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Ottessa Moshfegh: Fear of missing… nothing

A inizio pandemia, molti di coloro che avevano letto Il mio anno di riposo e oblio avranno forse provato una strana curiosità per l'autrice Ottessa Moshfegh, com'era già successo dopo la pubblicazione di quello che era diventato un improvviso bestseller internazionale. (E ora un film di prossima uscita diretto da Yorgos Lanthimos, una scelta davvero azzeccata per una storia cupa e a tratti angosciante.) Il romanzo ha una protagonista senza nome che decide di rinchiudersi in casa per un anno e uscire soltanto a comprare i farmaci che le permettono di dormire per gran parte del tempo. Eppure, questa situazione claustrofobica "prevista" solo un paio di anni fa non trasforma Moshfegh in una Cassandra, come in molti l'hanno definita. Perché la paura del virus e l'apprensione per la salute dei nostri cari hanno poco a che vedere con il palpabile nichilismo che attraversa Il mio anno di riposo e oblio. Al contrario, l'autrice racconta di aver trascorso un anno sicuramente complicato, ma anche proficuo e non troppo dissimile dalla sua normale routine, scandita dai ritmi della scrittura e da un certo senso di pace nei confronti di quello che accade... là fuori. Come se tutto sommato non fosse interessante quanto scrivere romanzi.

Ottessa Moshfegh: Fear of missing… nothing

Che cosa ti spinge a scrivere?

Il desiderio di scrivere... mi spinge a scrivere. Amo scrivere. E il piacere che mi dà è molto più grande dell'impegno che richiede. Anche nelle giornate più difficili, l'idea di aver creato qualcosa dal nulla, quell'atto magico – insieme al duro lavoro (che a volte mi fa venir voglia di strapparmi i capelli) – mi riempie di soddisfazione. Ho l'impressione di afferrare qualcosa che non esiste e trascinarlo nel mondo reale. È come pregare per qualcosa che poi si avvera.

Quanto è inquieta la tua vita quotidiana?

Abbastanza. Non so quanto lo sia la vita di un'altra persona, è difficile da misurare. Non amo particolarmente uscire, preferisco stare a casa e lamentarmi della mia inquietudine, piuttosto che liberarmene cercando di uscire e divertirmi. Mi piace andare nei mercatini dell'usato privati, girare per le case degli altri a scovare vecchi oggetti, riesco a placare così la mia inquietudine. Non uscivo molto neppure a vent'anni. A volte mio marito deve trascinarmi fuori, ma a me piace stare a casa a rilassarmi con i cani. Certo, un'altra parte di me adora l'avventura. Il problema è che mi stanco subito, mi viene il mal di schiena e dopo un'ora mi mancano i cani...

Sembri affascinata da ciò che è strano e atipico. Secondo te questa curiosità è legata alla scrittura, al bisogno di creare personaggi, o anche a qualcos'altro?

Non credo che la mia curiosità sia una conseguenza della natura creativa del mio lavoro, credo faccia parte più che altro della mia personalità. Il comportamento umano estremo mi incuriosisce. Guardo tantissimi video su YouTube di persone che fanno cose inaspettate, compulsive e orribili. Le persone insolite stimolano ancora di più il mio interesse per l'umanità in generale, forse perché mi sento un po' al di fuori della società tradizionale. La gente strana mi trascina in una dimensione in cui mi sembra di capire meglio chi siamo noi esseri umani. Ovviamente questa mia tendenza si riflette anche nelle mie opere, ma non scrivo di serial killer o accumulatori. Mi affascinano i personaggi con stranezze più impercettibili, quelle che le persone "normali" farebbero comunque fatica a mostrare senza un po' di vergogna.

Ho letto Il mio anno di riposo e oblio nell'estate del 2019 e ricordo di aver pensato che fosse impossibile stare a casa per un anno intero senza avere qualche malattia o un motivo personale. E poi invece è successo a tutti noi. Da dov'è venuta l'idea di scrivere una storia così strana e angosciante?

