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FORMULA 1®: Moving the world for 65 years

Moltiplicate 300 per 14 e quindi nuovamente per 65: troverete (secondo un procedimento non rigorosamente matematico: questione di grandezze non omogenee) la quantità di movimento generato dalla Formula 1® nel corso di tutta la sua storia iridata. In 65 stagioni disputate dal 1950, anno del primo Mondiale, a oggi, con 14 gare di media ogni anno (oggi sono una ventina; ma negli anni Cinquanta non arrivavano a dieci) e sparse su un planisfero sempre più allargato, l’ammontare di movimento prodotto dai Gran Premi già è considerevole. Se poi moltiplichiamo il tutto per il primo valore, quei 300 chilometri all’ora che sono la carta d’identità della F1®, ecco che il prodotto finale diventa anche sexy.

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Perché il movimento, in Formula 1®, non è soltanto quello legato alle curve del circuito. E’ quello di un mondo che insegue i Gran Premi scorrazzando dieci mesi l’anno fra paralleli e fusi orari, inventando nel tempo stili di vita che oggi sono quelli della F1®. Gli storici dell’ambiente ricordano quando i piloti viaggiavano insieme ai meccanici, sorbendosi anche voli aerei cargo o militari, al freddo e assicurati con le funi alla carlinga. Poi sono venuti gli hotel a cinque stelle e (a volte) anche i motorhome parcheggiati nel retro del paddock: tutto a seconda della personalità dei singoli piloti e delle loro famiglie, delle mode del tempo, del glamour.

“Se è vero che la vita di un essere umano è come un film -disse una volta il mitico Gilles Villeneuve-,  io ho avuto il privilegio di essere la comparsa, lo sceneggiatore, l'attore protagonista e il regista del mio modo di vivere”. Aveva ragione. Fu tra i primi a pilotare l’elicottero personale, che trattava come un’utilitaria e con la quale si trasferiva anche quotidianamente fra Montecarlo, dove viveva, e Maranello. E andava anche bene, quantomeno alla collettività: altri trasferimenti li affrontava in una folle corsa su asfalto, due Ferrari stradali appaiate, l’altra con al volante il suo compagno di team Didier Pironi che aveva casa e ufficio proprio dove li aveva Gilles.
Gente inquieta, i piloti. Gli aerei privati erano una regola, almeno per il top di gamma, già negli Anni Settanta. Graham Hill, bi-campione del mondo negli Anni Sessanta, fu tra i primi a dire che il suo peregrinare fra i circuiti non gli sarebbe risultato più possibile, senza almeno il suo Piper Aztec che gli assicurava il massimo grado di indipendenza. E che lo portò alla morte, precipitando su un campo da golf a nord di Londra nel 1975, imponendo lo stesso destino terribile anche un altro pilota a bordo con lui: Tony Brise. 
E se l’elicotterò è ancora oggi il simbolo del movimento più rapido, più life-style ed esclusivo, che cosa di dire di Nelson Piquet? Lui, l’elicottero lo trasportava sulla Pilar Rossi: 64 metri di super yacht che il campione brasiliano si fece realizzare per traversare l’Atlantico a inizio anno e tenerlo poi ormeggiato nel Mediterraneo durante la stagione europea dei Gran Premi. Che raggiungeva, appunto, in elicottero.
Corse, rischio, movimento continuo, come una droga, e divertimento: questo potrebbe essere il riassunto della F1® anni Settanta e Ottanta. “La vita è breve e voglio trarne il massimo godimento -declamò James Hunt, iridato 1976-  Ho diviso il mio tempo tra le cose serie e quelle divertenti. Mi impegno a fondo seriamente nelle prime e mi diverto a fondo con le seconde”.

Era avanti, James Hunt. Ma più di lui lo era il suo rivale di sempre: Niki Lauda, che del movimento (anche e forse soprattutto fuori dai circuiti) riuscì a fare una seconda carriera.

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