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Come cambia l’economia sotto l’impulso dei millennial

Da poco laureata, smalto sulle unghie e un abito formale sotto il cappotto, Verity Babbs è in cerca di lavoro nel mondo dell’arte. Ha trascorso la mattinata a dipingere un’installazione per un artista famoso, dopo aver offerto i suoi servizi come volontaria su Instagram, e ora sta per partecipare al lancio ufficiale di un importante festival. Per prepararsi ha creato alcuni post di Instagram e ora spera che l’evento le dia l’opportunità di creare nuove relazioni. A parte i vecchi fidati biglietti da visita, tutto il resto lo ha fatto dal suo smartphone.

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Fortunatamente è riuscita a trovare il tempo anche per la nostra intervista in un noto spazio all’aperto popolato dalle startup dello street-food a Brixton, a sud di Londra.

Benvenuti nel mondo della ricerca del lavoro stile millennial.

Per i giovani di oggi che cercano qualcosa di più, è da questo tipo di networking (quasi sempre iniziato con una conversazione sui social) che ha inizio una carriera: transazioni informali in dare e ricevere che illustrano efficacemente la nozione un tanto amorfa di “sharing economy”.

Dalla proprietà alla condivisione

Secondo la Harvard Business Review, sharing economy è un termine generico che riunisce un’ampia varietà di “forme di consumo diverse dalla proprietà”. Pensiamo agli scambi, al baratto, al commercio o all’affitto.

La rivoluzione si è affermata grazie a Uber, Airbnb e servizi come Spotify, che invece della proprietà offrono agli utenti l’accesso. Senza offesa per nessuno, se pensate che questo sia tutto, probabilmente avete più di 40 anni.

Per una generazione cresciuta durante o dopo il collasso finanziario del 2008, la sharing economy rende la vita più accessibile. Ma ancora più alla base c’è il fatto che, per il 43% degli statunitensi adulti che hanno esperienza diretta del concetto, la proprietà fa l’effetto di un “onere”, almeno stando al report The Sharing Economy pubblicato nel 2015 dalla società di consulenza globale PwC. Perciò il nodo centrale è lo sharing. E questo nodo sta crescendo parecchio. Secondo le previsioni di PwC, in poco più di dieci anni cinque settori chiave della sharing economy (viaggi, car sharing, finanza, ricerca del personale e streaming musicale e video) cresceranno passando dai 15 miliardi di dollari del 2014 ai 335 miliardi di dollari nel 2025.

Che si tratti di guadagnare qualche soldo in più affittando la propria casa quando si viaggia, usufruire di un lavoro flessibile (o meno) guidando per Uber o preparare una candidatura eccellente per un lavoro commisurato alla propria laurea, per la maggior parte dei millennial la sharing economy è l’economia.

Stringere amicizie

Ma torniamo a Brixton: Babbs prende il telefono per mostrarmi la costellazione di app che l’aiutano a navigare in questo mondo. La prima è Bumble. Chiaramente finalizzata al dating in cui le donne fanno la prima mossa, l’app dà accesso anche a Bumble Bizz, una piattaforma di cui magari non avete sentito parlare ma su cui fanno networking i dipendenti di molti dei più importanti studi legali, brand e delle grandi banche, lontano dalla monotonia di LinkedIn (che per loro è un po’ l’equivalente social delle rimpatriate tra compagni di scuola di mamma e papà). Su Bumble Bizz giovani uomini e donne in outfit professionale e con competenze in software, contabilità, design e altro ancora condividono, scambiano o vendono le proprie abilità. 

E poi c’è Daisie, la creatura della star di Game of Thrones Maisie Williams, su cui si connettono e collaborano 130.000 artisti, musicisti e creativi in genere.
“Sono appena arrivata a Londra, quindi cerco proprio opportunità come queste” spiega Babbs. “Di recente un gruppo di ragazzi mi ha contattata per alcune ricerche sull’arte rinascimentale. In cambio si sono offerti di creare un’app in base alle mie esigenze semmai dovessi averne bisogno.”

