagine del cosiddetto Sottosopra da mettersi, letteralmente, sotto i piedi. I fan più giovani rispondono numerosi all’ondata di merchandising pensato ad hoc. Che costituisce una vera evoluzione: oggi non si sfornano più inutili gadget, si crea un nuovo fashion.

Sound

La musica è l’arte che supera più facilmente le barriere. Soprattutto, quando sono il cinema e la Tv a saccheggiarla. Così è stato per i Mogwai, la band scozzese capitanata da Stuart Braithwaite e Dominic Aitchison, formatisi nel 1996 e finita in un numero non quantificabile di colonne sonore: ad accorgersi per primo del potenziale del gruppo fu, chi l’avrebbe mai detto, Sex and the City. A quel punto, perché non fare da soli? E, dunque, impossessarsi del sound di intere produzioni, dove non essere più solo ospiti ma artefici del tappeto sonoro. Il primo lavoro “da soli” nel panorama della serialità è stato in Les revenants, il titolo francese che ha ridefinito i canoni della sci-fi d’autore. Ma la collaborazione più interessante arriva ora. Ed è, almeno in parte, “made in Italy”. Sono stati i Mogwai a pensare la colonna sonora di ZeroZeroZero, il progetto nato dal libro-inchiesta di Roberto Saviano (Gomorra) e diretto da Stefano Sollima (Sicario: Day of the Soldado) e prodotta per Sky Atlantic con capitali statunitensi e italiani. La mappa internazionale è quella in scena: al centro c’è il “giro della cocaina” che coinvolge i cinque continenti. Su questa mappa, si inseriscono perfettamente i Mogwai, autori da sempre di musica che supera i confini e i generi, adattabile ad ogni storia e luogo, al tempo stesso evanescente e presente. Non è più una colonna sonora, ma un sound che, unito alle idee di uno showrunner, può inventare l’abito di una produzione. Confezionare una serie, ora, è anche questo.

Storytelling

Donald Glover, un tempo, non si chiamava così. Donald Glover per tutti era Childish Gambino, e quel nom de plume avrebbe potuto bastargli. Era tra i rapper, se non il rapper, più innovativo e acclamato sulla piazza, ma evidentemente ciò non era sufficiente. Non per lui. Quindi eccolo reiventarsi su più fronti e allargare il suo già ampio raggio d’azione, ma senza porre nessun ostacolo tra un ruolo e l’altro, tra una disciplina e l’altra. Basta guardare la sua definizione su Wikipedia, per quel che vale: Donald McKinley Glover Jr. is an American actor, comedian, writer, producer, director, musician, and DJ. Il boom definitivo, in una nicchia di pubblico che va allargandosi sempre di più, con Atlanta, la serie prodotta da FX che racconta, meglio di tutti, il mondo del black ghetto dall’interno. Donald non è più Childish (né mcDJ, il suo terzo nome, quello che utilizza quando mette i dischi), ma lo è all’ennesima potenza. Nel suo universo, non esiste più un linguaggio musicale o un linguaggio cinematografico-televisivo, tutto va insieme, è Glover il veicolo che tiene insieme ogni cosa, e che crea uno storytelling coerente alla sua idea di racconto, che avvenga tramite i pezzi rap o attraverso la più classica delle serie di formazione. Donald – o Childish, o chiamatelo come più vi piace – dovrebbe, a questo punto, creare una nuova dicitura su Facebook e social assortiti: “Showrunner presso se stesso”. Musica o serie non importano: è lui, e nient’altro che lui, il racconto che vogliamo seguire.

Politics

Se c’è una figura che ha saputo travalicare ogni confine, in ogni momento della sua vita e della sua carriera, quella è Oprah Winfrey. D’accordo: è, tanto per cominciare, la più grande anchorwoman d’America, ma è un’etichetta sufficiente? Certo che no. È imprenditrice, editrice, filantropa, animatrice del più famoso Book Club del pianeta, attrice (con all’attivo una nomination agli Oscar come non protagonista per Il colore viola di Steven Spielberg, 1985) e produttrice (la seconda nomination agli Academy Awards è arrivata con Selma, tra i candidati al miglior film nel 2015). E l’elenco potrebbe continuare. Il filo rosso è sempre e solo uno: la politica. Ciò che tocca Oprah, diventa immediatamente un atto politico: a suo modo, è stata una sorta di Obama prima che Barack stesso entrasse alla Casa Bianca. Il suo ideale comizio rivolto agli Stati Uniti e al mondo è proseguito quest’anno con When They See Us, la miniserie distribuita da Netflix candidata a ben 16 Emmy e diretta da Ava DuVernay (la stessa regista di Selma, non a caso) che racconta uno dei casi di “mala giustizia” più incredibili di sempre, per il quale un gruppo di teenager afroamericani ingiustamente accusati di stupro ha visto la propria vita rovinata in una notte. Winfrey ne è la produttrice (insieme a, tra gli altri, Robert De Niro: altro nome che non vede confini) e il grande motore ispiratore. Nell’epoca del “Black Lives Matter”, ogni mezzo espressivo è lecito per restare la Presidente dei media a stelle e strisce.

