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PIRELLI.COM / WORLD

I media, la politica, la tecnologia e il dibattito pubblico

The New York Times Headquarters on 8th Avenue between 40th and 41st street in New York City
ORJAN F. ELLINGVAG - Getty Images - The New York Times Headquarters on 8th Avenue between 40th and 41st street in New York City

Mark Thompson, sessant’anni, è probabilmente una delle persone più adatte e più qualificate al mondo per parlare di media e di attualità. Thompson è infatti Ceo del New York Times dal 2012, e in precedenza è stato Director General della BBC per otto anni. 

Nell’autunno del 2016 ha pubblicato il saggio sulla presunta fine del discorso pubblico intitolato “Enough Said – What’s gone wrong with the language of politics”, uno dei casi editoriali dell’anno. “Enough Said” sostanzialmente anticipa quello che poi è deflagrato con l’elezione di Donald Trump e con tutto il fenomeno delle cosiddette fake news, puntando il dito sulla necessità di ricostruire un discorso pubblico condiviso. 
L’abbiamo incontrato a Milano, ospiti dell’editore Feltrinelli che ha pubblicato il saggio in Italia (“La fine del dibattito pubblico”, Feltrinelli 2017), per parlare di questi temi e del ruolo dei media, New York Times in testa, nello scenario fluido e fortemente influenzato dalla nuove tecnologie che stiamo vivendo a livello mediatico e politico.

Portrait of Director-General of the BBC Mark Thompson
HARRY BORDEN - Getty Images - Portrait of Director-General of the BBC Mark Thompson

Nel mondo oggi sembra prevalere chi promette risposte semplici a quesiti difficili. Ma spesso poi la realtà si rivela più complicata di come la raccontiamo. Crede esista ancora un modo di rendere interessante la complessità?
Credo di sì. E penso che uno dei fallimenti delle cosiddette élite sia proprio questo: hanno smesso di provarci. Non serve risalire all’antichità, basta guardare un attimo indietro agli anni ’90, a Bill Clinton e Tony Blair, per trovare leader vincenti molto abili nel raccontare con parole semplici proposte piuttosto complicate. 

Mi sembra che si sia rinunciato a provare a farlo. Faccio un esempio: il libero mercato è uno dei temi più centrali e controversi nel mondo in questo momento; bene, nella campagna elettorale americana o in quella per il referendum sulla Brexit non ho mai sentito nessuno difendere e spiegare davvero e con forza le ragioni del libero mercato.

Non dico che sarebbe stata una posizione per forza vincente, ma perché non provare a spiegare letteralmente perché il libero mercato possa essere positivo per un paese? 

Si fa l’errore di pensare che siccome molte persone negano convintamente l’utilità della vaccinazione e le conseguenze dei cambiamenti climatici, allora siano ragioni che non valga più la pena di sostenere e argomentare. E invece vale la pena di farlo finché chi la pensa al contrario non abbia cambiato idea. È troppo facile dire “io la penso così, ho ragione e se tu non capisci sei stupido”. Non si tratta di discutere di meno con chi non la pensa come te, si tratta di discutere di più, invece di insultare chi si pensa abbia torto, avvicinarsi a loro, non allontanarsi. 

Il populismo si è infilato esattamente in questa distanza crescente che si è creata fra le élite e le persone comuni, e lo ha fatto dicendo “li vedete questi esperti e questi professori? Sostengono che tutto sia molto complicato, invece è molto semplice, ora ve lo spieghiamo noi”. 

Vista la sua professione, quale pensa sia il ruolo dei media in questo scenario appena descritto?
I media corrono il rischio di finire dalla parte dei cosiddetti esperti e molto lontani dal pubblico. Un esempio pratico: la cena dei corrispondenti della Casa Bianca. È a tutti gli effetti un club: il presidente, i politici più importanti, insieme ai giornalisti delle testate principali, tutti vestiti da sera, a ridere, bere, darsi pacche sulle spalle. È uno show. Il New York Times l’ha boicottata per anni, perché pensiamo non sia parte del nostro lavoro. 
Non a caso il Presidente Trump quest’anno non è andato, per marcare una distanza. Penso che sia una distanza da ristabilire, che può fare bene a tutti. Il lavoro dei media è far capire al pubblico la politica e le scelte che la politica fa, posizionandosi in mezzo fra la politica e il pubblico stessi. E nella situazione in cui ci troviamo, tutto questo dovrebbe valere di più, non di meno. 

A proposito di questo, dove pensa sia il confine fra giornalismo imparziale e il prendere una posizione netta su questioni importanti? Mi sembra sia un tema che si è posto per il New York Times e altri media americani con l’elezione di Trump, che non a caso vi accusa di essere “la vera opposizione”. 
Io resto sempre dell’idea che, se parliamo di notizie, il nostro lavoro sia darle e non prendere posizione; per quello ci sono gli editoriali e le pagine delle opinioni. Però è vero quel che dici: c’è un Presidente degli Stati Uniti che dice che la vera opposizione alla sua amministrazione non sono i democratici ma sono i media come il New York Times; siamo noi, secondo lui, “i nemici della gente” che lui sente di rappresentare. Credo che noi non dobbiamo farci trascinare in questo ragionamento. Il nostro lavoro resta quello del reporter scrupoloso. Con questo non vuol dire che sia facile e che sempre ci riusciamo, soprattutto nella situazione attuale. 

