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20 words for a new world:
Abbraccio

20 words for a new world: Abbraccio

Mentre scrivo, il contatto umano con chi non fa parte della nostra cerchia più intima è vietato. Non ci è permesso, fisicamente, di toccare gli altri essere umani, uomini, donne, bambini. Non possiamo neppure incontrare amici e colleghi. Durante il lockdown, l’interazione umana si è spostata nel mondo digitale. Possiamo parlarci faccia a faccia attraverso uno schermo. Zoom, FaceTime, Microsoft Teams fino a qualche tempo fa erano mondi noti soprattutto ai ventenni, ma oggi li conosciamo un po’ tutti.

Eppure, durante i miei trent’anni di giornalismo televisivo e radiofonico, ho imparato che il modo migliore per avvicinarsi non è vedersi ma sentirsi. Un’intervista alla radio è sempre meglio di un’intervista in televisione. La TV si presta a troppe distrazioni. Entra in gioco la vanità. La gente vuole girare più riprese. Si preoccupa se tossisce. Vuole sistemarsi i capelli. Si concentra sui vestiti. In radio puoi intervistare qualcuno in pigiama. O in tuta. Non importa. Di questi tempi, complice il distanziamento sociale che ci impedisce di abbracciarci e incontrare chiunque sia fuori dalla nostra “bolla” familiare, il modo migliore di avvicinarsi e capirsi a livello intimo e personale non è via Zoom, ma attraverso una vecchia tecnologia, il telefono.

L’altro giorno dovevo parlare con Barbara, un’infermiera che vive in Lancashire. Non l'avevo mai conosciuta, ma avevamo un amico in comune. Questo amico sapeva che due anni fa mi sono operata per rimuovere un tumore al cervello, benigno ma di grandi dimensioni. I mesi angoscianti dopo la diagnosi e prima di quell’operazione lunga sei ore sono stati i più spaventosi e duri della mia vita. Per questo, saputa la diagnosi di Barbara, il mio amico non ha potuto fare a meno di chiedermi di contattarla.

Ho mandato un messaggio a Barbara spiegandole chi ero e che avrei potuto aiutarla. Mi ha chiamato subito. Abbiamo chiacchierato per un’ora e io ho fatto del mio meglio per rispondere a tutte le sue domande. Le ho anche dato quattro suggerimenti per affrontare la diagnosi di un grande tumore benigno: 1. Non dirlo a tutti. Scoppieranno a piangere immaginandoti su un letto di morte. 2. Creati una cerchia di massimo cinque persone a cui rivolgerti quando hai bisogno di calmarti a mano a mano che l’operazione si avvicina. 3. Non cercare mai e poi mai i tuoi sintomi su Google, soprattutto la sera tardi. 4. Vai a correre. Aiuta a distendere la mente e a preparare il corpo ai momenti più difficili. E magari riesci persino ad allenarti per una corsa di lunga distanza. L’anno scorso, sei mesi dopo l’operazione che ha rimosso completamente il tumore dal mio cervello, ho corso la maratona di Londra in meno di quattro ore.

Al telefono ho raccontato a Barbara cosa mi passava per la testa mentre mi avvicinavo al traguardo. Un ricordo indelebile. “Ci sarai anche tu,” le ho detto. “Ce la farai. Sopravviverai.” In quel momento avevamo tutte e due le lacrime agli occhi, lo sentivo, ma sentivo anche il suo sorriso e sapevo che era pronta a prendermi per mano e a credere alle mie parole, malgrado la paura. Era come abbracciarsi, forse anche meglio.

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