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Come i brevetti
sono la chiave della meritocrazia

Giovanni Giannesi, senior advisor proprietà intellettuale Gruppo Pirelli, parla di innovazione e proprietà intellettuale

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sono la chiave della meritocrazia

Imprese della conoscenza, società della conoscenza. A prima vista sembrano novità, caratteristiche salienti del nostro tempo, eppure, secondo Pier Giovanni Giannesi,- senior advisor proprietà intellettuale Gruppo Pirelli -, “è sempre stato così: quando si vendono prodotti e servizi, in realtà si vende la proprietà intellettuale di cui l’oggetto materiale è il supporto”. Un esempio: gli album musicali. Per chi di noi ancora acquista CD o vinili, quella transazione riguarda in realtà “la licenza di riprodurre la musica contenuta, il supporto in sé non vale niente”. È una questione di diritti. 

Come i brevetti sono la chiave della meritocrazia

La proprietà intellettuale è essenziale anche per Pirelli, ovviamente, che nel settore investe molto, producendo in media quaranta brevetti prioritari all’anno che poi estende nei  diversi Paesi di interesse competitivo, per un totale di circa 6000 brevetti ancora attivi. Un portafoglio che Giannesi definisce “vivo, perché i brevetti che sono tecnicamente superati, sono abbandonati”. Oltre ai patent, Pirelli gestisce un ampio bouquet di marchi in tutte le classe merceologiche: The Cal”™, che distingue il famoso calendario Pirelli, è un marchio registrato, per esempio.

Secondo Giannesi, la unicità del brevetto sta nella sua natura “spiccatamente meritocratica”, essendo concesso solo per invenzioni che contribuiscano in maniera significativa al progredire dell’industria, “non ovvie rispetto alla tecnica disponibile prima della data del brevetto”. E, in assenza di protezione, il valore delle invenzioni rischia di perdersi. Per questo è importante che le imprese italiane investano nella proprietà intellettuale. “Quando vendiamo un pneumatico,” spiega Giannesi, “vendiamo le innovative tecnologie di prodotto e processo che lo compongono, ottenute da investimenti di ricerca e sviluppo”. C’è un “unico modo di proteggere i risultati degli investimenti di aziende e privati, ed è attraverso i brevetti, i marchi e il know-how”. Il potere di questi strumenti è presto detto: valgono per tutti, piccoli e grandi, sono addirittura una leva che i piccoli imprenditori possono fare valere contro le grandi imprese interessate alle loro innovazioni. Non è un caso che “i piccoli che sanno usare i brevetti abbiano grande successo”.

Anche i software sono coperti da copyright: in questo caso, il diritto d’autore copre il preciso modo con cui si istruisce un computer affinché questo compia certe operazioni, non protegge il metodo o il processo attuato che può essere o no oggetto di brevetto. Spiega Giannesi: “è lo stesso tipo di protezione che ha un romanzo, di cui però si può fare un remake, per esempio. Il copyright non protegge la storia, diciamo, ma il modo in cui viene raccontata. Il brevetto invece copre la storia, il metodo con cui risolvo i problemi”.

La proprietà intellettuale è un mondo complesso con diversi attori: prima di tutto le aziende e gli inventori, ma anche i legislatori che fanno le leggi, gli uffici brevetti e marchi che concedono le protezioni, i consulenti tecnici, gli avvocati che lavorano ai fini della loro protezione e tutela e i giudici che decidono delle controversie. 

In tutto questo, com’è messa l’Italia? Bene, secondo Giannesi. Nel nostro Paese “il know-how è protetto come diritto di proprietà” e ciò vale sia per le informazioni tecniche che per le informazioni commerciali che hanno valore economico e sono tenute segrete. Abbiamo poi una buona tradizione nella protezione e tutela dei marchi.
Per quanto riguarda i brevetti, la Germania si muove meglio: qui la tradizione dei brevetti è “più consolidata, tutte le aziende tedesche brevettano”, e lo stesso avviene negli Stati Uniti, dove tutti riconoscono l’importanza di marchi e brevetti. In Italia,  “bisogna che qualcuno spieghi e convinca gli imprenditori”. Di conseguenza, il numero di brevetti europei a nome di aziende tedesche sono il quadruplo di quelli registrati dalle italiane, anche se, puntualizza Giannesi, “l’impressione è che i brevetti nostrani siano di alta qualità”. Brevettiamo meno ma quando lo facciamo, lo facciamo per invenzioni più importanti o “basiche”.

Sono due i fronti aperti nel campo della proprietà intellettuale. Il primo è la Cina, che sta normalizzando il suo rapporto con l’argomento, fra l’altro incoraggiando le aziende cinesi a depositare brevetti: con sei depositi all’anno possono godere di incentivi pubblici. Qualcosa di simile  sta avvenendo anche nel nostro Paese, dove si è provato a incentivare la proprietà industriale (patent box) offrendo agevolazioni fiscali a chi dimostra di avere avuto ricavi dai propri asset intellettuali. Il secondo è quello aperto a livello europeo dove la protezione brevettuale solo a livello nazionale porta a complicazioni e costi che scoraggiano le aziende. E’ ormai in via di formazione un sistema che prevede Brevetto Europeo Unitario e Corte Brevettuale Unitaria Europea che si prefigge di superare tali complicazioni per una competizione ormai a livello globale e non più a livello nazionale. 

Pirelli considera la proprietà intellettuale un settore chiave e gestisce i propri asset di proprietà intellettuale secondo politiche consolidate e banche dati interne dedicate. Nel campo dei brevetti, Pirelli, ormai da venti anni, dà un premio alle invenzioni, una targa (un piccolo lingotto) d’oro agli autori  brevetti concessi con esame di merito e che abbiano mostrato una valenza competitiva e una targa d’argento agli autori di invenzioni oggetto di domande di brevetto depositate  per il successivo esame da parte degli uffici brevetti competenti.

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