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Intervista a Steven Soderbergh: reinventarsi, sempre

Intervista a Steven Soderbergh: reinventarsi, sempre 01

Ci vuole coraggio per essere creativi, una lezione che Soderbergh ha imparato con il suo quarto lungometraggio da regista. Già incoronato star del cinema indipendente, nel 1995 aveva accettato di dirigere Torbide ossessioni per la Universal e si era ritrovato intrappolato in un progetto che non gli interessava, ma che non poteva neppure abbandonare.

Soderbergh ammette che il processo creativo di questo thriller-noir – basato sul romanzo Criss-Cross di Don Tracy e remake dell'adattamento cinematografico del 1949 – lo ha costretto a interrogarsi sulla sua identità di regista. Oggi si scusa apertamente con la Universal per aver bruciato 6,5 milioni di dollari in un progetto che non è riuscito a rientrare neppure del 10% con le vendite al botteghino, ma è convinto che l'investimento non sia andato perduto. "Ne è valsa la pena perché mi ha fatto capire che non volevo mai più entrare in quello spazio creativo."

In realtà, Torbide ossessioni non è scadente in termini di trama e produzione, ma nel complesso è un'opera piatta, esile, deludente, e questo Soderbergh non riesce a perdonarselo.

"Non mi sono mai più sentito così nei confronti di un film e ho avuto bisogno di attraversare l'orrore giornaliero di girarlo per imparare una lezione preziosa sulla creatività e l'autoconservazione."

E infatti il regista, nato ad Atlanta 55 anni fa, è convinto che l'evoluzione creativa sia possibile soltanto attraverso i fallimenti artistici. Gli piace ricordare quel film come il momento in cui ha finito per allontanarsi troppo dalla propria identità personale e artistica; come se, accecato dalle luci di Los Angeles, non riuscisse più a vedere quella bellezza e quei principi che lo avevano spinto ad avvicinarsi al cinema. 

"Non dico di essermi "venduto", ma quel tipo d'arte non mi dava soddisfazioni e penso non fosse neppure meritevole d'attenzione. Più o meno a metà riprese avevo cominciato a odiare il film, con tutto me stesso; e non vedevo l'ora di finirlo."

Prima della caduta, la sua era tra le stelle più luminose di Hollywood. A 26 anni, Soderbergh era diventato il più giovane regista a ricevere la Palma d'oro a Cannes per il graffiante debutto Sesso, bugie e videotape. Soprannominato "l'icona della generazione Sundance", guidava una nuova stagione del cinema, fatta di cultura, emozioni, arte, di nuove idee rappresentative della ribellione sociale post anni Ottanta.

"Per essere etichettati come pensatori all'interno dell'industria cinematografica – o all'interno di qualunque altra industria – bisogna essere abbastanza coraggiosi da considerare la propria arte al di sopra del giudizio dei critici o persino del pubblico," spiega. "Bisogna essere così coraggiosi da seguire le proprie convinzioni, anche quando le persone che ti circondano fanno fatica a capirti perché, in fin dei conti, tu sai qual è il tuo obiettivo."

"Sono tanti gli esempi," continua. "Esistono film che influenzano moltissimi registi, ma che non hanno avuto alcun successo al momento della loro uscita. Io cito spesso Operazione diabolica di John Frankenheimer. Datato 1966 e detestato da tutti in quegli anni, nessuno riusciva a capirne il senso o la rilevanza. Eppure, oggi è uno dei film più dibattuti tra gli addetti ai lavori e tutti lo considerano una vera ispirazione." 

E poi c'è Perché un assassino, un importante thriller paranoico degli anni Settanta [diretto da Alan J Pakula]. Flop al botteghino, non troppo amato dalla critica al momento dell'uscita e invece oggi imitato da tutti i registi che conosco, di continuo.

"Per questo è interessante ricordare e rispettare ciò che ci influenza, nella vita in generale, perché non si tratta sempre di successi. E meno male."

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Forse vale la pena sottolineare che Schizopolis, una specie di film-catarsi per Soderbergh seguito allo sfortunato Torbide ossessioni, ha ricevuto diverse critiche per la sequenza di scene, personaggi (due interpretati dallo stesso Soderbergh) e dialoghi inquietanti, confusi e incomprensibili. Ma per l'autore del progetto, Schizopolis ha rappresentato la forma più pura di terapia: gli ha permesso di liberarsi dal torpore, cristallizzare un processo e una direzione futura, riappropriarsi di quell'arte che aveva sempre voluto perfezionare, sin da bambino.

Oggi sono passati vent'anni. La sua opera divide ancora i critici, ma di certo Soderbergh rimane un innovatore del cinema. Con ogni film – nel 2019 sono previste tre novità, High Flying Bird, a tema sportivo, The Torture Report, una storia sulla CIA, e la produzione Netflix The Laundromat – il regista continua a distinguersi per eleganza, intensità e audacia nella caratterizzazione dei personaggi.

"Faccio un esempio: di solito i film si concentrano sulla storia di due amanti, che magari si ritrovano in un hotel," racconta. "Per me non è quello il mistero. Io penso: "Va bene, ma le persone che devono rifare i letti e cambiare gli asciugamani... chi sono, qual è la loro storia? E che cosa vedono loro? È questo che conta per me."

