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20 words for a new world: Viaggio

20 words for a new world: Viaggio

Per molti la chiusura dello spazio fisico è stata la questione più destabilizzante. La possibilità di spostarsi è un dato di fatto.

La possibilità, soldi permettendo, di acquistare un biglietto aereo per viaggiare dall’altra parte dell’Europa (opzione non troppo costosa), o del mondo (opzione un po’ più costosa).

La possibilità di uscire per una passeggiata. Senza una ragione particolare, solo perché ne abbiamo voglia. Perché vogliamo goderci lo spazio fisico, che per noi esiste soltanto se possiamo attraversarlo e muoverci al suo interno. Se non ti muovi o non puoi muoverti, lo spazio si restringe. È una sensazione nuova, strana, spiacevole, la restrizione dello spazio.
L’essere bloccati Qui per il prossimo futuro.

Senza neppure avere la possibilità di andare Lì.

All’inizio ci è sembrato un affronto, non potevamo quasi crederci. Com’era possibile? Come può esserci negato?

Per alcuni però è stata una situazione più familiare. Per le persone di mezza età e gli anziani dell’Est Europa, ad esempio. Uno di loro, in Repubblica Ceca, ha twittato: “Confini chiusi, scaffali vuoti, mancanza di beni di prima necessità: benvenuti nella mia infanzia”.

Sì, tutto questo aveva un fascino rétro.
 
Specialmente la sensazione di uno spazio personale sempre più piccolo e allo stesso tempo un mondo sempre più grande: i luoghi irraggiungibili ci appaiono sempre più lontani. Per un attimo abbiamo conosciuto la geografia del pianeta dal punto di vista di chi ha vissuto prima degli anni Cinquanta dello scorso secolo, abbiamo provato il senso di distanza quasi insormontabile che separa i continenti e persino i paesi europei.

Conosco un uomo in Slovenia che ha un figlio in Italia, solo a qualche chilometro di distanza, ma al di là di un confine nazionale. Un confine esistito solo in via teorica per vent’anni. E poi, purtroppo, questa primavera è diventato nuovamente reale, separando padre e figlio. Letteralmente. Per mesi non hanno potuto incontrarsi di persona. Hanno parlato per telefono o via Skype, ma non era la stessa cosa.

Sarebbe bello se la nostra breve, spero breve, esperienza del vecchio mondo ci aiutasse ad apprezzare di più il mondo diverso che eravamo riusciti a costruire negli ultimi decenni.

Lo spero davvero.

Eppure, da un altro punto di vista, tornare alla vita di prima potrebbe non essere il massimo. Un altro aspetto più tangibile e positivo di questa situazione è la previsione legata alla domanda mondiale di petrolio e alle emissioni di anidride carbonica, che potrebbero aver raggiunto il picco massimo nel 2019: la pandemia potrebbe avere un impatto duraturo su entrambe. Di nuovo, è questione di abitudine, e l’abitudine può rendere permanenti alcuni cambiamenti temporanei, nel bene e nel male. L'esperienza della Covid-19 ci ha insegnato che è possibile cambiare e che abitudini nuove e più sostenibili non sono irraggiungibili. Che non serve davvero volare da un angolo all’altro del mondo, che la vita esiste e merita di essere scoperta anche qui, a livello locale.

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