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PIRELLI.COM / WORLD

Il Canto
della Fabbrica

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...composto da Francesco Fiore per il violino di Salvatore Accardo, uno dei maggiori musicisti contemporanei e per gli archi dell’Orchestra da Camera Italiana, per interpretare e rappresentare suoni e ritmi d’una industria hi tech esemplare, il Polo Pirelli di Settimo Torinese. 

Il “Canto della fabbrica”, nato da un’idea della Fondazione Pirelli, s’è formato tra computer, robot, laboratori di ricerca e linee automatizzate. E’ stato eseguito per la prima volta in pubblico nel settembre 2017, proprio lì dov’era stato ideato, nel cuore degli impianti produttivi di Settimo, davanti a un pubblico di mille persone, durante il Festival di musica classica MiTo. Adesso è diventato il cardine di un libro, edito da Mondadori, con le immagini del concerto, il Dvd dell’esecuzione e una serie di riflessioni sui rapporti tra impresa, cultura e rappresentazione del lavoro e delle nuove tecnologie (gli autori, oltre chi scrive: Marco Tronchetti Provera, Renzo Piano, Salvatore Accardo, Francesco Fiore, Domenico Siniscalco, Giuseppe Lupo, Piero Violante, Massimo Bergami, Stefano Michelli, Pieri Luigi Sacco): le immagini e la letteratura, le relazioni industriali, le dinamiche produttive.

La fabbrica del Novecento ha rappresentato una forma della razionalità dominante nel secolo appena concluso, applicata alle logiche della produzione e del consumo di massa, con tutto il carico di conflitti e mediazioni messe in atto per attenuarli. Ma quella razionalità cambia, in conseguenza delle profonde innovazioni scientifiche e tecnologiche. La fabbrica digitale ne è dunque metamorfosi, innovando produzioni e prodotti, materiali, mestieri e professioni, linguaggi, radicamenti sui territori e adattamenti ai mercati globali. Neofabbriche o postfabbriche? Manifatture, comunque sia, in cui l’innovazione è sempre più rapida e sorprendente.

Quale musica, di tutto questo, può interpretare l’anima? Ieri c’erano i “quattro colpi di sirena” della Seconda sinfonia di Dmitrij Šostakovič per la fabbrica dei primi del Novecento: acciaio, rumore, fumo, fatica pesante della produzione in serie. Poi, le musiche di John Cage, Luciano Berio e Luigi Nono. Oggi, il violino di Salvatore Accardo per il Canto che interpreta i ritmi della manifattura digitale degli anni Duemila. Tutta un’altra “civiltà delle macchine” e delle persone che vi lavorano.

La storia del Canto della fabbrica comincia con un incontro. Da un lato gli ingegneri, i tecnici, gli operai specializzati di un’industria hi-tech, digitale. Dall’altro, i musicisti di un’orchestra di violini e violoncelli. Un confronto originale di linguaggi, competenze, visioni. Un dialogo. Uno scambio aperto di esperienze finora in gran parte ignote l’una all’altra (come si governano le serie di robot guidate da file di dati? E come si scrive musica, come si costruisce un concerto?). Nasce così un “ricercare” su quattro note (mi-do-sol-do diesis) che dà forma musicale ai ritmi e ai suoni di strutture industriali molto innovative, qual è lo stabilimento Pirelli di Settimo, una “fabbrica bella”, cioè trasparente, accogliente, sostenibile, con la sua “Spina”, la struttura di servizi e laboratori di ricerca progettata da Renzo Piano, architetto particolarmente attento alla luce, alla bellezza, all’ambiente (il corpo centrale è circondato da 400 alberi di ciliegio, “la fabbrica nel giardino dei ciliegi”, per usare una suggestiva evocazione letteraria) e, naturalmente, sensibilissimo alla musica.

Quella “fabbrica bella” non è un’operazione cosmetica. Tutt’altro. È la scelta d’imprimere ancora una volta ai luoghi del lavoro produttivo il segno forte di una grande operazione culturale, che interpreti il tempo e ne sottolinei i cambiamenti: un’operazione economica ma anche una scelta civile, un’affermazione profonda della cultura d’impresa. “Cultura politecnica” del fare bene. E del benessere.

In questo processo, la musica del Canto della fabbrica è un capitolo essenziale. Di portata straordinaria, carica di convergenze e contrasti. Il massimo dell’incorporeità, la musica: note che abitano nell’aria e nell’anima. E il massimo della materialità, la fabbrica: macchine, ferro, gomma, peso, prodotto. Il contrasto però è solo parziale. Perché una fabbrica non è solo le sue macchine, ma le idee da cui nasce, le passioni che la originano e che a sua volta ispira, gli stati d’animo che ne accompagnano i ritmi, la creatività che ne segna l’evoluzione. Dalla materialità torniamo nei territori dell’incorporeo, una tendenza ancora più accentuata in tempi di fabbrica digital, di bit e data. E il linguaggio comune, tra musica e fabbrica, sta in un’altra dimensione del pensiero creativo e produttivo: la matematica. Per le macchine industriali. Il lavoro di ricerca e produzione. E la stessa costruzione del suono, sviluppando in chiave contemporanea la lezione di Bach.

I temi che la ispirano sono raccontati dal maestro Fiore: “La fabbrica intesa come luogo dell’uomo che interviene nell’ambiente naturale per creare un proprio luogo di lavoro, e dove il sapere e il lavoro comune devono trovare una sintesi in un prodotto finale: appunto, la musica. Il silenzioso balletto dei robot, con i loro movimenti di una grazia meccanica così estranea al gesto naturale dell’uomo; la cupa e profondità dalla quale viene cavata la mescola chimica che deve trasformarsi nel prodotto finito; e ancora, la coesistenza del vecchio e del nuovo, fatica umana e automi apparentemente impassibili e instancabili, antichi macchinari di archeologia industriale e computer di ultimissima generazione. È questo che ho cercato di riversare nel mio brano: come da un’idea o cellula primigenia (nel caso specifico, le note mi-do-sol-do diesis) si possa, attraverso la trasformazione e l’elaborazione, creare qualcosa che non perda il contatto con l’elemento generante ma segua le varie ramificazioni, a volte contraddittorie o contrastanti, che un processo di sviluppo può portare”.

Musica e comunità. Creatività. E rigore nell’interpretazione e nell’esecuzione. Dialettica. Grazie a cui la cultura della fabbrica trova la sua rappresentazione musicale. La voce di Accardo completa il racconto: “Abbiamo sperimentato suoni e armonie. E condiviso l’importanza del ‘fare con mano’, toccando la materia, in questo caso musicale, strumentale, plasmandola secondo le caratteristiche degli interpreti, rinnovando un sapere antico. Lo stretto rapporto fra compositore e interprete è un lato essenziale della creazione musicale”.

“Fare con mano”, si dice anche del lavoro di fabbrica: manifattura. Una straordinaria convergenza creativa. Il lavoro e il suono. Intense armonie.

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