race

America’s Cup, ecco chi è Emirates Team New Zeland

La barca guidata da Grant Dalton e Peter Burling gareggia in casa e punta su velocità e innovazione per difendere la tradizione neozelandese nel trofeo

Home race America’s Cup, ecco chi è Emirates Team New Zeland
America’s Cup, ecco chi è Emirates Team New Zeland

“Te Rehutai” in lingua maori significa “spuma del mare”. Ma per i detentori dell’America’s Cup, i neozelandesi di Emirates Team New Zeland, guidati da Grant Dalton, questa definizione non basta a identificare la barca pronta ad affrontare gli sfidanti di Luna Rossa Prada Pirelli. E così hanno coniato un’interpretazione più complessa e raffinata: “Dove l’essenza dell’oceano rinvigorisce ed energizza la nostra forza e determinazione”.

Poesia pura, una visione fortemente legata alla natura e al mare perché Nuova Zelanda vuol certo dire rugby, ma anche vela e remo. L’atto finale dell’America’s Cup si gioca in casa dei neozelandesi, nel golfo di Hauraki, e si preannuncia interessante, teoricamente molto equilibrato.

Luna Rossa Prada Pirelli è decisamente migliorata nella vittoriosa Prada Cup, ma Te Rehutai per quello che si è visto negli allenamenti impressiona per la velocità, che qualcuno sostiene sia superiore a 100 km/h. Non basta per arrivare primi in una regata, ma è un elemento fondamentale. La barca è sicuramente diversa in vari punti rispetto a quella italiana: forme più estreme, foil più piatti, una randa particolare che viene denominata ‘Batman’.

In pratica sono due sviluppi differenti dello stesso regolamento. In più va ricordato che quando i neozelandesi hanno affrontato le altre barche, nella World Series di metà dicembre, hanno vinto cinque regate su sei. Avversari tostissimi insomma, che hanno l’asso, oltre che in Dalton, in Peter Burling, 30enne di Tauranga che è stato uno dei maestri del 49er – lo skiff olimpico – dove ha vinto un oro e un argento oltre a sei titoli iridati.

Nel 2017 ha preso il timone della barca kiwi e ha riportato ad Auckland il trofeo. Anche lui – come Dalton – ha il vantaggio di regatare in casa per una nazione che conta una lunga presenza e tradizione nell’America’s Cup.

I ‘cugini’ della vicina Australia - che hanno una popolazione e un PIL cinque volte superiore – sono stati protagonisti dell’America’s cup per due decenni fino a quando sono riusciti a strappare il trofeo agli americani a Newport nel 1987, con la famosa Australia II. Ma dopo aver organizzato (e perso) l’edizione seguente nelle acque di Fremantle, sono usciti di scena e sostanzialmente non hanno combinato più nulla.

Plastic Fantastic

I neozelandesi una volta entrati nel trofeo, hanno sempre avuto un ruolo da protagonisti: al debutto, raggiunsero la finale della Louis Vuitton Cup fermati solo da ‘Big’ Dennis Conner che riportò il trofeo negli Stati Uniti con Stars & Stripes. Un esordio segnato da ‘Plastic Fantastic’, il primo 12 metri  costruito in vetroresina e materiali compositi nella storia dell’America’s Cup. 

Perché i neozelandesi, oltre a essere ottimi velisti (tra l’altro subito dopo il risultato di Fremantle, conquistarono per la prima volta l’Admiral’s Cup, ossia il Mondiale a squadre) hanno sempre interpretato la regata al limite: non potendo competere nel budget rispetto ad altre sfide, le innovazioni tecniche e un’indubbia malizia sono sempre state armi da sfruttare sino in fondo.

Rischiò di farne le spese Raul Gardini, nel 1992, quando nella finale contro Team New Zealand – con Il Moro di Venezia sotto per 1-4 – protestò per l’uso scorretto del bompresso, accusandoli apertamente di essere disonesti e imbroglioni. La giuria intervenne e senza l’appendice fuori legge sulla barca avversaria, i ‘gardiniani’ rimontarono e vinsero.

Coutts e Blake

Dopo aver corso una prima finale – quella assurda dell’edizione 88, dove il catamarano di Conner sconfisse il loro maxi-monoscafo - i neozelandesi hanno preso il passo giusto nel 1995, conquistando meritatamente il trofeo a San Diego, nonostante il richiamo alla patria dei detentori statunitensi che misero sulla barca migliore i più bravi di tutti gli altri equipaggi.

Ma i kiwi guidati in barca da Russell Coutts e da Sir Peter Blake non diedero scampo e nel 2000, ad Auckland, respinsero il primo assalto di Luna Rossa, con un secco 5. Coutts successivamente uscì dal gradimento popolare quando approdò alla corte svizzera di Ernesto Bertarelli, per diventare l’anima di Alinghi, Blake invece è nell’empireo dei velisti ed esploratori: dopo una carriera pazzesca (aveva vinto anche il Giro del Mondo e il Trofeo Jules Verne), iniziò a vagare per gli oceani sulle orme del suo mito Jacques Cousteau, sposando la causa ambientale. Finì ucciso dai ‘ratos de aqua’ a Macapà (Brasile), nel dicembre 2001. Fu lutto nazionale.

Vittorie e sconfitte

L’eredità tecnica è stata raccolta oggi da Grant Dalton, dopo la sconfitta nel 2003. Grande navigatore, super appassionato di moto da corsa (ha corso un’edizione del terribile Manx Gran Prix) ha imparato a gestire ed è stato capace di portare per tre volte Emirates Team New Zealand in finale.

Nel ruolino, due sconfitte, una di misura nel 2007 e una clamorosa nel 2013 a San Francisco (quando Bmw Oracle rimontò da 1-8 per vincere 9-8), e il successo quattro anni dopo a Bermuda, vendicandosi di chi l’aveva battuto. E ora Dalton si giocherà molto della sua fama, in casa, a 63 anni contro Luna Rossa.

Continua a leggere
Find
Scegli il prodotto perfetto per te
Want more
race