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PIRELLI.COM / WORLD

Il caos
al potere

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Il caos è l'inizio e la fine del processo creativo, sostiene Patricia Urquiola, la designer spagnola che vanta collaborazioni con i più prestigiosi brand italiani e internazionali. Le abbiamo chiesto di discutere con noi la sua interpretazione del processo creativo, il ruolo contemporaneo dei designer, le sfide che devono affrontare e il loro rapporto con la tecnologia.

Quanto contano la possibilità, il caos e l’ordine, nel design?
Un progetto creativo è un processo rigoroso, perciò necessità ordine. Ma è anche un processo che parte dalla valutazione di un sistema imprevedibile, che ha origine in uno stato di disordine preesistente. Con questi presupposti cerchiamo di imporre un ordine, canalizzandolo attraverso un sistema, per arrivare a un’interpretazione del possibile, un’interpretazione del futuro. Ci annusiamo intorno per carpire quali saranno i nostri bisogni futuri. Personalmente, credo che il più grande talento di un designer e di un creativo sia quello di riuscire a intuire il futuro, partendo da quello che compone la nostra contemporaneità. Dobbiamo saper interpretare questa separazione tra percezione, concezione e uso. Il caos è principio e fine. È vuoto assoluto, buio infinito, l’abisso. Ma è anche un’apertura verso il possibile. Il caos è l’interpretazione e la percezione di se stessi e degli altri. La sua natura casuale lo pone in stretto collegamento con la supposizione e il pronostico. Il designer è sia un antenna che un artefice dell’umana convinzione. Il mio processo creativo si muove in direzioni differenti: una nuova funzione, con materiali nuovi, per un prodotto che non è ancora stato inventato. Il miglioramento di una funzione che già esiste. Un nuovo uso per materiali esistenti, da utilizzare in nuovi processi tecnologici. E mille altre combinazioni.

Nella storia dell’architettura il desiderio di imporre un ordine al caos è sempre stato tangibile. Non mancano gli esempi di infrastrutture che, dopo secoli o millenni, ancora oggi posseggono un fascino mistico. Questo succede ancora oggi? Può farci qualche esempio?
Esistiamo in un flusso continuo e tendiamo costantemente a due poli ideali di caos e ordine. Il decostruttivismo è una reazione al razionalismo architettonico: un’architettura che si distacca dal modello geometrico euclideo: una non-architettura, una visione dello spazio costruito dove il caos è l’elemento centrale da cui scaturisce l’organizzazione. Si pone in opposizione al postmodernismo, ma condivide gli scopi dei costruttivisti russi degli anni Venti. I fattori decisivi, per quanto riguarda il presente e il futuro prossimo sono l’impatto del tempo e l’impossibilità dell’urbanistica. Poiché i fondi mancano, a causa del grande debito pubblico, i progetti del settore pubblico non possono più essere implementati su larga scala e in maniera coordinata. Le autorità possono al massimo impartire una direzione generale. È il caso di New York, dove sono stati eretti 40.000 nuovi edifici sotto la guida di poche direttive generali, che potevano essere interpretate a piacimento, in assenza di restrizioni urbanistiche esaustive. Le città si stanno trasformando in organismi viventi difficili da controllare. Inoltre grazie all’evoluzione tecnologica dei materiali, è possibile costruire molto più velocemente e ad altissimi livelli di performance, a discapito però della longevità di questi nuovi edifici, che invecchiano prima e diventano presto impossibili da mantenere. Il processo di rigenerazione continua, sul modello del Giappone, si sta espandendo in tutto il mondo. Costruzione, demolizione, ricostruzione: senza stratificazione, salvo quando questa avviene in maniera casuale. Il caos è al potere, come nel Giappone di Katsura – l’architettura del silenzio, della purezza e del sacrificio – o quello di Nikko, che riassume il vitalismo shintoista.

