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America’s cup (1958-1980),
il ritorno dopo la Grande Guerra

La competizione riparte nel 1958 con la classe 12mR. Veloci di bolina e manovrabili fecero la fortuna della Coppa perchè davano vita a gare spettacolari. Negli Anni 70 la coppa diventa globale

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America’s cup (1958-1980),
il ritorno dopo la Grande Guerra

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’America’s Cup impiegò una decina di anni per riprendere vita. Lo fece, pensando anche all’aspetto economico: i giganteschi J-Class furono abbandonati e in gran parte demoliti. Per la cronaca, ne restano pochissimi originali (spesso ricostruiti) mentre sono nate parecchie ‘repliche’. Al loro posto si scelse una classe nata nel 1906: il 12 metri Stazza Internazionale (o 12mR): yacht che non sono in realtà 12 metri in termini di dimensioni, bensì tra i 19 e i 22 metri di lunghezza.

Una nuova vecchia classe

Nella classificazione 12mR, dodici è il massimo risultato di una formula matematica, che unisce L (ossia la linea di galleggiamento), d (differenza tra circonferenza e catena di circonferenza), F (bordo libero) e S (superficie velica). La formula è L +2 d-F + √ S / 2,37 = 12. I ‘Twelves’ erano stati molto popolari tra gli armatori soprattutto alla fine degli anni Trenta, in particolare in Gran Bretagna, Scandinavia, Stati Uniti e Germania.

Pregi e difetti dei 12 metri S.I.

Fu una scelta quasi obbligata, anche se gli effetti si sentirono per tre decenni. Lenti e pesanti, i 12 metri S.I. avevano (e hanno, visto che esiste una flotta protagonista di regate combattute e persino di un Mondiale) solo due peculiarità: facevano una bolina eccezionale – l’andatura in cui si ‘stringe’ il vento per risalire – e si prestavano alla match-race (il tipo di regata con due sole barche) in misura maggiore dei J-Class, in quanto nettamente meno veloci ma più piccoli e quindi più manovrabili.

I duelli con le imbarcazioni vicinissime, quasi a toccarsi, che nell’era televisiva fecero la fortuna dell’America’s Cup nascono quindi nel 1958. Certo, sino agli anni ’80, l’evento si limitò alla difesa – quasi sempre facile – da parte degli statunitensi contro lo sfidante di turno. Per due volte contro il sindacato dei soliti rivali inglesi (nel 1958 e nel 1964 quando vinsero Columbia e Constellation) e nelle altre occasioni contro una barca australiana. Un passaggio decisivo nella storia della Regata.

Ted Turner, un fenomeno

L'apertura ai 12 metri S.I. coincise con l'abolizione dal regolamento dell'obbligo per gli yacht di arrivare sul campo di regata (impossibile pensare a una barca del genere che attraversa l'oceano) con i propri mezzi. Il che aprì nuovi orizzonti: il "nuovo" del quale la Coppa America aveva bisogno era perfettamente rappresentato dall'Australia. Terra giovane, intraprendente, e molto, molto appassionata di vela. Dal 1967 al 1980, il sindacato ‘aussie’ di turno si beccò delle sonore sconfitte per 4-0 e 4-1. A difendere la Coppa delle Cento Ghinee, furono prima Intrepid (nel 1967 e 1970) e poi il mitico Courageous nel 1974 e 1977. Nella seconda difesa di Courageous, l’armatore era Ted Turner – all’epoca solo un bizzarro tycoon di Atlanta, ricchissimo ma senza peli sulla lingua – che i tanti detrattori chiamavano ‘The mouth of the South’ (la bocca del Sud) o ‘Captain Outrageous’.

Si impose nettamente, grazie anche a un grande equipaggio. In seguito diventò celebre per la fondazione della CNN e il matrimonio con l’attrice Jane Fonda. Nella storia dell’America’s Cup, resta un grande skipper (che alternava a bordo citazioni in latino di Orazio e bestemmie da portuale) ma soprattutto l’unico vincitore a essersi presentato ubriaco fradicio alla premiazione.

Arrivano i francesi e gli altri

Anche l’edizione del 1970 segna una svolta. Sino a quel momento, uno dei vantaggi del defender era rappresentato dalle regate di selezione per designarlo: da qui una messa a punto perfetta, un equipaggio allenato al confronto, la possibilità di trovare nuove soluzioni prima della finale. In quell’edizione, visto che al New York Yacht Club arrivano più sfide, bisogna organizzare le prime prove per i challenger, che sino a quel momento si presentavano senza alcun riferimento, con evidenti svantaggi.

A entrare in scena è la Francia: la quarta nazione a cimentarsi, prima non anglofona e forte di una notevole tradizione nella vela, che viene espressa da France: è armata dal barone Marcel Bich (il creatore delle penne a sfera) che come Sir Thomas Lipton si guadagnerà un posto nella Hall of Fame dell’America’s Cup per l’enorme impegno economico e umano profuso in quattro (inutili) tentativi. Nel 1977, insieme a France e Australia si presenta Sverige, a rappresentare la Nazione nordica: ovviamente a sfidare gli americani finiscono ancora gli aussie ma l’evento ormai stava assumendo una eco globale.

La crescita degli australiani

Tre anni dopo, gli sfidanti diventano quattro. Tornano gli inglesi dopo sedici anni di assenza, insieme  all'ennesima barca del barone Bich, il secondo Sverige e un ‘nuovo’ Australia, radicalmente modificato rispetto a quello del ’77. E’ il terzo tentativo per Alan Bond, londinese di nascita che a 12 anni segue la famiglia dall’altra parte del mondo: da apprendista imbianchino di Perth, a soli 36 anni è così ricco da finanziare la prima sfida agli americani.

Perde per due volte ma impara molto: nell’edizione del 1980 domina le selezioni dei challenger e riesce a vincere una prova della finale con Freedom. Non succedeva da dieci anni e comunque si è trovato ad affrontare una barca dove l’equipaggio si era allenato per 1800 ore, venti volte più del programma dell’avversario migliore. E' un approccio mai applicato alla regata, che porta la firma di Dennis Conner, non ancora ‘Mr. America’s Cup’ ma già un grande skipper con un bronzo olimpico in bacheca e una prima difesa su Courageous nel ’74. Un tempo, la scelta intelligente di Conner avrebbe nuovamente allargato la forbice tra difensori e sfidanti. Stavolta gli australiani hanno risposto colpo su colpo: un segnale.

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