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20 words for a new world:
Parola

20 words for a new world: Parola

Tra le tante cose che il lockdown ci ha trasmesso c’è un nuovo lessico. Durante uno scambio di messaggi con un mio caro amico nei primi giorni della pandemia mi sono accorta di usare parole come fattore R e carica virale con apparente autorità, nonostante l'argomento fosse a me quasi sconosciuto fino a un mese prima. Anche il modo disinvolto con cui ho usato “lockdown” sapendo che tutti ne conosciamo l’esatto significato ne è la prova: solo quattro mesi fa la mancanza di un'esperienza condivisa legata alla parola avrebbe comportato quantomeno una spiegazione, una qualifica. Lockdown ha un suono particolarmente autoritario, è strano notare come ci siamo adattati a questo concetto, a questa nuova normalità. Anche “nuova normalità” è un’altra incursione nei nostri discorsi, un abbinamento curioso che racchiude lo stravolgente cambio di paradigma dettato da una pandemia letale al blando gergo manageriale da centro conferenze.

Di solito serve tempo perché una parola o una frase sia adottata da un segmento di popolazione così trasversale, ma nel giro di pochi mesi le nostre realtà sono state stravolte così tanto da costringerci ad acquisire un nuovo lessico che rende sensata ai nostri occhi e ci permette di spiegare la nuova situazione. La lingua è cambiata con estrema velocità attraverso nuove, allarmanti configurazioni di termini una volta innocui, approdati nelle nostre menti e sulle nostre labbra con la determinazione di un tiranno. Distanziamento sociale, contenimento, seconda ondata, DPI: questi termini continuano a segnare il nostro 2020, definendo i parametri delle nostre nuove circostanze, con un’onnipresenza che fa a pugni con la novità. Del resto, non li conoscevamo prima di gennaio, febbraio o addirittura marzo inoltrato di quest’anno.

Questa è una nuova lingua nata da fonti inusuali. In nessun altro periodo della mia vita le professioni mediche e gli specialisti della politica sono stati così bravi da infiltrarsi nelle mie conversazioni con le loro formule – penso che valga un po’ per tutti noi. Di solito le parole nuove derivano da cambiamenti tecnologici (e-mail, doxing, scorrere verso destra) oppure da culture nere marginalizzate ed espressive (e spesso mettono in ombra i loro veri autori; sono certa che in molti colleghino la frase “Yasss Kween” alle sexy influencer di make-up e non alla comunità queer e alla scena del voguing afro e latinoamericana). Ma parliamo di una situazione diversa, questi termini sono stati pensati da esperti di pubbliche relazioni e medici al fine di essere meno e non più descrittivi. Questi termini devono rasserenare e calmare, dare un senso di controllo e sicurezza anziché costringere l’opinione pubblica a elaborare la prospettiva di milione di morti. Poiché la lingua attuale è emersa in modo atipico, dall’alto verso il basso, forse è solo una soluzione temporanea. Forse la prossima ondata terminologica nascerà dalla teoria radicale, dalla strada, dando sfogo in modo più realistico ai nostri sentimenti, alle nostre speranze e alle nostre paure.

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