By Hannah Strange
«Questo è il cane
che spaventò il gatto,
che inseguì il topo,
che mangiò il malto
custodito nella casa costruita da Jack.»
In questa celebre filastrocca inglese, Jack, il protagonista, non intraprende un percorso lineare nel senso tradizionale del termine. Si trova piuttosto al centro di una narrazione cumulativa e stratificata che si espande progressivamente intorno a lui, esplorando le relazioni di interdipendenza che legano persone, elementi e forme di vita all'interno dell'ambiente che lo circonda.
È proprio questo concetto a essere al centro di The House That Jack Built, la più ampia retrospettiva dedicata alle opere architettoniche e alla ricerca sullo spazio di Rirkrit Tiravanija, in mostra presso Pirelli HangarBicocca a Milano. Tra le figure più autorevoli della scena artistica contemporanea, e in particolare dell'estetica relazionale, l'artista thailandese ha da sempre posto al centro della propria pratica le persone, la partecipazione e l'esperienza sociale, assunte come principali strumenti espressivi. Con questa mostra invita il pubblico a immergersi in un universo di relazioni in continua trasformazione, concepito per stimolare l'immaginazione e offrire uno sguardo diverso sull'architettura.
Entrando nelle Navate, il vasto spazio espositivo di Pirelli HangarBicocca, il visitatore viene immediatamente accolto da un labirinto che costituisce l'ossatura dell'intera mostra. Realizzato con un tessuto arancione che richiama le vesti della tradizione buddhista, il percorso si snoda attraverso dieci installazioni ispirate a importanti opere architettoniche, reinterpretate però come dispositivi capaci di generare relazioni, incontri e momenti di condivisione. Il labirinto accompagna i visitatori lungo un tragitto delineato dall'artista ma aperto a molteplici possibilità di attraversamento, permettendo di scoprire e sperimentare le installazioni da prospettive e punti di vista sempre diversi.
Ispirate a figure centrali del Modernismo come Philip Johnson, Rudolf Michael Schindler, Friedrich Kiesler, Le Corbusier, Jean Prouvé, Carlo Scarpa e Sigurd Lewerentz, queste strutture architettoniche non sono concepite come semplici oggetti da osservare, ma come ambienti partecipativi che prendono vita attraverso l'uso che ne fanno le persone e le esperienze condivise che vi si svolgono. Come afferma Tiravanija in una conversazione con i curatori della mostra Vicente Todolí e Lucia Aspesi, il suo interesse non si concentra mai esclusivamente sull'oggetto o sulla struttura in sé, ma piuttosto sulle attività umane che si sviluppano intorno ad essa: il modo in cui le persone si incontrano, cucinano, abitano gli spazi, improvvisano e costruiscono ricordi.
È proprio in questo che, secondo l'artista, un edificio acquisisce il suo significato più autentico: «Il modo in cui le persone lo utilizzano realmente è completamente diverso da ciò che l'architetto aveva immaginato in origine. Ed è proprio questa, credo, la sua bellezza: le persone se ne appropriano e vi lasciano la propria traccia».
Con questa dimensione sociale al centro del progetto, la mostra integra una serie di attività e occasioni di partecipazione che invitano il pubblico a prendere parte all'esperienza, entrare in dialogo e lasciarsi coinvolgere da incontri spontanei. untitled 1998 (dom-ino) (2026), ad esempio, reinterpretazione della Dom-ino House progettata da Le Corbusier nel 1914 e concepita originariamente come modello per un'edilizia residenziale standardizzata, viene trasformata da Tiravanija in uno spazio dedicato all'incontro e alla socialità attraverso giochi da tavolo, carte e persino un calcio balilla. Untitled 1992 (cure) consiste invece in una tenda di tessuto arancione sospesa al soffitto, al cui interno il visitatore trova un piccolo tavolo, sgabelli da campeggio, una piastra elettrica, bollitori e una selezione di tè: un ambiente raccolto e accogliente che si presta tanto alla dimensione privata della pausa quanto alla conversazione e alla condivisione.
Queste attivazioni sono state sviluppate in collaborazione con realtà e comunità attive sul territorio milanese, in un processo che genera nuovi legami e apre il museo al tessuto urbano e sociale che lo circonda. Così come Tiravanija trasforma e attribuisce significato agli spazi architettonici attraverso il movimento, la presenza delle persone e l'imprevedibilità delle interazioni, allo stesso modo anche il museo si ridefinisce: da luogo dedicato a una fruizione tradizionale dell'arte a spazio da vivere, in cui trascorrere del tempo, costruire ricordi e favorire l'incontro tra persone che, altrimenti, difficilmente avrebbero occasione di conoscersi.
In definitiva, Tiravanija auspica che i visitatori escano dalla mostra con una maggiore consapevolezza di sé. «Mi piace che arrivino portando con sé il proprio vissuto e che, attraverso questa esperienza, scoprano la possibilità di spingersi un po' oltre: attraversare confini che normalmente non oltrepasserebbero, fare cose che non farebbero abitualmente o incontrare persone che altrimenti non avrebbero mai conosciuto.