Detto questo, il super-computer di networking di Babbs, un iPhone 5s, torna in tasca.

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Alla base lo smartphone

È difficile esagerare l’impatto dei moderni smartphone, nati nel 2007 con il primo iPhone Apple. Forse solo la ferrovia ha avuto un impatto maggiore nell’accelerare la comunicazione tra persone e aziende. In treno, un viaggio internazionale da Bruxelles a Parigi durava un quarto del tempo necessario in diligenza. Nel 1842 Victor Hugo, giornalista e autore de I miserabili, ipotizzò la nascita di una cultura globale e di un’unica lingua proprio a seguito della ferrovia.

Il salto dal mondo dei Nokia – l’equivalente anni Novanta della diligenza – agli smartphone sta avendo lo stesso effetto sui millennial. Ed è lo sviluppo delle app ad aver consentito il decollo di questa tecnologia. I millennial (e anche qualcuno più in là con gli anni, ve lo concedo) sanno che esistono pochi problemi al mondo che un’app non sia in grado (o quantomeno prometta) di risolvere.

Devi attraversare velocemente una città? Con Citymapper, servizio di mappatura e monitoraggio del traffico pubblico, puoi scoprire i tempi di attesa dell’autobus o la durata del tuo itinerario, a piedi o in bici.

Hai un’auto? Trasformala in un taxi con Uber. O Lyft. O Haxi.

O usa Shazam per capire di chi è il pezzo che sta passando in radio e mettere fine a ore di frustranti discussioni per sapere chi cantava Blue (Da Ba Dee). (Risposta: Eiffel 65.)

Cambiare il mondo

Altri hanno messo a sistema la nuova tecnologia per confrontarsi con questioni di carattere sociale. Per una generazione cresciuta a suon di notizie sullo stato catastrofico del pianeta – e su questo o quell’altro disastro economico – il collegamento tra “economia condivisa” e “risorse condivise” è ovvio e inevitabile. 

“Stiamo per assistere a un cambiamento radicale, da un’economia dei consumi insostenibile a un’economia della condivisione” spiega Tessa Clarke, cofondatrice di Olio, piattaforma di food-sharing per la ridistribuzione di prodotti alimentari che altrimenti andrebbero gettati via. A Londra si sono iscritti nomi importanti come Selfridges; ma anche privati che producono, preparano o comprano cibo in eccesso possono usare l’app Olio per consentire agli utenti di ritirare alimenti che in caso contrario verrebbero scartati. “L’importante è che il cibo non finisca tra i rifiuti. Ogni anno l’industria alimentare utilizza una superficie grande come la Cina e un quarto dell’acqua dolce complessivamente presente sul pianeta” aggiunge Clarke.

Olio non è sola nella lotta agli sprechi alimentari. Too Good To Go è un’app che permette ai clienti di ritirare a prezzo scontato i prodotti alimentari in eccesso a fine giornata presso negozi o ristoranti. All’apparenza servizi come questi contribuiscono a sfatare vecchi tabù su cosa si intende per “rifiuto”, e trovano un seguito grato ed entusiasta tra i millennial.

Tra le altre app a carattere sociale troviamo Eco Buddy, utile a calcolare le proprie emissioni di carbonio durante il giorno, e Buycott, che scansionando un codice a barre ti dice all’istante se un prodotto è in linea con i tuoi principi etici. Queste app, e la sharing economy in generale, offrono un pratico strumento mobile per fare del bene: un concetto essenziale per una generazione che considera i menu vegani e i thermos da caffè quasi degni di adorazione.

