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America’s Cup 2003, vince un Paese senza mare

La coppa viene dominata dal team svizzero di Alinghi, capitanato da Russell Coutts e finanziato da Ernesto Bertelli

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America’s Cup 2003, vince un Paese senza mare

La seconda edizione della America’s Cup che si disputa in Nuova Zelanda - la terza sotto l’Equatore perché va aggiunta quella di Fremantle, Western Australia, del 1987 - è una svolta e le conseguenze sono ancora più rivoluzionarie della prima sconfitta americana del 1983. Questo perché sulla scena irrompe uno dei personaggi che ha molti più punti in comune con un Lipton o un Bich rispetto agli ‘animatori’ dei sindacati dell’ultima generazione.

Il ‘personaggio’ si chiama Ernesto Bertarelli, romano di origine ma cresciuto a Ginevra, dove il padre Fabio ha trasferito la sede di Serono, colosso del settore farmaceutico con un secolo di storia. Diventa presto amministratore delegato, è il più ricco imprenditore con passaporto svizzero. E ha una grande passione: la vela che ha scoperto con la sorella nelle vacanze giovanili all’Argentario.

Campagna acquisti

Alinghi, nome di fantasia, è figlio di quell’epoca ma segnerà la storia. Bertarelli non è un parvenu: a fine anni ’90 vince regate in ogni classe al mare e si diverte a dominare il Bol d’Or, la competizione per eccellenza del lago di Ginevra. Si sente pronto a tentare la grande sfida, coinvolge la Societè Nautique della sua città e capisce che l’unica soluzione è comportarsi come il presidente di una squadra di calcio che partendo dal basso vuole lottare per lo scudetto: spendere tanto e rubare i migliori agli avversari.

Difatti, inizia a smontare il detentore Team New Zealand convincendo il timoniere Russell Coutts e il tattico Brad Butterworth a trasferirsi in Svizzera. Altri quattro compagni li seguiranno a breve, decisivi per la creazione di un fortissimo team multinazionale dove gli italiani non sono secondari. Bertarelli racconta ai giornalisti di essersi imposto un budget non superiore ai 60 milioni di euro, ma la realtà è che alla fine saranno il doppio.

Due sfide italiane

Il primo ottobre 2002, nel golfo di Hauraki, inizia la Louis Vuitton Cup mai così seguita dai media anche perché i team possono contare su ricchi sponsor, attirati dalle dirette televisive. Sulla linea di partenza, nove sfidanti: tre statunitensi (One World Challenge, Oracle Bmw Racing, Team Dennis Conner), lo svedese Victory Challenge, il francese Le Defi Areva, il britannico GBR Challenge, il già citato Alinghi e due italiani. Al challenger of record Prada Challenge si è infatti affiancato Mascalzone Latino, guidato dal napoletano Vincenzo Onorato, uno dei più grandi armatori navali italiani e  appassionato di vela. Punta giustamente per la prima avventura su un gruppo italianissimo – guidato da Paolo Cian e Paolo Scutellaro - e il sostegno del Reale Yacht Club Canottieri Savoia, uno dei circoli storici della sua città. Vincerà una sola regata su 16, ma contava l’esperienza.

La Louis Vuitton Cup

Il team di Patrizio Bertelli vince la Louis Vuitton Cup, ma le barche questa volta non sono all’altezza, tanto che dopo le prime deludenti regate, il progettista Doug Peterson viene sollevato dall’incarico. Luna Rossa riesce ad approdare alla fase finale dove illude dominando Victory Challenge ma alla fine perde per 2-3 contro One World Challenge. Louis Vuitton finita per Prada Challenge che assiste alla passeggiata di Alinghi che batte 5-1 Bmw Oracle Racing, team di cui sentiremo parlare tanto.

La finale

E’ tempo di finale: da una parte l’armata rossocrociata, con tanti ‘traditori’ secondo i tifosi neozelandesi; dall’altra l’imbarcazione di casa che al timone allinea Dean Barker, allievo prediletto di Russell Coutts. E’ una batosta, anche perché in due regate Team New Zealand è fermata da problemi tecnici. 5-0 per Alinghi: incredibile a pensarlo, un Paese senza sbocchi al mare ha conquistato l’America’s Cup.

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