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Come abbiamo imparato ad amare l'ufficio

Come abbiamo imparato ad amare l'ufficio

Commento di Nancy Rothbard

È uno spazio per un'identità diversa

La pandemia è stata accompagnata da una sorta di euforia iniziale, soprattutto tra i professionisti del terziario. Pensavamo che non saremmo mai più tornati in ufficio e che le nostre vite sarebbero cambiate per sempre. È comunque importante ricordare che l'esaltazione iniziale è dipesa molto dalle circostanze personali. Chi aveva figli sotto i 10 anni a casa da scuola ha dovuto fare i conti con una situazione estremamente impegnativa, che ha messo alla prova soprattutto le lavoratrici. Le famiglie costrette a condividere appartamenti di pochi metri quadrati senza un verso spazio per l'ufficio o i lavoratori senza accesso a una buona connessione a Internet hanno dovuto affrontare altri problemi.

Più si andava oltre la prima fase della pandemia, più le cose cambiavano: anche quei professionisti del terziario che avevano accolto a braccia aperte il lavoro da remoto, scoprivano che la tradizionale separazione tra ufficio e vita privata aveva più benefici di quanto avessero pensato.

All'inizio molti dipendenti erano felici di aver eliminato lo spostamento verso l'ufficio. Eppure da allora abbiamo notato una tendenza: la giornata lavorativa si è allungata di quasi lo stesso numero di ore che un tempo erano dedicate al viaggio verso l'ufficio. Molti hanno finito per sentire la mancanza del viaggio giornaliero, soprattutto chi non doveva percorrere un tragitto particolarmente lungo o stressante, intuendo che il viaggio può trasformarsi in un periodo di transizione, un momento di passaggio tra la casa e il lavoro. Forse non ce ne rendiamo conto mentre siamo bloccati nel traffico o ammassati nella carrozza di un treno, ma il confine psicologico del viaggio da e verso il lavoro è importantissimo.

Abbiamo anche scoperto che è più difficile supervisionare i team di lavoro al di fuori dell'ufficio vero e proprio. Diversi dati raccolti durante la pandemia mostrano come i manager abbiano dedicato più tempo al confronto, necessariamente più diretto e intenzionale, con i team. È un cambiamento positivo, perché la supervisione è più sistematica, ma è anche estenuante.

Altri hanno finito per sentire la mancanza dell'ufficio come spazio in cui mostrare una personalità leggermente diversa. L'ufficio permette di separare l'identità mostrata in famiglia da quella sul lavoro, mentre con lo smartworking entrambe devono in un certo senso coesistere nello stesso spazio. Una delle caratteristiche meno apprezzate dell'ufficio è la possibilità di mostrarsi ogni giorno come si vuole apparire. Quando sono in ufficio, i dipendenti possono controllare la propria immagine e sentono di poter influenzare maggiormente la narrazione che li riguarda. 

Dal mio punto di vista questi sono i vantaggi principali di chi si appresta a tornare in ufficio: la reintroduzione del confine psicologico tra vita lavorativa e familiare, e il maggiore controllo sull'immagine di sé che si vuole trasmettere.

Stiamo attraversando una fase molto interessante perché fino a poco tempo fa non avevamo molta scelta. Le persone erano costrette a stare lontane dall'ufficio e a lavorare da casa, qualunque fosse la loro preferenza. Ma ora che la vita sta tornando fortunatamente a una normalità a noi più familiare, le persone metteranno a confronto il lavoro in ufficio e da casa per capire qual è il più adatto a loro.

Abbiamo questa grande opportunità di decidere come gestire il nostro tempo e le nostre vite lavorative d'ora in avanti. Ma ogni singolo lavoratore deve riflettere attentamente e considerare il proprio tipo di lavoro e la relativa collaborazione tra colleghi e team. La chiave sarà offrire alle persone maggiore autonomia sui metodi e i tempi di lavoro da casa e in ufficio. La mia esperienza mi insegna che le persone hanno una buona capacità di giudizio quando devono scegliere l'ambiente più efficiente per loro. Non penso che i dipendenti decideranno di lavorare da casa per sempre se sanno di essere meno produttivi e meno visibili dal loro team. Alcuni sono semplicemente consapevoli di essere più felici ed efficienti da remoto, mentre altri sanno di essere l'esatto opposto.

Commento di Oliver Burkeman

Siamo animali sociali

Prima del COVID-19 quasi tutti pensavano male dell'ufficio. E si possono muovere critiche certamente valide sulla quantità di distrazioni presenti in un open space e ovviamente sull'impatto psicologico che uno spostamento giornaliero lungo e stressante può avere sui lavoratori.