Negli ultimi anni però sembra che si sia perso il desiderio di lasciare il segno. Fino al punto che, in termini urbanistici, le città rischiano di appiattirsi su periferie tutte uguali, costruite in serie. Al contempo, le piccole città si conformano sempre più a un unico modello. È d’accordo?
Ad ogni azione segue una reazione, un adeguamento. Certo c’è una tendenza al semplificare, standardizzare e omogeneizzare. Una sorta di determinismo guidato. Poi però entrano in gioco i microcambiamenti: azioni individuali compiute in armonia con l’ambiente. Il nostro intervento personale, seppure sempre più insignificante almeno su un piano numerico, può avere enormi ripercussioni. Non possiamo più scegliere tramite decisioni macroscopiche, ma soltanto tramite microcodici di comportamento, messi in pratica all’interno dell’habitat fisico e virtuale che abbiamo creato e in cui sussistiamo. Con il design e l’architettura possiamo migliorare la nostra vita di tutti i giorni, anche se di poco. Possiamo creare strumenti per la sopravvivenza, piccoli cambiamenti della realtà che ci circonda, che possono portare a grandi conseguenze.

Molti pensano che sia sempre più difficile orientarsi secondo un modello di ordine e bellezza, in tutti i campi della creatività. Accade la stessa cosa con il processo creativo che porta alla nascita di nuovi oggetti?
C’è stata una degenerazione, un declino, lo chiamerei quasi un percorso di autodistruzione irrazionale. Ma questo salto nel vuoto, nel caos, intensifica la nostra speranza di trovare qualcosa che renda la caduta più morbida. Inoltre alza la posta della sfida. Una possibile soluzione è quella di creare microsistemi compatibili, sostenibili e interattivi, in comunicazione l’uno con l’altro. I rischi più grandi sono l’esclusione, l’immobilità e l’isolamento. Se riusciamo a plasmare gli strumenti giusti, a individuare simboli e segnali, a renderci più forti e reattivi, allora forse possiamo cambiare la realtà così come la percepiamo, o almeno a trovare un senso nel declino.

Gli architetti spesso si comportano come “guaritori”: arrivano e decidono di adottare un piano d’azione, per imporre un ordine che spesso rischia di amplificare il disordine. È d’accordo? Un designer è un guaritore per necessità?
Designer e architetti non dovrebbero cambiare il mondo, solo cercare di migliorarlo, rimanendo ben consci della natura effimera e transitoria del proprio lavoro. Il valore dei tuoi manufatti non è assoluto, ma relativo a quello che c’era prima e all’influenza che potrà avere su quello che verrà dopo. Un designer è un medico che usa una forma di medicina in costante evoluzione. Deve saper guardare al passato, non solo a quella cosa inconsistente che è il futuro.

Quanto conta la vita di tutti i giorni nel processo creativo?
È il brodo primordiale della ricerca. Ognuno di noi può decidere di credere che la propria esperienza sia reale o virtuale. È un approccio ermeneutico e proairetico; un’interpretazione dei segni contemporanei che delinea un futuro la cui durata è definita dai ritmi dell’industrializzazione, della distribuzione e della promozione. Un processo che si basa sulla preferenzialità come modalità direttiva e sul miglioramento applicato – anche se dobbiamo stare bene attenti a evitare lo stile e lo styling.

A cosa si ispira e come arriva a una forma tangibile a partire dall’idea originale?
È un processo che opera per analogie, senza particolare direzione. Inizio dal passato o da un futuro immaginario. Ciò che conta è il valore che essi hanno, o che potrebbero avere, nel presente. È difficile dire fino a che punto questi segni si autogenerino, scaturendo da una sensazione generalizzata, e fino a che punto siano guidati da un agente esterno.

Spesso ha affermato che oggi il trend dominante nel mondo del design è un “non-trend”, o meglio, la tendenza a fornire strumenti che possono essere integrati in maniere diverse, personalizzati e customizzati secondo i bisogni e i desideri di ogni singolo individuo. Questa personalizzazione tende al caos? E quanto conta l’energia introdotta da terzi all’interno di un processo creativo?
Sarebbe davvero poco interessante e assai noioso se sfruttassimo la complessità e l’interazione tra società differenti e la velocità di trasmissione delle informazioni unicamente per create modelli prestabiliti di mode, stili e standard universali. Credo che ogni creativo debba accettare il rischio inevitabile in cui incorre quando interpreta la realtà, fornendo sistemi e strumenti. Ognuno di noi deve poi personalizzare i propri strumenti, usandoli e combinandoli in maniera unica. Non credo nelle cose preconfezionate, o nelle cose che mi sono imposte dall’alto. Non mi attraggono le soluzioni uguali per tutti. Non credo neanche che il successo di un oggetto o di un prodotto si registri su un piano unicamente quantitativo. Piuttosto, bisogna valutare l’impatto che esso ha, che tipo di piacere o benessere può offrire, anche solo in veste di rappresentazione virtuale, senza prendere in considerazione il suo possesso potenziale. Questa ricerca va portata avanti con l’aiuto dell’industria, coinvolgendo un numero crescente di tecnici, consulenti e specialisti, che faranno a loro volta parte del processo creativo. Il ruolo di leggere, definire e formalizzare la realtà è dei critici e dei giornalisti.