Da uno spunto molto banale. Era estate, e io ero ospite di un'amica nell'Upper East Side di Manhattan, dove vive la protagonista del romanzo. Ho cominciato a immaginare una giovane donna che viveva in zona, una persona che sembrava completamente a suo agio, ma che in realtà si sentiva fuori posto. Nel frattempo, avevo deciso di ricominciare a prendere i farmaci per il mio disturbo da deficit di attenzione, nonostante avessi smesso diversi anni prima. Ottenere una ricetta era stato molto semplice e il medico non mi aveva chiesto neppure un certificato di diagnosi. Alla fine, non credo di aver preso più di un paio di pillole, ma l'esperienza di andare in uno studio medico di New York, vicino all'area dove una volta sorgevano le Torri Gemelle, ha lasciato il segno. 

E come ti sei sentita quando una situazione simile ha coinvolto tutto il mondo?

Onestamente non ho pensato a Il mio anno di riposo e oblio quando il virus ci ha costretti alla quarantena. Ero terrorizzata, sopraffatta dall'ansia e dal senso di impotenza nei confronti di un futuro quasi apocalittico, oltre che dal timore di vedere i miei genitori ammalarsi e morire prima di poterli riabbracciare. Ero felice di sapere i miei cari a casa e al sicuro. Le persone che conosco non sono così estroverse e quindi hanno resistito bene alla quarantena, ma posso immaginare come la situazione sia stata più difficile per i giovani. Io lavoro da casa e il mio ritmo non è cambiato molto. Per fortuna sono riuscita ad adattarmi facilmente e a non perdere troppo lavoro.

Questa volta il tuo libro, Lapvona, è ambientato nel passato, per la precisione nel medioevo. Un'epoca oscura dove religione, magia e a volte natura si sono intrecciate e confuse tra loro. Un tempo di tirannia e sentimenti di forte incertezza. Trovi somiglianze con il periodo attuale? Come mai hai scelto questo particolare momento storico?

Devo ammettere che non mi aspettavo di scrivere un libro ambientato nell'Europa medievale. Ho cominciato a prendere in considerazione l'idea un annetto prima di mettermi a scrivere. Avevo già in mente uno scenario e una protagonista, non tanto l'ambiente e il periodo. Più sviluppavo l'idea, più Lapvona, un villaggio medievale immaginario, assumeva un ruolo cruciale nella creazione di uno sfondo narrativo, una cultura, un sistema politico e valoriale, una società. È il primo romanzo che scrivo in terza persona e da punti di vista diversi. Lapvona è diventato un luogo in cui ritrovare gli elementi di ogni cultura che conosco: la corruzione del potere, il capitalismo che danneggia il pianeta e l'umanità, l'estremismo religioso usato per sfruttare e ridurre in schiavitù le persone, la tendenza dell'essere umano all'avidità e all'illusione. Sono tutti elementi validi in ogni periodo e luogo.

I tuoi libri mostrano forti squilibri tra i personaggi e le loro capacità di esercitare potere sugli altri. Come mai?

Non mi sono mai soffermata su questo aspetto delle storie in modo diretto, ma diciamo che mi piacciono i personaggi che nascondono conflitti profondi. Secondo me un personaggio seducente è interessante perché spesso il potere della seduzione è considerato raro e speciale, ma la verità è che si manifesta ogni giorno.

Le tue storie parlano anche di un certo isolamento. Perché è interessante dal tuo punto di vista e come lo affronti?