Icon

Ci sono grandi nomi del cinema che passano alle produzioni televisive, e nessuno se ne accorge o quasi. Poi, c’è Meryl Streep. Se “la più grande attrice vivente” (ormai ci vorrebbe il copyright) entra nel cast di un’importante serie Tv, diventa una notizia più che rilevante. Un precedente c’era già stato: Angels in America di Mike Nichols, una miniserie prodotta da HBO nel lontano 2003 sulla base della pièce di Tony Kushner che però faceva l’effetto di un lungo film. L’epoca delle serie come le conosciamo era (profeticamente) appena cominciata. Era il principio della contaminazione, oggi diventata la prassi per autori, registi, attori e produttori. Ed ecco allora Meryl aggiungersi, per suo espresso desiderio come racconta oggi, alle altre luminosissime stelle del cinema come Nicole Kidman, Reese Witherspoon e Laura Dern in Big Little Lies, la serie che ha ridefinito il racconto “al femminile” sugli schermi e ha messo in pratica un nuovo modello di imprenditoria al femminile. Ovvero: un gruppo di donne che parte dal romanzo di un’autrice di successo (l’australiana Liane Moriarty), lo produce per la Tv (anche stavolta HBO) e ne fa un paradigma dello storytelling contemporaneo. Che una diva come Streep volesse saltare sul carro delle vincitrici, sembra oggi una mossa del tutto naturale. Il bello è che ha utilizzato la stessa preparazione riservata ai suoi grandi personaggi cinematografici: reinvenzione di un look, di un accento, di un carattere. Emmy (l’anno prossimo) in arrivo?

Master

Il dibattito è aperto: è giusto che il Grande Cinema si faccia rapire dal canto delle sirene dello streaming? Le fazioni sono ben distinte e, in estrema sintesi, capitanate da due mostri sacri di Hollywood. Da una parte c’è Steven Spielberg, che si è posto dichiaratamente contro Netflix (e contro l’Oscar al capolavoro di Alfonso Cuarón, Roma): la visione nelle sale tradizionali va preservata. Dall’altra c’è Martin Scorsese, che invece da Netflix s’è fatto produrre il suo film più ambizioso: The Irishman, uno dei cavalli di punta della stagione. Passerà anche dai classici cinema, ma la maggior parte degli spettatori lo vedrà su computer e smartphone. Che il grande Marty sia un fan della modernità, non è una sorpresa. Sarà perché le barriere le ha superate sempre, senza pregiudizi riguardo ai mezzi su cui vedere i film. O le serie tv. Il titolo a cui resta più legato è Vinyl, prodotto (insieme a Mick Jagger!) per HBO, durato una sola stagione, ma rimasto un punto di riferimento per i fanatici del rock (e non solo). Scorsese guida la pattuglia di grandi autori che producono o dirigono serie di tutti i tipi: da Spike Lee (She’s Gotta Have It, su Netflix) a David Fincher (Mindhunter, sempre su Netflix), passando per Ridley Scott (l’ultima è Taboo, per BBC One). Ironia della sorte, tra questi c’è anche Spielberg: dal classico Band of Brothers all’imminente Halo, sono tanti i titoli che ha prodotto per la Tv. Si è forse dimenticato che oggi gli schermi sono diventati ancora più piccoli?

Coolness

Ci sono serie di culto collettivo. E poi c’è Peaky Blinders. Dire che la produzione ideata da Steven Knight per la BBC, disponibile in tutto il mondo su Netflix, è semplicemente un cult, è farle un torto. I ragazzi delle gang che, nell’Inghilterra di inizio ’900, governano il Paese direttamente dalla strada sono diventati un caposaldo anche nel look. Tanto che la contaminazione in fatto di coolness è totale. Uno dei fan più appassionati della serie è il campionissimo David Beckham. Che non si limita a fare da ambassador indiretto al titolo. Quest’anno, ha lanciato una collezione di abbigliamento ispirata al guardaroba di Cillian Murphy e degli altri gangster protagonisti. «Sono un grande fan di Peaky Blinders, il nostro marchio ne ammira lo stile unico e ha fatto di tutto per mantenere quella autenticità», ha dichiarato Mr. Beckham al Guardian. Il brand è Kent & Curven, la linea invece The Garrison Tailors, con “sottotitolo” che ne attesta la vicinanza al mondo di Thomas Shelby, il capo della banda: «By order of the Peaky Blinders», si legge sull’etichetta. Da mettere nell’armadio, una serie di capi classicamente British: giacche, gilet, pantaloni di tweed e le immancabili coppole che, da accessorio working class, sono diventate un must-have anche per i neo-dandy. David, che ha acquisito la passione da designer dalla moglie Victoria (anche lei esempio di figura che travalica i confini), è il testimonial perfetto: un gentleman moderno, ma con l’aria del bastardo d’altri tempi.

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