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The Cal™ e la
New York Fashion Week:
immagini al di là di ogni moda

Il Calendario Pirelli, a New York, ha saputo rinnovarsi celebrando i miti, i sogni, le contraddizioni di un mondo di cui esso stesso fa parte e di cui è il più autorevole testimone

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Se siamo abituati a pensare agli Stati Uniti con uno stile basic fatto di blue jeans e t-shirt, alla Francia delle Maison e della Haute-couture, al Regno Unito dei grandi creativi e dei movimenti giovanili, all’Italia del manifatturiero che crea e produce per tutti quanti, appare però obsoleto pensare che ci sia una moda che si può chiamare americana, una che si può dire francese, un’altra inglese o italiana. Dobbiamo arrenderci all’evidenza di realtà più grandi e le differenze più importanti sono su una scala diversa, oggi la moda si distingue fra i mercati: Europa, America e Asia.

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Anche se una moda nazionale non esiste più, però si può ancora parlare di un approccio diverso e soprattutto di una tradizione che, nelle varie capitali della moda, ha ancora un ruolo, persistendo alle tendenze che uniformano i mercati. Esiste infatti una grande differenza, che è rappresentata dall’ambiente diverso in cui si lavora per esempio a Parigi, che è capitale di un internazionalismo senza concorrenti mentre New York, famosa come capitale mediatica del mondo, è diventata una capitale della cultura e dell’immagine.
E proprio New York ha saputo investire nella cultura, e non in modo statico, accademico o teorico, ha saputo coltivare un humus nato dalla propria storia, dalle differenze, dai contrasti e dalla sua forte capacità di accoglienza. Se New York forse non è considerata allo stesso livello delle altre capitali della moda, come Parigi, Londra e Milano, indubbiamente ha un ruolo indiscutibile nell’immagine della moda. Qui sono nati movimenti culturali e artistici capaci a dialogare in larga scala con tutto il mondo. Marchi francesi, inglesi e italiani, pur creando e producendo in Europa, poi si mettono nelle mani di creativi americani o di altre nazionalità che lavorano in America e soprattutto da New York, per presentare agli occhi di tutti le loro creazioni. 
Esiste a New York una cultura legata all’immagine della moda, una scuola, una bottega che come nella Firenze del ‘400 è in grado di produrre talenti che lavorano su scala mondiale insieme ai marchi dominanti. Tanti amano dire che la cultura americana, e soprattutto a New York, arriva dalla strada. Si tratta di fenomeni di massa che nascono proprio qui e nel momento in cui vengono identificati, sono già presenti nella realtà e nello stile di vita, sono diffusi e per certi aspetti consolidati e funzionano già. Di qui arriva la forza e la rapidità con cui questi fenomeni si sanno poi diffondere con un alto livello di accettazione su scala internazionale.
La presenza del Calendario Pirelli in questo contesto non è casuale. A partire dagli anni ’80 il progetto ha visto infatti impegnati numerosi artisti newyorkesi, inoltre, la partecipazione alla New York Fashion Week 2016 colloca in senso critico il Calendario, nel suo proprio ambiente, fra coloro che sono i protagonisti dell’immagine, in una realtà che crea continua innovazione in ambito moda e nella fotografia e che decide tutto ciò che fa tendenza.
Per il Calendario Pirelli, diventato oggetto di culto e di prestigio, scendere nel grande spazio di un hangar dall’aspetto post-industriale, come lo Skylight at Moynihan Station, significa uscire, con una forte presa di coscienza, da un contesto museale di riconosciuta enfasi.
Il Calendario qui è di casa, poiché nasce ogni anno da i più importanti protagonisti della cultura visiva contemporanea, che creano le più influenti campagne pubblicitarie e che proprio attraverso la loro esperienza e conoscenza del mondo attuale, consegnano alla storia un progetto di immagini che va al di là di ogni moda, ma è testimone del suo tempo più di ogni altro prodotto di comunicazione, poiché si presenta senza i compromessi del mercato e del commercio.
Da Richard Avedon a Herb Ritts, da Bruce Weber ad Annie Leibovitz, da Peter Beard a Steve McCurry e Terry Richardson, ma anche talenti non americani ma che proprio a New York lavorano in quell’ambiente professionale che rappresenta un contesto di ricerca e innovazione creativa, quali Patrick Demarchelier e Peter Lindbergh, Mario Sorrenti e Mert Alas & Marcus Piggott, Mario Testino e Inez van Lamsweerde & Vinoodh Matadin, tutti i grandi fotografi presenti in questa mostra, hanno riproposto al grande pubblico e agli addetti ai lavori le loro “iconografie". Queste immagini ormai rappresentano una visione assoluta della moda e della bellezza e, pur nella ovvia diversità di stili fotografici, di approcci compositivi e di tecniche di rappresentazione, si avvicinano ad una perfezione del linguaggio fotografico, che in rapporto ciascuno al proprio stile ed al proprio tempo, possiamo chiamare classica.
Nell'allestimento della mostra newyorkese del Calendario Pirelli le immagini trovano un ulteriore significato e valore artistico indipendente, possibile grazie alla forte libertà creativa lasciata agli autori. Il progetto, nato nel Regno Unito all’inizio degli anni ’60, proprio a New York trova oggi il luogo dove la ricerca creativa ha nuovo slancio e ritrova l'energia dei padri fondatori che nella Londra di quegli anni creavano innovazione in ambito moda e nella pubblicità. 
Il Calendario Pirelli, nella nuova cornice della Fashion Week di New York, ha saputo rinnovarsi celebrando ancora una volta, i miti, i sogni, le contraddizioni di un mondo di cui esso stesso fa parte e di cui è il più autorevole testimone.

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