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20 words for a new world: Biglietto

20 words for a new world: biglietto

Ricordo quando ancora esistevano i biglietti. Parlo di biglietti fisici di carta. Biglietti d’aereo che assomigliavano a libretti, con decine (o così sembrava) di copie staccate a ogni diversa fase del viaggio. Biglietti del teatro che arrivavano per posta. Biglietti. Biglietti di carta. Biglietti veri e propri.

Non se ne vedono più.

Forse gli smartphone hanno eliminato il biglietto fisico, ma quello virtuale ha sempre fornito accesso a un'esperienza non virtuale.

Un viaggio, un concerto, uno spettacolo teatrale, un modo di evadere dall'esistenza quotidiana attraverso un biglietto, appunto.

Scoprire che quei biglietti non funzionavano più è stato uno shock. Gli aerei rimanevano a terra. I teatri e gli auditorium silenziosi. I treni fermi.

Queste tradizionali “vie di fuga” non erano più accessibili.

Di fronte a questa novità tutti abbiamo provato un senso di claustrofobia, quasi fosse un sogno.

E così abbiamo cercato svago altrove. E dove se non nella nostra esistenza digitale sempre più eterogenea?

Molte delle nostre azioni sono il risultato dell’abitudine e situazioni come la pandemia da coronavirus sono in grado di modificare in modo evidente le nostre abitudini, piegare con forza la curva del futuro verso una direzione anziché un’altra. Il passaggio all’intrattenimento via Internet era già in atto, certo. Ma adesso ha accelerato e sembra coinvolgere sempre più aspetti.

Ripeto, più lunga sarà la crisi, più evidente sarà il suo effetto.

Al momento la crisi ha letteralmente investito l’intrattenimento dal vivo.

Quest’estate Paul McCartney, Ed Sheeran e i Rolling Stones, insieme ad altri 1.500 musicisti, hanno inviato una lettera al governo britannico che chiedeva di aiutare il settore della musica dal vivo, messo in ginocchio dal coronavirus. “Il futuro dei concerti, dei festival e delle migliaia di lavoratori del settore è in bilico,” diceva la lettera. “Finché le aziende non potranno lavorare, probabilmente all’inizio del 2021, servirà il sostegno del governo per evitare una bancarotta di massa e la fine di questa industria leader in tutto il mondo.”

A New York si pensava di riaprire i teatri a settembre di quest’anno, ma adesso le previsioni parlano di gennaio 2021 e oltre.

A quel punto sarà passato quasi un anno dall’ultimo spettacolo, un anno in cui le persone potrebbero aver perso l’abitudine di andare a teatro e in cui una nuova generazione potrebbe non averla neppure presa, quell’abitudine.

Andare a un concerto o a uno spettacolo teatrale dal vivo sono abitudini acquisite che possono essere altrettanto perse.

E quando si perde un’abitudine, è difficile riprenderla, soprattutto se è stata soppiantata da altro. (Io non leggo un giornale cartaceo da diversi anni.)

Sono sicuro che il 2020 non sarà l’anno della morte dell’intrattenimento dal vivo. Ma in futuro sarà ancora più importante sottolineare quel “dal vivo”: il carattere puro di spettacolo in carne e ossa, il lato circense, per battere la concorrenza digitale, così pratica e accessibile. Non è per forza una buona notizia. I film hanno seguito un percorso simile a partire dagli anni Ottanta per competere con la TV e le videocassette. Alcuni potrebbero sostenere che il cinema come forma d’arte ne è uscito quasi a pezzi. Eppure alla fine abbiamo assistito alla rinascita della televisione.

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