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Inter Campus, il calcio oltre il gioco

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Inter Campus, il calcio oltre il gioco

Dici Inter Campus e dici Alex, Oleg, Youssine. Dici i nomi degli oltre diecimila bambini tra i 6 e i 13 anni che l’Inter, tramite la sua organizzazione messa in piedi nel 1997 e presieduta oggi da Carlotta Moratti, assiste dandogli la possibilità di giocare a calcio. 29 Paesi nel mondo dove Inter Campus è presente, concentrandosi nelle aree dove disagio, abbandono, povertà affliggono i più piccoli. È l’educazione al gioco, è integrazione, è sostegno al sistema educativo della popolazione, è la possibilità di garantire assistenza sanitaria e istruzione a chi prima ne era sprovvisto. Ma più di tutto, Inter Campus è la possibilità di far parte di qualcosa, di avere un’identità, a volte anche una famiglia. «Vogliamo far sentire questi bambini centrali tanto quanto lo sono i giocatori della prima squadra», dice Carlotta Moratti. «E questo concretamente lo si fa regalandogli, ogni anno, la replica (esatta) della maglia originale dell’Inter».

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Il messaggio alla base, in definitiva, è proprio questo: Inter Campus non è una scuola calcio, non promette di diventare come Ronaldo, ma assicura un coinvolgimento concreto, tastabile. Lo sport è un mezzo, uno strumento attraverso il quale si può entrare facilmente nel tessuto sociale delle aree più difficili, grazie al supporto di partner come Pirelli che sostengono le iniziative in giro per il mondo. 

Ogni anno, almeno due volte, uno staff di Inter Campus tiene un corso per gli allenatori locali.  È un aggiornamento tecnico e pedagogico. Il know how è fondamentale, anche se poi interviene una maggior flessibilità nella gestione dei bambini, perché molti non hanno mai fatto sport oppure hanno difficoltà motorie. Per chi, invece, è dotato di talento, si tratta di un’opportunità preziosa: come nel caso del difensore nerazzurro Jeison Murillo, che i primi calci a un pallone li ha dati in un Inter Campus alle porte di Cali, in Colombia. «Appena arrivato, ci ha detto quanto fosse stata importante per lui quella tappa – spiega Carlotta Moratti –, da cui poi è scaturito il suo percorso di crescita calcistica, indipendente dall’Inter. Ma, oggi che le strade si sono rincrociate, c’è da credergli quando dice che l’Inter è la sua squadra del cuore, e questo avrà influito nella sua decisione di indossare questa maglia».

Il calcio ignora le differenze e supera i preconcetti, che può sembrare una frase abusata ma che corrisponde a verità quando si parla di Inter Campus. Che è presente anche nella difficile area palestinese: «Ci raccontavano che, il giorno prima della partita, i bambini israeliani sapevano che avrebbero giocato con quelli palestinesi, e viceversa. E si chiedevano: “Ma davvero? Ma non mi uccide?”. Poi, in campo, pur con lingue e costumi diversi, si capivano alla perfezione. Questo fa capire in concreto quanto lo strumento funzioni». 

È una realtà che Carlotta Moratti ha visto da vicino, come è accaduto per tante altre: Cina, Camerun, Angola, Iran, Messico, Brasile. Ma è in Romania che ha avuto sotto gli occhi la situazione più dura: «Solitamente nei bambini vedi sempre la speranza, la convinzione di potercela fare. In Romania, invece, seguiamo i bambini di un orfanotrofio, che hanno perso i genitori o sono stati abbandonati: vedevi sguardi duri, disincantati. Il calcio ne impedisce l’isolamento e crea una presenza che li fa sentire importanti».

Il messaggio arriva anche lì dove il calcio è sconosciuto. In Cambogia, ad esempio, dove qualche anno fa viaggiò l’ex portiere dell’Inter, Francesco Toldo: nessuno sapeva chi fosse, ma una volta in campo tutti erano impazziti per lui. O come a Cuba, dove la presenza di Inter Campus, anche tramite la collaborazione con la Federazione locale, ha stimolato la crescita del movimento calcistico. O in Tunisia, dove il progetto ha coinvolto anche le bambine, le quali di norma non sono educate a fare sport. Hanno giocato, davanti agli occhi dei loro genitori. Un cambio culturale, addirittura prima che sportivo.

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