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Leggere Susan Sontag
ai tempi di Instagram

Come la fotografia si è trasformata da arte per pochi a una pratica diffusa di «collezionare il mondo» 

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Leggere Susan Sontag
ai tempi di Instagram

Selfie, paesaggi, scorci urbani, il cibo che stiamo per mangiare: carichiamo sul web quasi due miliardi di fotografie ogni giorno, per la precisione 657 miliardi di immagini all’anno (la stima è di Internet Trends, e probabilmente è al ribasso). Nell’era degli smartphone, due miliardi e mezzo di persone nel mondo hanno l’equivalente di una macchina fotografica in mano, in ogni momento. Il risultato è che ogni minuto scattiamo più foto di quante non ne siano state scattate nei 150 anni precedenti all’era digitale. Ai tempi di Instagram, tutto è immortalato: il web e i social network costituiscono un enorme archivio della vita umana, in crescita esponenziale e costante.

La fotografia – la cui storia inizia ufficialmente nel Diciannovesimo secolo, anche se l’arte fotografica si è diffusa su vasta scala soltanto nel Novecento – sta conoscendo un’esplosione senza precedenti. L’onnipresenza delle immagini è una rivoluzione estetica resa possibile dalla tecnica: eppure, senza neanche potersi immaginare uno smartphone, due grandi pensatori del Novecento come Susan Sontag e Roland Barthes ne avevano intuito gli sviluppi. Nel 1973 Sontag, celebre intellettuale americana, pubblicò il saggio On Photography, tradotto in Italia cinque anni più tardi col titolo Sulla fotografia, in cui scriveva: «Fotografare è come immagazzinare il mondo, è il desiderio di possederlo». Nel 1980, Barthes, noto filosofo francese, pubblica il saggio critico La camera chiara. Nota sulla fotografia, ancora oggi una vera e propria bibbia per la lettura dell’immagine fotografica, con le sue illuminanti definizioni di punctum e studium.

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Ma come nasce questa trappola per la realtà, questa scrittura con la luce (dal greco φῶς, φωτός, luce, e γραϕία, scrittura) senza la quale oggi la nostra vita quotidiana e perfino il nostro modo di relazionarci con gli altri sarebbe completamente differente? È difficile stabilire esattamente gli inizi storia della fotografia, visto che i primi esperimenti risalgono già ai tempi di Aristotele e di Leonardo Da Vinci. Senza dubbio il merito va ai francesi: intorno al 1830, infatti, Louis Mandé Daguerre inventò la dagherrotipia, mentre due suoi contemporanei e connazionali, Antoine Hercule Romuald Florence e Hippolyte Bayard - da alcuni considerati i veri inventori della fotografia - furono i primi a definirsi «fotografi».
Bisogna aspettare i primi decenni del Novecento, però, perché la fotografia inizi ad essere utilizzata a fini commerciali, e quindi a diffondersi tra la gente. Uno degli utilizzi più diffusi consisteva nel ritratto, ovviamente in bianco e nero, anche se essere ritratti in fotografia era un privilegio per l’élite, oppure un lusso che la classe media poteva permettersi in rarissime occasioni: «In quegli anni essere fotografati non era una faccenda di tutti i giorni, per molte persone era una cosa che capitava una volta sola in tutta la vita», sottolinea il critico Jonathan Jones. Pensiamo a quanti ritratti e autoritratti accompagnano invece le nostre, di vite.
Se oggi possiamo scattarci una miriade di selfie con qualsiasi cellulare è per via di un processo cominciato negli anni Trenta e Cinquanta del Novecento, quando arriva la prima fotocamera con esposizione automatica, le pellicole iniziano a migliorare in qualità e facilità di utilizzo ma, soprattutto, le macchine fotografiche cominciano ad assumere un formato portatile (risalgono a quel lontano periodo alcuni celebri modelli di reflex).

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Ma è solo negli anni Settanta, anche grazie alla diffusione delle istantanee, che la fotografia diventa un vero e proprio fenomeno di massa. Non è un caso che Sontag e Barthes scrivessero proprio in quegli anni: le parole di Sontag sembrano anticipare le pulsioni che avrebbero generato quell’immenso archivio di immagini che sono oggi i social media, a partire da Instagram e Facebook: «La conseguenza più grandiosa della fotografia è che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero, come antologia di immagini. Collezionare fotografie è collezionare il mondo». In La camera chiara. Nota sulla fotografia Barthes scrive: le opere fotografiche sono «il Particolare assoluto», perché «ciò che la fotografia riproduce all'infinito ha avuto luogo una sola volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai più a ripetersi esistenzialmente».

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La fotografia digitale, diffusasi prima nei primi decenni del Duemila con macchine fotografiche ultra-compatte e poi migrata prontamente verso gli smartphone, ha prodotto enormi cambiamenti. Pellicole e stampe sono state archiviate dal grande pubblico, sebbene in tempi recenti siano tornate nuovamente popolari tra i fotografi di moda. Le immagini digitali si stanno moltiplicando in un ordine di grandezza impensabile in ere analogiche: scattate con un clic, caricate sul web e da lì condivise, la loro sostanza si fa sempre più intangibile, astratta, e per questo ipnotica e pervasiva. Oggi più che mai, fotografare significa «riprodurre all’infinito», come diceva Barthes, nel tentativo (disperato ma irrinunciabile) di «collezionare il mondo», come scriveva Sontag.

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