Arriviamo alle cosiddette fake news, uno dei grandi temi contemporanei se parliamo di media, politica e comunicazione. Una provocazione: non crede che questa cosa che se le buone ragioni della politica mainstream hanno perso è colpa esclusivamente delle fake news fabbricate da Trump e dagli altri populisti sia un po’ una giustificazione? Il problema è enorme, ma a volte tutto ciò suona come una scusa gigantesca.

Quando perdi è umano dare la colpa all’arbitro o a terzi, ed è vero che il mondo liberal e in parte i media spesso lo fanno e l’hanno fatto. Però credo che stia succedendo questo: molti siti, alcune tv, il Presidente degli Stati Uniti in persona, fanno in modo di infangare le acque, di rendere le cose meno chiare e la realtà meno visibile. E lo fanno senza fornire prove. 

Quando Trump dice che il suo predecessore gli ha messo sotto controllo il telefono, non fornisce uno straccio di prova. E allora si giustifica dicendo che l’ha letto da qualche parte, riportando una citazione di qualche sito. Questo è quel che fanno: confondere le cose, in modo che le persone perdano certezze e non capiscano più cos’è successo davvero e cosa non lo è. Io penso che questo sia un problema profondo e da non sottovalutare.

Che ruolo attribuisce alla tecnologia in tutto questo? 
Un ruolo di primo piano. Dal punto di vista dei media, è indubbio che noi abbiamo perso un monopolio. Tutti possono fare reporting, filmare o fotografare con lo smartphone un poliziotto che sta sparando a qualcuno; chiunque può registrare un pezzo di realtà e distribuirla velocemente nel mondo. 

Tutto ciò può essere molto utile e positivo, si pensi all’uso di tutto questo processo che si è fatto per provare a far crescere un movimento pro-democrazia in Egitto o in altri Paesi Arabi. Si è pensato però, a un certo punto, che tutto questo volesse dire che si poteva fare a meno dei giornali e dei giornalisti, che bastava il cosiddetto citizen journalism, che sarebbero stati gli algoritmi a decidere per noi cosa valeva e cosa non valeva la pena sapere. È una cosa che suona sbagliata adesso. 

Le istituzioni giornalistiche hanno una cosa in più, sono accountable; se tu scrivi qualcosa che non va, possono sapere chi sei, possono andare dal tuo editore. In fondo, è tutto molto trasparente: tutti vedono quello che fai e tutti possono decidere se fidarsi o meno. Nella cacofonia di internet, alla fine esci fuori ancora di più se ti distingui con chiarezza dal rumore di fondo. Io credo che sia il rumore, se parliamo di discorso pubblico, il vero elemento di novità introdotto dalla tecnologia. Devi parlare ancora più chiaro e devi dimostrarti capace anche di saper ascoltare chi vuole dire la propria, andando oltre al rumore.

Un’ultima domanda: è ottimista sul futuro dei media? Perché il rovescio della medaglia di questo discorso appena fatto è la difficile ricerca di un modello di business sostenibile per chi fa giornalismo.
Al New York Times, su questo, abbiamo una tesi molto forte: investire nel giornalismo di qualità ti da la possibilità di trovare lettori impegnati e clienti disposti a pagare. Siamo arrivati a due milioni di abbonati digitali globali, che si vanno aggiungere al milione dell’edizione cartacea. Io credo che possiamo arrivare tranquillamente a dieci milioni.

Crediamo che avere fiducia in un pubblico che ha fame di capire cosa succede nel mondo e avere il coraggio di investire nella qualità di quello che fai sia il miglior business model possibile.


Biografia
Mark Thompson ha assunto la carica di CEO del New York Times nel 2012, dopo otto anni come Direttore Generale della BBC. Grande sostenitore del ruolo dei media nel discorso politico pubblico, ha recentemente pubblicato una tagliente critica sulla tendenza all'iper semplificazione di temi complessi attraverso risposte “facili”. Crede che il giornalismo di qualità possa continuare ad attrarre “investitori e lettori fedeli, attenti e disposti a pagare”.

Il libro: La fine del dibattito pubblico
Nel suo libro del 2016, Mark Thompson condanna quel discorso politico che vuole essere solo “una lotta fino alla morte politica, una lotta in cui qualsiasi espediente linguistico è concesso alle parti“. Thompson evidenzia anche come la tecnologia stia contribuendo a cambiare la natura stessa della comunicazione politica: “Le parole sfrecciano attraverso lo spazio virtuale con un ritardo infinitesimale. Un politico, prima ancora di scendere dal podio, ha già seminato le sue idee in 10 milioni di menti.”

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