Mi piace l'isolamento come tecnica narrativa perché mi permette di vedere un personaggio che si confronta con la sua mente, senza le distrazioni legate alle persone e al mondo esterno. Mi interessa la narrativa come sorta di monologo non teatrale. Fino a quest'ultimo libro (in uscita negli Stati Uniti la prossima primavera), ho scritto solo romanzi in prima persona. Mi piaceva scrivere sentendomi la narratrice della storia, sviluppando un metodo di scrittura in un certo simile al Metodo della recitazione. Immaginavo il personaggio con il mio corpo e il mio viso per andare in profondità e a volte allontanarmi così tanto dalla mia mente per evocarne una del tutto nuova. Per questo ho dovuto distinguere molto bene i personaggi e studiarli isolati l'uno dall'altro. Potevo entrare nella loro testa e ascoltarne i pensieri e allo stesso tempo dare loro completa libertà di espressione.

In quest'ultimo anno abbiamo dovuto gestire una situazione del tutto inaspettata che ci ha spinti a temere non solo la natura, ma a volte anche noi stessi. Quali sono state le tue sensazioni?

Secondo me potrebbe avere un effetto positivo se cominciassimo a migliorare davvero i sistemi dai quali dipendiamo. Vedo uno scollamento tra, per esempio, quello che tentiamo di fare rispetto all'equa rappresentazione nell'industria dell'intrattenimento e quello che invece succede tra le strade di Los Angeles, invase da persone che non hanno una casa. Dovremmo occuparci prima di loro e non delle celebrità.

Visto che i personaggi strambi catturano spesso la tua attenzione, quali stranezze pensi che possa portare questa nuova fase? Ci hai già pensato?

In realtà credo di provare più interesse per un mondo immaginario fatto di animali, natura e anche fantasmi.

Come hai vissuto gli ultimi mesi? In questo numero di Pirelli World cerchiamo di capire come le persone hanno riscoperto la propria comfort zone e magari imparato ad ascoltare di più se stessi. Pensi sia possibile? Credi che questo momento ci abbia in un certo senso aperto gli occhi?

La pandemia ha alterato la mia percezione del tempo, tra le altre cose. Non ho visto la mia famiglia e miei amici per un anno, è stata una sensazione bizzarra. Forse è il clima del sud della California sommato alla monotonia, ma (ogni singolo giorno!) devo ricordarmi in che mese siamo. È già Natale? No, è giugno. Mentre ormai ho perso il conto dei piccoli cambiamenti più profondi e personali. Secondo me l'adattamento significa proprio questo: ti dimentichi com'era prima.

Tu hai vissuto in tante città diverse. In questo periodo, complice lo smart working, ci siamo resi conto di quanto possa essere difficile spostarsi, ma allo stesso tempo di quanto non sia sempre necessario essere in città. Cosa ti ha spinto a trasferirti così tanto? Cosa ti piace della dimensione urbana e cosa dei luoghi più isolati?

Quand'ero più giovane mi sono spostata molto, più che altro perché la vita mi ha portato in molte direzioni diverse. Non ho mai vissuto a lungo in posti isolati, ho sempre avuto bisogno di essere vicina a una città, pur non andandoci quasi mai. Ora vivo a Pasadena. Sono a 20 minuti da Los Angeles e riesco a vedere la metropoli quando vado a passeggiare in collina: mi fa stare bene essere così vicina, ma sono andata in città raramente durante quest'anno di Covid.

Questo numero include un'intervista a Frances McDormand, interprete di Nomadland. Hai visto il film? Se sì, che cosa ne pensi?

L'ho visto, è sempre un piacere veder recitare McDormand. Ammiro [la regista] Chloé Zhao e [il film] The Rider - Il sogno di un cowboy mi è piaciuto moltissimo. Nomadland è riuscito a percorrere quella linea sottile tra originalità del personaggio e cliché, una decisione efficace per presentare una storia così introspettiva al grande pubblico. È riuscita a catturare in modo straordinario una parte di America che non conoscevo affatto.

Se dovessi pensare a un luogo vero e proprio come tua "comfort zone", quale sarebbe?

Il parcheggio di Rite Aid [catena statunitense di farmacie]. Non so spiegarlo, mi sembra che lì tutto abbia un senso.

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