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America’s Cup 1992, Il Moro in finale contro America3

Debutta la International America’s Cup Class. Gli americani dominano la finale contro la squadra italiana guidata da Paul Cayard

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America’s Cup 1992, Il Moro in finale contro America3

La nuova edizione segna la fine dei gloriosi ma superati 12 metri S.I. Nasce la nuova IACC (International America’s Cup Class): d’ora in poi le barche saranno lunghe 24 metri con un peso di 20 tonnellate e una superficie velica di circa 200 metri quadrati, molto potenti in bolina ma soprattutto velocissime nelle andature portanti. L'equipaggio è formato da 16 persone più una diciassettesima, cui è proibito manovrare.

Il francese Thierry Peponnet trova una bella definizione: «Sembrano una Formula 1, condotta da una squadra di rugbisti». C’è molta attesa a San Diego per la novità, gli americani sono molto agguerriti: dopo tre mesi e mezzo di regate, tra i cinque consorzi, finiscono a scontrarsi il sorprendente America3 del magnate Bill Koch e Stars & Stripes. Questa volta il vecchio leone Conner deve ammainare le vele.

Il Moro di Venezia

Dall’altra parte, ci sono i sette team della Louis Vuitton Cup: due australiani, i debuttanti spagnoli e giapponesi, quello francese, il favorito neozelandese e Il Moro di Venezia. Raul Gardini, grande appassionato di vela e industriale tra i più ricchi in Italia, non ha badato a spese. Ha fatto di Venezia il quartier generale della sfida, varando la prima delle cinque imbarcazioni l’11 marzo 1990 nel Canal Grande: regia di Zeffirelli, musica di Moricone, tutte le gondole intorno allo IACC, migliaia di ospiti.

Dietro la scenografia, c’è una sfida organizzatissima, con il coinvolgimento diretto di Montedison, il guidone della Compagnia della Vela di Venezia e grandi professionisti in ogni campo. A partire dallo skipper e general manager Paul Cayard, californiano di talento e molto ambizioso. Alla fine dei tre Round Robin, il quinto Moro di Venezia macina vittorie su vittorie e si ritrova al terzo posto: batte in semifinale Ville de Paris e arriva allo scontro decisivo con New Zealand che aveva liquidato i sorprendenti giapponesi.

America’s Cup 1992, Il Moro in finale contro America3 01

Photo credits: Stephen Dunn /Allsport


Lo scontro titanico

La finale della Louis Vuitton Cup fu il primo evento velico capace di tenere incollati migliaia di italiani, quasi tutti digiuni di scotte e spinnaker. Nell’aprile del ’92, le ‘notti del Moro’ raccontarono una sfida epica: Paul Cayard divenne il campione del momento e l’equipaggio, tutto di velisti italiani, popolare quanto una squadra di calcio. New Zealand, affidata allo statunitense Rod Davis, vinse la prima regata per un minuto e 32 secondi; gli italiani pareggiarono per un solo secondo! Poi il team kiwi vinse tre prove di fila: fu allora che Cayard, ad un solo punto dalla sconfitta, protestò per un uso scorretto del bompresso. Vinse la protesta e l’ultima vittoria fu annullata.

Tornati sul 3-1, per evitare una possibile squalifica, New Zealand tolse il motivo del casus belli: la barca, senza il bompresso, sembrava effettivamente meno veloce e un po’ di scoramento li portò a commettere errori banali, sino al cambio di timoniere. Al posto di Davis, un giovane talento che ritroveremo protagonista nei decenni a venire: Russell Coutts. Con una rimonta clamorosa, Il Moro di Venezia trionfa per 5 a 3: è la prima volta che la Louis Vuitton Cup finisce a un team non anglofono e si guadagna l’accesso alla sfida finale.

La sfida finale

Bill Koch è un neofita dell’America’s Cup ma è tutt’altro che sprovveduto, oltre a essere molto ricco. Durante le selezioni ha organizzato una rete quasi spionistica per controllare ogni mossa dei challenger. Ha una barca molto veloce, ma solo con vento medio-forte, disegnata da un team di altissimo livello. E per il timone si è affidato a un veterano carico di onori quale Buddy Melges, 62 anni: potrebbe essere il padre di Paul Cayard ma confermerà di essere un asso.

Forse Il Moro di Venezia sottovaluta l’avversario, forse lo spionaggio è servito al defender ma sta di fatto che la finale ai primi di maggio è senza storia: 4-1 per America3, favorita anche da una settimana di perturbazioni, ideale per la barca. Per il team di Raul Gardini la piccola soddisfazione di avere vinto una regata (tra l’altro, mollando lo spinnaker sul traguardo e quindi vincendo di un secondo), ma soprattutto di aver creato un mito tra gli sportivi: il Leone di San Marco a poppa e sulle vele, l’aria più famosa della Turandot a ogni uscita dal porto, il sorriso di Paul Cayard a cui verrà persino chiesto di fare il direttore sportivo della Ferrari. Peccato che in pochi mesi, il sogno di una rivincita sparisca come neve al sole: in settembre inizia un periodo durissimo per l’Italia e Gardini morirà l’anno seguente.

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