La passione di Soderbergh per gli elementi più nascosti emerge in tutti i suoi film, qualunque sia il suo ruolo (spesso più di uno nello stesso progetto): regista (per esempio nel provocante Ocean's Twelve, in Che o nell'eccezionale L'inglese), autore (Solaris, Eros, Criminal), direttore della fotografia (Effetti collaterali, Contagion), montatore (Knockout - Resa dei conti e nell'attesissimo La truffa dei Logan) oppure produttore (35 film a oggi). Soderbergh è un perfezionista e ha fame di stimoli, che arrivino dal cinema o dalla tv, poco importa. Il suo ultimo progetto, Mosaic, serie per HBO con Sharon Stone, è nato innanzitutto come app, una trovata rivoluzionaria. Lo spettatore può infatti seguire la storia da prospettive diverse, e mettersi nei panni dell'investigatore per trovare l'assassino. 

Se da un lato Sharon Stone e il cast lavoravano con un copione di 500 pagine e ricevevano la parte soltanto la sera prima delle riprese, la serie è riuscita a rispecchiare la passione di Soderbergh per l'innovazione con un occhio alla tecnologia, e non solo al copione.

"Viviamo in un'epoca di esperienze e coinvolgimento e mi sembra diabolico pensare che i film debbano continuare a seguire una sola direzione," sostiene. "Non riesco a immaginare un futuro in cui non siamo coinvolti in ogni elemento del film e in cui la tecnologia non assuma un ruolo da protagonista, migliorando la nostra comprensione e fruizione dell'arte stessa. Dobbiamo cercare nuovi mezzi per avvicinare l'estetica del cinema allo spettatore, perché così, grazie a questa specie di natura voyeurìstica – quest'idea che stiamo guardando qualcosa che non dovremmo vedere, a volte senza saperlo a livello conscio – riusciamo a sviluppare un'intimità che aiuta moltissimo."

Quest'anno Soderbergh ha raggiunto un'altra tappa importantissima nella sua personale evoluzione. Unsane, interamente girato con un iPhone 7s, e anche per questo costato soltanto 1,5 milioni di dollari. "È stata una scelta creativa, certo," conferma il regista. "Non era una questione di budget perché avrei potuto usare qualunque altra strumentazione. Ma a questo film serviva quella capacità di poter girare in ogni luogo e in ogni momento, in pochi secondi. 

"Unsane aveva bisogno di quella fisicità che solo uno strumento così maneggevole può offrire. Per questo mi è sembrata una scelta creativa legittima. Oggi guardo il film e penso che avevo ragione, non sarebbe stato così efficace se l'avessi girato in maniera tradizionale. Ma tutto porta con sé sfide e ostacoli. Non c'è mai una soluzione giusta senza conseguenze. Il nostro problema principale era legato alla leggerezza del telefono e alla sua sensibilità alle vibrazioni. Abbiamo anche scoperto che nessuno ha ancora inventato super teleobiettivi per queste videocamere. Per usare un obiettivo 300 mm ho dovuto tirar fuori una DSLR [videocamera] e girare con quella. 

Ma a parte questo, e ricordarsi di tirare fuori le SIM card nel mezzo di una scena, non è andata male!"

Soderbergh è capace di reinventare se stesso e il modo in cui fa cinema, e per questo i suoi film meritano così tanta attenzione, a prescindere dalla capacità del pubblico di apprezzarli o capirli. Viviamo un periodo di appiattimento cinematografico, dove non sono solo gli attori a interpretare ruoli sempre uguali, ma autori e produttori.

"Io spero solo che le ore passate sul set mi abbiano aiutato a migliorare il mio processo decisionale e la mia capacità di filtrare. È tutto un processo. Ho fatto progressi e così i miei film; e non so dove andranno a finire... ma non rimarranno sempre uguali, questo è sicuro."

A proposito della dicotomia tra serie tv e cinema, Soderbergh rimanda all'esperienza dello spettatore. "Nell'ultimo periodo ho notato una tendenza a dividere tutto in categorie – prodotto creato per Netflix, per il cinema o altro. È chiaro che le differenze ci sono, ma per un produttore l'idea è la stessa. Io voglio offrire un'esperienza allo spettatore e dargli la possibilità di imparare qualcosa da quello che vede. E lo stesso vale per i personaggi, a me non importa se sono creati per il grande o il piccolo schermo, voglio semplicemente permettere loro di esprimersi al meglio."

L'ultima passione di Soderbergh? Gli elementi di base, come la luce. "In fondo è un mezzo poco costoso per creare un effetto per il pubblico. Anche se mi concentro sulla luce, quando mi sposto da uno spazio fisico a un altro faccio attenzione alla sensazione che provo in base a tipo, posizione, colore e intensità della fonte luminosa. Il cinema cerca di trasportare il pubblico in un universo inesistente, ma per crearlo servono solo fantasia ed esperienza; e anche volontà di sbagliare durante il percorso verso il proprio obiettivo."

Forte di questa filosofia, Soderbergh continua a rappresentare gli innovatori della creatività indipendente. Finché Soderbergh continuerà a trasformare con eleganza l'esperienza visiva e quello che rappresenta, siamo certi che l'integrità artistica dell'industria cinematografica è in buone mani. 

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