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Vibrating Fields
in Pirelli HangarBicocca

L’entità sonora degli oggetti

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Vibrating Fields
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Giovedì 26 gennaio, Situations, la mostra di Kishio Suga in Pirelli HangarBicocca (inaugurata a settembre dell’anno scorso e in chiusura il 5 febbraio), si è espansa grazie a Vibrating Fields, rassegna musicale curata da Pedro Rocha che della mostra si propone di essere la controparte sonora, svolgendo l’ottimo compito di riattivarla e rimetterla in discussione.

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Il programma ha visto l’esibizione live di tre tra i maggiori sperimentatori della musica elettronica degli ultimi vent’anni, Hanna Hartman, Thomas Ankersmit e Thomas Brinkmann. L’accostamento con il contesto della mostra è parso puntuale, e il filo rosso fra le pratiche dell’artista visivo e quelle dei musicisti, è confermato dal curatore con precisione.

La ricerca di Suga, esponente del gruppo artistico, nato in Giappone alla fine degli anni ’60, Mono-ha (la “scuola delle cose”),si è da sempre sviluppata attorno a una posizione talmente netta rispetto a questioni centrali della filosofia e dell’estetica, da diventarne un contributo. Nelle parole dell’artista, “trasferire le cose allo stato del loro Essere finale significa spostarle in uno stato dove stanno da sole, isolate” . Cosa significa? L’incontro con la cosa, con l’oggetto, per gli artisti Mono-ha, è una questione di alienità reciproca: compito dell’artista, a fronte del sovrasviluppo tecnologico (l’ammonimento del movimento, seppur attivo a cavallo degli anni ’60 e ’70, è quanto mai attuale) non è più quello di manipolare cose per ottenere oggetti che soddisfino i più disparati criteri di valore vigenti, ma quello di mettere le cose del mondo nella condizione di esprimere le proprie proprietà in quanto tali. 
Questo per Suga significa sia porre l’accento sull’esperienza della diversità sostanziale – tra cose e mondo, tra cose e uomini, e tra le cose stesse – che questo incontro genera, sia lasciando la possibilità di un avvicinamento, di una reciproca comprensione.

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Kishio Suga. Law of Multitude, 1975/2016 (dettaglio). Courtesy dell’artista, Guggenheim Abu Dhabi e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto: Agostino Osio

Allo stesso modo, musicisti come Hartman, Ankersmit e Brinkmann, seppur declinando la loro pratica nelle maniere più diverse, non prescindono dalla scuola di sperimentazione che per prima ha pensato al suono come a un oggetto. La musica concreta, per il suo fondatore Pierre Schaeffer, si concentra sull’esplorazione dei caratteri fisici del suono. La ricerca di Schaeffer ha aperto le porte a un mondo inusitato di musica, un mondo di equivalenza dove ogni elemento partecipa alla composizione di un paesaggio sonoro.

È questa connessione che per Pedro Rocha si concretizza in “una fortunata coincidenza fra osservazione dei fenomeni e sensibilità materiale” a informare similmente le pratiche musicali degli artisti invitati e l’artista Mono-ha.

Se per Frank Zappa scrivere di musica “è come ballare di architettura”, quali sono le figure retoriche che ci vengono in soccorso quando dobbiamo scrivere di musica? Nel caso della musica elettronica degli ultimi vent’anni, ironicamente proprio l’architettura, ma anche il design, la geologia, il regno delle cose considerate “inanimate”.
Capita così quindi che spesso un drone sia descritto come imponente, una composizione noise monolitica, i suoi caratteri timbrici granitici.

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Kishio Suga. Left-Behind Situation, 1972/2016. Courtesy dell’artista, Glenstone Foundation, Potomac, Maryland e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto: Agostino Osio

Hanna Hartman ribalta la domanda: come suona un oggetto soffice? Che qualità sonore ha una superficie sfregata contro un’altra dalle proprietà differenti? Il suo live, che apre Vibrating Fields, consiste in una composizione per sfere di marmo, farina, ampolle piene d’acqua e aste di metallo. In una costante delusione delle aspettative, i suoi strumenti si trasformano sotto i nostri occhi in oggetti magici, parte dell’arsenale di un apprendista stregone o di un umanista rinascimentale particolarmente eccentrico. Nella condizione di esprimere le loro proprietà intrinseche, oggetti tanto comuni diventano alieni, per poi tornare a essere quotidiani.

In Thomas Ankersmit la fisicità del suono si fa concreta nell’esperienza di ascolto: il virtuoso del modulare “Serge” (per il quale gli sono valse collaborazioni con musicisti dell’area sperimentale di fama mondiale, tra cui Jim O’Rourke e il “nostro” Valerio Tricoli) presenta Otolith, una composizione elettroacustica che, come il titolo vuole, si fa concreta nelle nostre orecchie. La soggettiva posizione del corpo diventa centrale per l’esperienza di ascolto: piegando la testa verso il busto, si sentono scomparire le alte frequenze. Paradossalmente, la potenzialità di “attivazione” del suono fa sentire meno umani: è come se il suono stesso fosse un organismo che cerca un dispositivo di attivazione negli spettatori, testimoni della sua apparizione. Anche il curatore ne parla nei termini di una “coesistenza condivisa in un certo momento in un certo spazio: un campo vibrante”. Ciò che umanizza il live di Ankersmit – e ci riconcilia con la nostra umanità – è la coscienza che ogni spettatore avrà assistito a una performance diversa, unica e insostituibile come il proprio corpo.

A chiudere un cerchio concettuale così compiuto, per molti l’highlight della serata, Thomas Brinkmann. Veterano dell’elettronica sperimentale dal solido background techno, propone pezzi dal suo recente What You Hear (Is What You Hear) ma soprattutto dal classico del 2000 Klick, disco seminale e di difficile definizione: è dub techno di matrice concreta, fondamentale per la costruzione dell’estetica glitch che andava sedimentandosi da metà anni ’90.

Quello che fa Brinkmann è tanto semplice quanto il suo effetto lascia attoniti. Incidendo graffi e segni sulla superficie di dischi di vinile, crea ritmi meccanici ma dinamici che mixa dal vivo, ispirati da una sensibilità dub per la diffusione sonora nello spazio. L’errore della musica glitch è qui un’operazione estremamente processuale e precisa, concreta e controllata. Brinkmann conclude la serata lasciandosi quasi scappare un accenno di dj set, una piccola selezione di suoi vecchi pezzi, visibilmente appagato di un’accoglienza così calorosa, squisitamente umana.

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