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Sodalizio Pirelli e Kartell,
si punta sul materiale

Inizia il Salone del Mobile e Kartell da oltre settant'anni trasforma in oggetti le idee creative. All'inizio della sua corsa verso l'innovazione c'era anche Pirelli

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Sodalizio Pirelli e Kartell,
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Il fatto che oggi sia normale caricare facilmente gli sci sopra al tettuccio della nostra auto e poter partire per un giro in montagna in tutta comodità, non vuol dire che questo sia sempre stato possibile. C’è infatti chi, avendo a cuore il comfort dello sciatore, ha inventato per primo il portasci e poi chi, partendo dall’idea originaria, ha cercato sempre di inventarne un modello migliore. Quest’ultimo fu Carlo Barassi che nella vita di ogni giorno si occupava di progettare pneumatici Pirelli, ma inventò, insieme a Roberto Menghi, un avveniristico portasci in tessuto elastico e gommapiuma, brevetto Pirelli-Kartell. Insieme all’auto, il portasci si inserì da subito nell’elenco degli accessori fondamentali per uno sciatore soddisfacendo completamente le esigenze dello sportivo: raggiungere la montagna velocemente e in sicurezza. Si tratta di un esempio emblematico di come il design si sia sempre nutrito dei bisogni dell’uomo cercando di rispondere a questi con idee funzionali e creative e contando sul fatto che il fascino delle piccole comodità non sfiorisce mai. In questa direzione si sono sempre mossi Pirelli e Kartell, aziende maestre di due materiali che hanno rivoluzionato la vita delle persone, rispettivamente il caucciù e la plastica.

Il portasci di Barassi e Menghi rappresenta il primo autoaccessorio “made in Kartell” in collaborazione con Pirelli che venne messo sul mercato nel 1950 ed ebbe un successo internazionale: «Ne vennero venduti tantissimi esemplari – racconta Elisa Storace, curatrice del museo Kartell a Milano – perché è il primo portasci composto da due fasce di nastrocord che con degli agganci metallici potevano essere fissate al tettuccio dell’automobile e sono il primo portasci leggero, non di legno e metallo come gli altri, ma molto facile da rimuovere». Si aggancia, si viaggia, si sgancia, si ripone, recita lo slogan della campagna pubblicitaria di quegli anni, a indicare proprio la rivoluzionaria leggerezza e praticità che questo accessorio non aveva mai avuto prima, caratteristiche messe in forma grazie alla sinergia di due aziende che, con l’obiettivo di migliorare la vita di tutti i giorni, hanno unito le forze in una soluzione semplice e originale. 

Sodalizio Pirelli e Kartell, si punta sul materiale 01

La collaborazione andò avanti fino alla fine degli anni ‘60 con una serie di altri prodotti, ad esempio il portapacchi con doghe in faggio e parti in nastrocord.

Il successo di alcune idee dipende molto, se non del tutto, dal materiale con cui vengono realizzate. Il portasci Kartell-Pirelli non avrebbe avuto questo successo senza il nastrocord e allo stesso modo grandi creazioni “kartelliane” devono la loro popolarità all’uso pionieristico della plastica in tutte le sue forme, quando era ancora sconosciuta a molti e non era ancora entrata nelle case. 

Non è però una coincidenza che Kartell abbia sfruttato per prima le potenzialità incredibili di questo materiale: il suo fondatore, Giulio Castelli, era infatti laureato in chimica al Politecnico di Milano ed ebbe la fortuna di studiare con il professor Giulio Natta che nel ‘63 fu insignito del premio Nobel per la Chimica per aver scoperto il catalizzatore del propilene. Nel 1937, allora trentaquattrenne, Natta faceva parte del team degli scienziati incaricati da Pirelli di sviluppare la versione italiana della gomma sintetica prima della Seconda Guerra Mondiale. Un contratto, quello con Pirelli, che lo impegnò oltre al suo ruolo di docente universitario e lo preparò alla successiva avventura legata al propilene con la Montecatini.

Castelli, come studente di Natta, capì bene l’importanza di questi materiali non ancora utilizzati e anche il loro potenziale per la realizzazione di oggetti di design e nel 1949 fondò la Kartell, con l’idea precisa di utilizzare i materiali plastici per la creazione di oggetti di uso comune e a grande diffusione. «Fin da subito per Castelli – racconta Elisa Storace – fu importante lavorare su progetti in cui potessero essere applicate le tecnologie produttive più innovative», si parlava allora di efficienza del progetto e del processo, di tecnologie produttive, «aveva già molto chiara in mente quella che era l’importanza della produzione industriale e poi in grande serie» continua la curatrice, «per lui era fondamentale il momento in cui veniva fatto un prodotto, un oggetto e che l’azienda avesse chiaro a chi doveva essere destinato, quanto doveva costare e come doveva essere comunicato». 

Dopo l’impronta di Castelli, nel 1988 arrivò Claudio Luti a rilevare l’azienda, un passaggio fondamentale che segnò l’inizio di una seconda vita per Kartell, in cui, pur mantenendo salda l’idea di una produzione industriale in grande serie, venne modernizzata in modo importante l’estetica dei prodotti. Ecco dunque una visione internazionale e una lunga serie di fortunate collaborazioni con un team di grandi designer. Gli oggetti Kartell entrano così nelle case degli italiani con delle caratteristiche inedite: leggeri, infrangibili, colorati, al giusto prezzo, «un nuovo paradigma – spiega Storace – che risponde al bisogno di una società di qualcosa che sia coerente con i bisogni inespressi. È ciò che un’azienda di design deve avere, quella sensibilità per rispondere alle esigenze cercando di capire prima, che cosa può servire e cosa può essere innovativo». Inventare oggetti che rappresentino un’innovazione formale o funzionale o di materiali, per Kartell, è una storia che si ripete da settant’anni.

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