Ha studiato con Vico Magistretti e Achille Castiglioni. Che influenza hanno avuto sul suo lavoro?
Sono stati fondamentali, sia su un piano professionale che personale. Da Magistretti ho imparato il coraggio di mettermi alla prova, di credere davvero in me stessa, come designer e creatrice. Era un vero modello d’eleganza e modestia. Un esempio di come si fa davvero a spostarsi da un piano all’altro, con un’attenzione estrema ad ogni aspetto del processo creativo. Il tessuto usato per un prodotto, il suo colore, la sua consistenza, sono tanto importanti quanto la sua forma. Castiglioni mi ha svelato il potenziale del design, quando ancora credevo che l’architettura fosse un’arte superiore. Il piacere di progettare un oggetto o un pezzo architettonico estemporaneo. Che le dimensioni o la durata di un progetto non hanno importanza, mentre ha importanza, invece, la produzione industriale e la tua relazione con la produzione. L’ironia, il divertimento, il non prendersi troppo sul serio, anche quando si prendono molto sul serio le cose che si fanno.

La considerano la designer europea con più sfaccettature, poiché lavora in molti campi differenti. Come sceglie un progetto su cui lavorare?
Scelgo le relazioni umane. Per l’ultimo progetto che ho chiuso per un cliente ho usato le seguenti parole, scritte usando lampadine accese nel buio: “Lavora solo con le persone che ti piacciono.” Non ci sono clienti o progetti migliori o peggiori. Ogni creativo, così come ogni produttore, ha i suoi punti di forza e di debolezza. È la magia delle combinazioni che fa la differenza, il desiderio condiviso di oltrepassare i propri limiti. Aprire la mente per migliorare ed evolvere: è un processo fantastico, doloroso, divertente e distruttivo. Non sai dove ti porterà, ma tutto il suo significato è racchiuso nel percorso che scegli, non nella destinazione che raggiungi.

Ha spesso detto che il suo ufficio è il suo mondo. Ci deve essere però un posto particolare da cui trae ispirazione. Può dirci qual è?
Nella mia testa. In un libro. In un mercatino per strada. In un nonluogo. O guardando l’oceano dalla spiaggia dove sono cresciuta, nelle Asturie.

Possibilità, caos e ordine: può mettere queste tre parole in ordine d’importanza, in relazione al suo processo creativo?
Non riesco a fare una classifica o stilare delle percentuali. C’è un’immagine di sogno a cui faccio spesso ritorno : un mondo tridimensionale dove il caos è tutto, l’ordine è un imbuto e la possibilità una polvere magica, che scorre attraverso il collo dell’imbuto. Il risultato è un caos tutto diverso, dall’altra parte.

PATRICIA URQUIOLA
è nata a Oviedo (Spagna) nel 1961. Vive e lavora a Milano. Ha studiato  all’Università di Architettura del Politecnico di Madrid e al Politecnico di Milano, dove si è laureata nel 1989 sotto la supervisione di Achille Castiglioni. Nel 2001 ha aperto il suo studio personale, dove lavora su product design, architettura e installazioni. I suoi progetti più recenti includono il Mandarin Oriental Hotel a Barcellona, il Das Stue Hotel a Berlino e la spa del Four Seasons Hotel a Milano, showroom e installazioni per Gianvito Rossi, Flos, Missoni, Moroso, Officine Panerai, H&M, Santoni e il concept generale di Pitti Immagine, Firenze. Lavora come designer per le maggiori aziende Italiane e internazionali. I suoi prodotti sono esposti in molti musei e collezioni, e ha vinto molti premi e riconoscimenti a livello internazionale.

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