Eppure è interessante notare come pochi riconoscano i benefici dell'ufficio. E di benefici ce ne sono, sotto la superficie, ma non è facile riconoscerli. Ora che milioni di persone hanno trascorso un anno o più lavorando da remoto, iniziamo a sentire la mancanza dell'ufficio e ad apprezzarne i benefici, forse per la prima volta. Dal mio punto di vista il più importante è l'interazione sociale, vitale per il benessere psicologico degli essere umani, nonostante spesso sia data per scontata, perché parte integrante della nostra quotidianità. Il lavoro più isolato di quest'ultimo anno lontano dall'ufficio ha portato a galla l'importanza di queste interazioni sociali, apparentemente di poco conto, in due modi.

Il primo: l'efficienza naturale della vicinanza tra colleghi. La comunicazione faccia a faccia di solito è più veloce e semplice. Basta avvicinarsi a un collega di scrivania o scambiare due parole con qualcuno incontrato nei corridoi per aggiornarlo su un problema e così mandare avanti un lavoro. Questo flusso naturale di informazioni tra membri di un team rallenta e si complica quando la comunicazione avviene tra email asincrone o videochiamate.

Il secondo: la compagnia di altri esseri umani ci fa stare bene. La cosa strana è che le persone continuano a ripetersi che le loro vite sarebbero perfette se solo potessero trasferirsi in un luogo nuovo e bellissimo come un'isola deserta per "scappare da tutto", eppure quello che rende la vita degna di essere vissuta è soprattutto il contatto con le persone che incontriamo sul nostro cammino quotidiano. L'evoluzione della specie ha reso gli esseri umani psicologicamente programmati per vivere insieme agli altri, e non intendo soltanto amici e famiglia. Un anno di lavoro remoto ci ha insegnato il valore di andare in un negozio, passare in libreria, fermarsi a chiacchierare con un vicino. Queste piccole interazioni sociali con persone quasi sconosciute possono fare una grande differenza per la salute e il benessere psicologico. Lavorare in un ufficio garantisce decine di queste piccole interazioni giornaliere ed è per questo che le persone si sentono sole quando devono rinunciare alla compagnia dei colleghi per lunghi periodi. Non tutti potrebbero descrivere queste sensazioni con gli stessi termini, ma solitamente gli esseri umani iniziano a essere tristi e demotivati quando sono isolati dagli altri.

La mia speranza è che le vicissitudini dell'ultimo anno ci abbiano insegnato quanto gli estremi non facciano bene nel lungo termine. Lavorare solo in ufficio, soprattutto in un open space, può abbassare il livello di attenzione per quei compiti che richiedono una concentrazione estrema. Allo stesso tempo, non è vero che un individuo isolato nella propria stanza buia, interrotto soltanto dalle interazione virtuali, può essere infinitamente produttivo e soddisfatto. Adesso che per fortuna stiamo tornando alla normalità, dovremmo riconoscere i benefici di entrambi gli ambienti lavorativi. Un dipendente ha a disposizione l'ufficio e la casa. E forse lo scenario da sogno è poter lavorare di volta in volta nello spazio più adatto a completare un determinato progetto, con tutta la libertà e la flessibilità di poter cambiare ambiente non appena necessario, anche a metà giornata.

Alcuni impegni richiedono concentrazione solitaria. Altri necessitano di collaborazione e feedback. Ma il lavoro in ufficio porta benefici più profondi: permette di essere circondati dalle altre persone e di trovare uno spazio all'interno di un meccanismo ben più grande di noi. E questi sono elementi fondamentali per gli esseri umani.


Biografia Nancy Rothbard

Nancy Rothbard è la David Pottruck Professor of Management alla Wharton School dell'Università della Pennsylvania, dove guida il dipartimento di management. Studia e insegna materie come cultura aziendale, motivazione sul lavoro ed equilibrio vita-lavoro. Oltre ad articoli accademici, ha scritto numerosi casi di studio per la Harvard Business School.


Biografia Oliver Burkeman

Oliver Burkeman è un autore di bestseller e giornalista che scrive di psicologia, produttività e felicità. I suoi contributi sono stati pubblicati da Guardian, New York Times, Wall Street Journal, Psychologies e New Philosopher. Il suo ultimo libro Four Thousand Weeks: Time Management for Mortals uscirà ad agosto.

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