Nuovi approcci

La stessa mentalità si nota anche nell’ascesa dei progetti “open source”. Prendendo spunto dai primi sviluppatori di software, i cui codici, pubblicati liberamente, potevano essere migliorati dagli altri (proprio per questo oggi chiunque può creare un’app per iPhone o Android), l’idea della collaborazione aperta si è diffusa ed è filtrata in una varietà di iniziative, da Wikipedia a Bitcoin. L’approccio si sta affermando anche in settori tradizionalmente consolidati, che oggi si confrontano con sfide sempre più complesse. Circa 150 partner di settore si sono riuniti per supportare Apollo, una piattaforma open-source su cui produttori di automobili e sviluppatori di software del settore possono testare le proprie tecnologie automotive a guida autonoma. E perfino la NASA oggi crea alcuni dei suoi software in chiave open source.

Al di là delle attività industriali, sono le città oggi a darci altre opportunità di vedere cosa significa pensare in termini di sharing-economy. In Germania la città di Wuppertal, a 30 km da Düsseldorf, ha lanciato un progetto quinquennale chiamato Urban Up, che promuove la ricerca di “strategie di upscale per una sharing economy urbana”.

La dottoressa Karoline Augenstein, co-leader del progetto, spiega: “Lo scopo è acquisire una migliore comprensione di come la condivisione possa contribuire alle trasformazioni urbane e viceversa; e di come, puntando a creare città sostenibili, si possa contribuire a realizzare il potenziale sociale e ambientale della sharing economy.” Le idee sono tante, dal giardinaggio urbano ai workshop digitali, dal food sharing ai caffè-officina dove lasciare oggetti rotti da riparare.

“La sharing economy può rivitalizzare gli spazi comuni tradizionali come i parchi o le biblioteche pubbliche” aggiunge.

Andando avanti con gli anni

Tra i primissimi promotori delle postazioni condivise in ufficio e dei nuovi servizi di prenotazione per le vacanze, si può dire che i millennial hanno dato vita a una nuova epoca; ma forse la prova dei fatti arriverà quando cominceranno ad avere figli. Continueranno a portare avanti il nuovo approccio di condivisione, o torneranno ad adottare i comportamenti dei loro genitori?

Annalise è una giovane mamma con due bimbi di due e quattro anni, ed è entusiasta di poter attingere all’esperienza e alla guida di altri genitori. Grazie ad Happity, un’app londinese, può scoprire quali sono le famiglie con bebè della zona e trovare gruppi di gioco gratuiti vicino a casa. Un’app chiamata Peanut dallo slogan Meet as Mamas. Connect as Women [Incontrarsi come mamme. Conoscersi come donne, NdT] aiuta le madri a incontrarsi e offrirsi supporto e assistenza durante gli alti e bassi della gravidanza e della maternità, e l’occasionale solitudine che può comportare. E nel frattempo, basta accedere a Hoopla per trovare squadre di calcio, lezioni di teatro e palestre per i bambini.

“Per trovare abbigliamento e giocattoli per bambini di seconda mano uso anche i gruppi di Facebook” aggiunge Annalise.

In effetti, via via che i millennial procedono lungo le fasi chiave della vita, tutti i segnali mostrano che stanno portando con sé le idee della sharing economy, seguiti da vicino dagli autentici nativi digitali della generazione Z.

Ed è in parte per questo che Clarke di Olio ritiene che la nuova economia stia ancora prendendo forma. “Abbiamo a malapena iniziato questa transizione, quindi per gli aspiranti imprenditori esistono infinite opportunità di affacciarsi a questo spazio” sostiene. In fin dei conti, se la previsione di PwC è giusta, la sharing economy è destinata a crescere dando vita a un mercato del valore di 335 miliardi di dollari.

Anche Babbs, la nostra laureata in cerca di lavoro, vede di fronte a sé un potenziale di crescita.

“Mi sono resa conto che la maggior parte delle app non è abbastanza specifica per il tipo di lavoro che cerco nelle arti visive” racconta.

E così, da vera millennial, anziché considerarlo un problema comincia a vederlo come una opportunità da risolvere proprio grazie alla sharing economy.

“Magari do un’altra occhiata a Bumble Bizz per ritrovare il mio sviluppatore di app e farmi aiutare!” aggiunge allegra.

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