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To the Moon
and back

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Non serve avere letto molti Urania per sapere che la Luna doveva essere solo l’inizio. Una volta messo il piede lì, ci saremmo tornati, costruendo basi e continuando l’esplorazione spaziale fino a chissà quale galassia. Cos’altro avremmo potuto fare? Sarebbe assurdo per una civiltà riuscire a portare a termine alcune missioni di questo tipo, spedendo uomini sulla Luna per poi… non fare nient’altro. Sarebbe stato assurdo limitarsi a una partita a golf senza gravità, a un giro su una dunebuggy spaziale e a nulla di più.

Eppure è proprio quello che è successo. Solo undici persone hanno camminato sulla Luna, tutte per conto dell’Agenzia Spaziale Statunitense, la NASA. La prima missione, Apollo 11, avvenne cinquant’anni fa, nel luglio 1969, e portò sulla superficie lunare Neil Armstrong e Buzz Aldrin. L’ultimo astronauta a visitarla fu Gene Cernan, nel 1972. La stagione lunare durò appena tre anni, le priorità cambiarono e i bilanci dello Stato americano trovarono altri modi di spendere i soldi.

A tarpare le ali di Apollo e in generale della corsa allo spazio furono molte cause che di scientifico avevano ben poco. Non è una sorpresa, visto che il cosiddetto “moonshot”, la corsa alla Luna avviata dal presidente John Fitzgerald Kennedy nel 1962, era stata una pedina puramente strategica, dall’anima geopolitica più che scientifica. E in quanto mossa politica, si prestò ai facili cambi di vento del Congresso: se Kennedy ci mise appena un mese ad allocare il 4,4% del budget nazionale alla NASA, a Richard Nixon non servì molto di più per porre fine al programma Apollo e concentrarsi su altro.

Il contesto storico è come sempre essenziale alla comprensione di quegli strani tre anni: all’inizio degli anni Sessanta, per esempio, l’Unione Sovietica sembrava destinata a dominare la corsa allo spazio, grazie a missioni di successo come quella di Sputnik, primo satellite in orbita terrestre della storia, o il viaggio di Yuri Gagarin, primo essere umano ad andare nello Spazio. Gli astronauti erano all’epoca cosmonauti, come suggeriva la propaganda dell’URSS, cittadini sovietici mandati a portare il Sole dell’Avvenire nel buio dello spazio. Furono proprio questi successi a spingere Kennedy a rispondere, dando nuovo ossigeno all’agenzia spaziale americana (prima di optare per la Luna, a dire il vero, JFK spinse un piano per desalinizzare l’acqua del mare – qui, sulla Terra). Era la Guerra Fredda, che viveva i suoi mesi più angoscianti, a decretare le scelte. Basti pensare che appena un mese dopo l’annuncio di Kennedy, con cui scommise di mandare una persona sulla Luna («We choose to go to the Moon»), ci sarebbe stata la crisi di Cuba alla Baia dei Porci.

La Luna fu una scelta sicuramente perfetta: l’elemento lirico per eccellenza, protagonista di serate romantiche, poesie, canzoni e un sorprendente simbolo di potere. Piantare una bandiera a stelle e strisce sul suolo lunare è stata una power move di proporzioni inedite dal punto di vista scientifico, iconico (l’orma dell’astronauta, le foto, la diretta…) e culturale.

GIOCATORI MULTIPLI

Dopo decenni di calma piatta, oggi viviamo un periodo di ritrovato interesse per il nostro satellite. Nemmeno questa volta la pura scoperta scientifica è esattamente in cima alla lista di ciò che anima gli interessati, ma ci sono alcune novità notevoli: la Russia manca all’appello ma è stata soppiantata da nuovi player nazionali, che a loro volta sono inseguiti da privati. Aziende, startup, governi e singoli miliardari: nel 2019, la corsa alla Luna è competitiva quanto sgangherata.

Gli anni si sentono tutti. Quello che all’epoca potevano solo due superpotenze – entrambe investendo quote massicce del loro bilancio – oggi è alla portata di più persone e aziende, visti i costi ridotti resi possibili dal progresso scientifico. Pensiamo ai razzi, oggi non più monopolio di agenzie spaziali ma regolarmente lanciati da aziende come SpaceX e Masten, spesso nate da team di poche decine di persone, che hanno in pochi anni intaccato il monopolio preesistente. La NASA e giganti militari come Lockheed Martin Space, legati a doppio filo con le commesse governative di mezzo mondo, hanno ancora un ruolo importante, non dimentichiamolo; ma il panorama è cambiato: per la prima volta nella storia, è vario. Nuovi razzi che, come ha raccontato recentemente il CEO di Masten al New Yorker, «sono letteralmente operati da Raspberry Pi», un piccolo computer nato per insegnare i bambini a programmare. Si dice spesso che uno smartphone medio ha una potenza di calcolo superiore a quella del computer che portò l’uomo sulla Luna: ecco, appunto.

