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20 words for a new world: Connessione

20 words for a new world: Connessione

Quando tutto è cominciato, guardavamo il telegiornale timorosi e stupefatti. Sera dopo sera, non potevamo credere ai nostri occhi. Che cosa sta succedendo? In Cina gli abitanti si davano forza urlando da un grattacielo all’altro. Nelle città italiane la gente sui balconi si metteva a suonare e cantare. “Da dove viene questa parola, lockdown?” ci chiedevamo. “Che cosa significa?” A ripensarci sembra di un’era fa, quell’innocenza. Sappiamo tutti cos’è il lockdown. Uno dei suoi risvolti più positivi è la voglia che ci ha dato di aprire porte e finestre per cantare o parlare con gli altri, proprio come è successo in Cina e in Italia.

Prima della Covid-19 conoscevo di vista soltanto due persone della via in cui abito, in centro a Londra. No, a dire il vero uno. Adesso chiamo per nome almeno dieci famiglie diverse. Ci teniamo d’occhio, ci siamo scambiati le chiavi di casa. Ci diamo una mano e ci facciamo una risata insieme. Quando mi si è rotto il computer, almeno in tre si sono offerti di ripararlo e un vicino mi ha prestato un nuovo caricatore. Quando il nostro giardino è diventato quasi ingestibile, il ragazzo della casa accanto ha scavalcato la recinzione per dare una sistemata al nostro albero. Chi avrebbe immaginato che in pieno lockdown, e addirittura a Londra, avremmo tirato fuori gli strumenti mettendoci a cantare per le strade? Ma è successo, e non solo qui. In tutto il paese.

Abbiamo cominciato dagli applausi settimanali “Clap for Carers”, alle otto di ogni giovedì sera per ringraziare chi lavora nel Servizio sanitario nazionale o ricopre altri ruoli chiave. Da lì a poco sono nate le prime “serate” di quartiere, con i bicchieri di plastica portati da casa, le birre e i cocktail preparati in vecchie bottiglie di succo di frutta. Io aspettavo trepidante questi incontri del venerdì.

Mi ero trasferita in questa vietta di Londra dopo la fine del mio matrimonio. All’inizio mi preoccupavo di quello che avrebbero pensato i miei vicini, di me e della mia situazione. Poi ho scoperto che in fin dei conti non interessava a nessuno. Anzi. Tutti si sono dimostrati sensibili nei confronti della mia situazione, hanno accolto me e il mio compagno, hanno sempre sorriso ai miei figli, ci hanno trattati con estrema gentilezza. Nessuno ha fatto una piega neppure quando un tabloid ha deciso di divertirsi a scrivere un articolo sul mio divorzio, sulla mia nuova vita e il mio “nido d’amore preso in affitto”. Non fregava niente a nessuno, in senso buono.

Un giorno Mario, uno dei nostri nuovi amici, è andato fuori città a pescare ed è tornato con più di quaranta pesci. Quella sera l’ho visto rincasare e, ancora accaldato e stanco della giornata in barca, passare di porta in porta a distribuire il bottino, anche a noi. Quel giorno abbiamo mangiato pesce fresco delizioso. È stato un gesto semplice ma di grande significato. Il legame che ci aveva unito nelle serate di canti e birre in compagnia adesso si era esteso al cibo. Anche quel gesto, così come la furia globale della piaga che ci ha colpito, mi è sembrato avere un carattere quasi biblico.

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