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PIRELLI.COM / WORLD

L’arte sottile
di tracciare confini

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“Sono solo una designer,” risponde Paula Scher quando le dico che sono molto onorata di parlare con lei. Il che non è esattamente la verità, visto che Scher è anche artista, docente di design, talentuosa oratrice, direttrice di Pentagram - il prestigioso studio di design che, tra le altre cose, ha ridisegnato l’identità del Museum of Modern Art di New York - e molto altro. Nel corso della sua leggendaria carriera, Scher ha sempre cercato il modo di trasformare e valorizzare il potere comunicativo di immagini e testi, donando nuova vita a ogni oggetto, brand, luogo e spazio sul quale ha posato lo sguardo.

Il suo lavoro come “trasformatrice di spazi” comincia con un cambiamento del suo spazio personale: dopo il college si trasferisce da Washington DC a New York, una città, racconta lei, che con la sua struttura densa e il suo mix di culture ha influenzato il modo in cui oggi guarda alla tipografia. A 25 anni è già l’art director della CBS Records, per la quale ha curato il design di centinaia di album, facendo di ogni copertina un piccolo capolavoro di creatività, in combinazione con gli stili del passato. Scher era una post-moderna inconsapevole. Odiava utilizzare font minimali e noiosi come l’allora imperante Helvetica, e quindi cominciò a sperimentare con la tipografia modernista e a lavorare utilizzando ogni tipo di stile. “Sono solo stata molto fortunata”, afferma, “perché ho avuto un sacco di libertà per esplorare nuovi territori. Oggi è diverso. Quella del grafico è una professione davvero affollata”. 

La sua pratica, sia artistica che grafica, si è sempre focalizzata sulle parole. Nei suoi progetti ambientali così come nelle mappe, Scher gioca con la relazione tra forma e linguaggio, significante e significato, grafica e colore, trasformando le lettere in un flusso dinamico che ha il potere di cambiare completamente l’energia dello spazio in cui lavora.

La sua storia d’amore con le parole comincia al college. “Non disegnavo molto bene - racconta - e avevo qualche difficoltà anche con la tipografia. Un professore mi suggerì di provare a illustrare con i font, allora cominciai a guardare alle lettere in quanto forme e a cercare di capire come dar loro significato”. Così cominciò a combinare tipografia e immagini, “ma alla fine la tipografia prese il sopravvento e le immagini fuggirono via”, specifica lei, ridendo di sollievo.

Nelle sue mappe (recentemente esposte alla Bryce Wolkowitz Gallery di New York, in una mostra dal titolo U.S.A), Scher combina la devozione alle parole con la passione per l’esplorazione dello spazio. Questi enormi dipinti indagano la capacità delle parole di provocare curiosità, ansia, senso di appartenenza e generare immagini, memorie e desideri. Ma le mappe enfatizzano anche la natura complessa, dinamica e caotica di ogni territorio, rispecchiando l’ingestibile mole di dati e informazioni che ogni giorno ci sommerge. Come gli arazzi di Alighiero Boetti - che venivano ricamati da tessitrici afgane secondo le istruzioni dell’artista - le mappe di Scher includono errori e stranezze. Una delle mappe di Boetti, per esempio, è famosa per il suo mare rosa: le tessitrici che l’hanno realizzata non conoscevano le convenzioni cromatiche con cui vengono realizzate le cartine geografiche.

“Un lavoro serio non è un lavoro perfetto” afferma Scher, ricordandomi il concetto di serietà che spiegò durante la sua memorabile TED talk, in cui decantava il primato della serietà sulla solennità e dell’invenzione sulla perfezione. “Se sei serio non sei interessato a diventare solenne, sei pronto a sperimentare ed esplorare, a spingere. Sei pronto a fare scoperte, e quando inizi a scoprire fai sempre degli errori”.

Una mappa è sempre un’approssimazione e l’artista cerca di sottolinearne la natura arbitraria, raccontando così una storia sulla nostra percezione del tempo e dello spazio, invitandoci a trasformarla. Le mappe danno voce al tentativo di assumere il controllo sulla complessità dei territori e, al tempo stesso, di esplorare e conoscere questa complessità. Durante il processo preparatorio l’artista scava in profondità: per realizzare una mappa studia e mette a confronto diverse fonti. Una singola mappa può richiedere fino a sei mesi di tempo per essere ultimata: “Combino informazioni per creare modi differenti di guardare alle cose, ad esempio metto in relazione la popolazione con le distanze, la geografia con la demografia”.

La qualità di queste opere non si basa soltanto sull’informazione: le mappe sono impressionistiche più che letterali. Ma il soggetto conta, anche se la sua rappresentazione non è perfetta: “Sono davvero interessata al soggetto - dice Scher - è qualcosa che percepisco nella coscienza comune o per il quale nutro forti emozioni. Ho dipinto i luoghi dello Tsunami, la Cina, l’Africa, ma anche gli Stati Uniti e New York, molte volte, perché li conosco bene. Durante l’anno delle elezioni, per esempio, i pensieri e le opinioni delle persone iniziano a circolare per il paese, e la geografia e la demografia degli Stati Uniti iniziano a ossessionarmi, così provo a trovare un modo per capire cosa posso imparare, per esplorare questi flussi più in profondità”.

“Non dobbiamo mai smettere di esplorare”, scriveva T.S. Eliot, grande esploratore di territori mentali, “e alla fine delle nostre esplorazioni arriveremo là dove siamo partiti e conosceremo quel luogo per la prima volta.”

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