Anche la NASA mira a tornare sulla Luna, presto, grazie a nuovi fondi promessi dall’amministrazione Trump che vuole tornare sul satellite entro il 2024, quattro anni prima del previsto, e così l’Agenzia Spaziale Europea (ESA), che entro il 2025 ambisce a estrarre risorse dal terreno lunare. Spostandosi a est, la Cina ha portato quest’anno una sua sonda nel lato oscuro del satellite, facendo per altro germogliare delle piante di cotone in loco, e l’India proverà a visitare il Polo Sud con la missione Chandrayaan-2. Sono tutte missioni unmanned, come le chiamano gli addetti ai lavori, ovvero robotizzate e comandate dalla Terra, senza personale a bordo. Ma sono tante – e solo l’inizio.

I SOGNATORI DELLO SPAZIO

Tornando alla novità di questa moonrush, non ci sono solo stati sovrani a contendersi la Luna, anche i privati hanno mire piuttosto chiare. Cominciano con Jeff Bezos, fondatore e CEO di Amazon, persona più ricca del mondo e, nel tempo libero, finanziatore di Blue Origin, startup che ha da poco presentato Blue Moon, modulo pensato “a tornare sulla Luna, e rimanerci”. Bezos finanzia l’azienda con un miliardo di dollari l’anno e ha fatto intendere di voler aiutare anche la NASA, attore fondamentale per i lanci lunari.

Come la SpaceX di Elon Musk, co-fondatore di Paypal e CEO di Tesla, che nel 2002 ha fondato l’azienda con ambizioni che sembravano folli e solo ora sembrano più alla portata dell’umanità. Un nuovo player nel settore dei razzi, SpaceX ha come obiettivo finale quello di portare l’uomo su Marte e di favorire l’insediamento di una colonia umana sul pianeta rosso. La sua opera è stata essenziale nel ricordare quanto un lancio spaziale può affascinare e tenere incollato allo schermo milioni di persone. Se uno di quei razzi riuscisse nel futuro a volare fino a Marte, è facile immaginare la fama e la gloria dedicate ai responsabili della missione. Anche questo è importante per attirare nuove imprese e nuovi fondi a un settore che negli ultimi decenni è stato invece vituperato.

Quello dei miliardari tecnologici, imprenditori che hanno fatto la fortuna con l’esplosione di internet e degli smartphone, è un sottoinsieme considerevole dei partecipanti a questa corsa spaziale. Oltre ai citati Bezos e Musk, ci sono movimenti anche al di fuori della Silicon Valley, come dimostra la Virgin Galactic di Richard Branson, con cui vuole inserirsi nel futuro settore del turismo spaziale, per cui ha stretto un accordo con l’Agenzia spaziale italiana per l’utilizzo dello Grottaglie Spaceport.

Rimanendo in territorio digitale, Google cura il Lunar X Prize, una gara con 20 milioni di dollari in palio, destinati al team in grado di sviluppare un robot in grado di allunare, muoversi sulla superficie lunare e spedire a casa immagini ad alta definizione. Basta rovistare tra i vincitori di questo premio per trovare un sottobosco di promesse e ambizioni, come l’israeliana SpaceIL, Moon Express e Synergy Moon. Questi team, a loro volta, lavorano con aziende specializzate nel lancio come Spaceflight Industries, Rocket Lab e la suddetta SpaceX. Fondi, sogni di gloria e una migliore logistica hanno quindi cambiato il gioco dello spazio: se un team rocket science era sinonimo di una materia oscura e quasi impossibile, oggi sembra essere alla portata di più realtà.

NUOVI OBIETTIVI

La funzione della NASA è cambiata con lo stravolgimento generale del settore, diventando duplice. Da un lato il governo degli Stati Uniti continua a finanziarla per missioni spaziali manned or unmanned; dall’altro, è una piattaforma internazionale per questa nube di nuovi agenti del settore, a cui noleggia piattaforme di lancio ma con cui collabora attivamente per lo sviluppo di nuove tecnologie o missioni.

In questo contesto tornano a galla vecchie idee e concetti, come quello di colonie spaziali completamente artificiali, piccoli mondi di forme strane da riempire di città ma anche ambienti naturali. Sono idee che vengono da lontano, precisamente da Gerard O’Neill, scienziato della NASA che le propose a fine anni Sessanta come alternativa alla sovrappopolazione. Le “colonie O’Neill” non furono mai prese in considerazione, ma il suo ideatore continuò a lavorare come professore a Princeton per molti anni. Tra i suoi studenti, proprio Jeff Bezos, che pare non abbia mai dimenticato quei meravigliosi disegni di città nello spazio. Succede, con lo spazio in generale, e con la Luna in particolare, un micromondo lontano la cui colonizzazione segnerebbe una svolta storica. Un nuovo obiettivo da sempre apparso irraggiungibile toccato con mano grazie alla genialità umana.

Dream project di miliardari annoiati o investimenti per un futuro migliore? Difficile dirlo con certezza, e forse poco importa: come abbiamo visto, la corsa allo spazio non è mai stata un affare puramente scientifico, se non per gli scienziati che l’hanno resa possibile. La raccolta di rocce lunari non fu mai la priorità di nessuna superpotenza, né da una parte né dall’altra del Muro, e non lo è nemmeno oggi per la Silicon Valley, forse animata da una passione per il futuro e la fantascienza, che oggi sembra così vicina.

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