In un certo senso, tutto ruota attorno all'incontro: attraversare il labirinto, ritrovarsi in un luogo, magari insieme ad altre persone, vivere un'esperienza condivisa e poi allontanarsene con una nuova consapevolezza di ciò che si è. Perché, in fondo, la capacità di convivere con gli altri e con ciò che è diverso da noi è fondamentale. È proprio nel confronto con l'alterità che possiamo comprendere meglio noi stessi.»
Q&A con Vicente Todolí, Direttore Artistico di Pirelli HangarBicocca e co-curatore della mostra
HS Cosa ha reso questa collaborazione particolarmente adatta a Pirelli HangarBicocca come spazio espositivo? Quali aspetti vi hanno maggiormente interessato come curatori e quali sfide o opportunità ha presentato il progetto?
VT Pirelli HangarBicocca rappresentava il contesto ideale per questa mostra, poiché la scala e l'apertura delle Navate e del Cubo ci hanno permesso di sviluppare pienamente la componente della ricerca di Tiravanija legata alla dimensione architettonica, trasformando l'esposizione in una sequenza immersiva di ambienti piuttosto che in una retrospettiva convenzionale.
Come curatori, io e Lucia Aspesi abbiamo condiviso fin da subito l'intuizione di Tiravanija di costruire un percorso nello spazio in cui i visitatori si muovono tra momenti di collettività e dimensioni più intime. Una delle principali sfide è stata trovare un equilibrio tra la monumentalità degli spazi e il carattere partecipativo e raccolto di molte delle opere. Proprio questa tensione, tuttavia, si è rivelata un'opportunità, consentendoci di dare vita a un'esperienza dinamica e stratificata per i visitatori.
HS In che modo questa mostra cerca di mettere in discussione l'idea del museo come istituzione tradizionale, un «mausoleo di opere emblematiche», per ripensarlo invece come spazio sociale?
VT Sebbene The House That Jack Built sia concepita come una retrospettiva, l'abbiamo affrontata come un progetto in continua evoluzione, capace di rispondere alle specificità del luogo che lo ospita, piuttosto che come una ricognizione storica statica e definitiva. Come già accaduto in precedenti mostre di Pirelli HangarBicocca dedicate a Lucio Fontana, Juan Muñoz e Mario Merz, l'intento era reinterpretare la pratica dell'artista attraverso una nuova prospettiva spaziale e concettuale, pensata in modo specifico per l'istituzione.
Nel caso di Tiravanija, questo ha significato dare forma a una mostra in costante oscillazione tra opera, architettura ed esperienza vissuta. Il percorso espositivo si sviluppa attraverso usi mutevoli dello spazio, consentendo alla mostra stessa di rimanere aperta, trasformandosi nel tempo grazie alle persone che la attraversano.
HS La partecipazione è un elemento centrale della mostra, ma lo è anche l'imprevedibilità: l'idea che sia «una moltitudine di persone» a completare l'opera. Può raccontarci alcuni dei momenti e delle interazioni che ha visto nascere e cosa l'ha sorpresa maggiormente?
VT Uno degli aspetti più interessanti della mostra è proprio il modo in cui visitatori diversi la vivono e la attivano. Molte delle opere sono pensate per essere completate attraverso la partecipazione di «una moltitudine di persone», come untitled 2026 (demo station no. 9) (2026), ispirata alla Raumbühne (1924), la struttura scenica progettata dall'architetto Friedrich Kiesler, che ospita regolarmente attività sviluppate in collaborazione con associazioni, organizzazioni e gruppi della comunità milanese, aperte a tutti.
Un altro esempio è untitled 1996 (rehearsal studio no. 6, open version), concepita come uno studio di registrazione aperto che i visitatori possono abitare e utilizzare collettivamente, richiamando lo spazio in cui Tiravanija era solito suonare con i suoi amici a New York.
Ciò che forse ci ha sorpreso di più è la naturalezza con cui le persone rallentano una volta entrate nella mostra: trascorrono tempo insieme, conversano, si fermano a riposare o semplicemente si lasciano guidare dal percorso senza una meta prestabilita. Questa disponibilità ad accogliere l'imprevisto è un elemento profondamente radicato nella pratica artistica di Tiravanija.
HS La mostra è profondamente legata ai temi del movimento, della comunità e del rifugio, questioni che risuonano con particolare forza nel mondo contemporaneo. Ritiene che veicoli anche un messaggio politico e/o sociale rilevante per il presente?
VT Più che formulare una dichiarazione politica esplicita, la mostra crea situazioni che invitano a riflettere sulla convivenza, sulla cura reciproca e sull'esperienza condivisa. Temi come la mobilità, il rifugio temporaneo e la dimensione collettiva entrano naturalmente in risonanza con le condizioni di instabilità e di spostamento che caratterizzano il nostro tempo.
Per Tiravanija, queste questioni emergono attraverso la partecipazione e l'esperienza vissuta. I visitatori sono invitati ad abitare lo spazio insieme, contribuendo a trasformarlo in un luogo modellato dalle relazioni, dallo scambio e dall'interazione.