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Progettare tra tradizione e futuro

Intervista a Fabio Novembre, architetto e designer tra i più brillanti del panorama italiano, ospite di Pirelli al GP di Monza

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Progettare tra tradizione e futuro

Fabio Novembre è una delle personalità più brillanti e creative del design italiano. Un artista poliedrico capace di stupire lo spettatore con lavori suggestivi e dal forte impatto visivo. Designer di fama internazionale, in oltre vent’anni di carriera vanta collaborazioni con brand mondiali. Le sue opere trascendono i canoni estetici tradizionali ponendo sempre al centro l’uomo con tutta la sua corporeità. Per Fabio Novembre un buon designer deve essere prima di tutto una buona persona. In futuro sogna di progettare un grattacielo dalle sembianze umane: “Una persona con il braccio alzato che prova a toccare il cielo”. Ha due figlie che si chiamano Verde e Celeste, ma quando gli chiedono qual è il suo colore preferito lui risponde sempre: l'arcobaleno.

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La tua architettura è sempre stata caratterizzata da una forte espressività. A quali canoni estetici ti ispiri per i tuoi lavori?
«La forte espressività a cui fate riferimento è semplicemente frutto di una forte voglia di esprimersi, che dovrebbe accomunare chiunque lavori in ambito creativo. Il fatto che oggi venga comunemente intesa come un gesto massimalista è un errore interpretativo. Anche per quanto riguarda l'argomento canoni estetici, chi fa il mio mestiere deve sempre stabilirne di nuovi, aggiornando continuamente l'idea di contemporaneità. Il dovere di ciascuno di noi è quello di testimoniare ed eventualmente ispirare il proprio tempo. Anche quando, come nel mio caso, c'è un forte riferimento alla corporeità, che è un argomento senza tempo».

Nella nostra epoca siamo continuamente bombardati da immagini. In questo senso il design è più una domanda o una risposta al nostro stile di vita?
«Il design è una naturale attitudine dell’uomo, l’unico animale capace di modificare a suo favore le condizioni che lo circondano invece che adattarvisi. Bisogna però ammettere che questa particolare condizione lo porta spesso a sconvolgere gli equilibri da cui dipende, danneggiando più o meno consapevolmente se stesso e il suo ambiente. Io credo che la vita sia soprattutto un problema di allineamento delle priorità, e forse fare design è proprio questo: stabilire le proprie. Un buon designer deve essere prima di tutto una buona persona, in maniera che la sua voglia di trasformazione non evolva in forme di prevaricazione».

Tra le tue opere più importanti va menzionato il nuovo edificio di Casa Milan, uno spazio interattivo e completamente rinnovato. Da designer come si riesce a mantenere un equilibrio tra la tradizione e il futuro di un brand? Quanto è difficile saper innovare un simbolo senza fargli perdere la sua storia?
«Il mio approccio al progetto consiste proprio nel trovare l'equilibrio fra tradizione e futuro, tanto nell'architettura quanto nel design. In questo caso è stato molto facile perché l'AC Milan ha una lunghissima storia che ci ha permesso davvero di poter scegliere i temi più funzionali per ricreare un nuovo immaginario adattato alla contemporaneità. Oggi il Milan, oltre ad avere una sede funzionale e fortemente riconoscibile, ha tutta una serie di icone rappresentative da utilizzare e declinare in tutti gli ambiti. Si può dire che oggi il club, grazie al lavoro svolto insieme, possieda un nuovo alfabeto architettonico e comunicativo».

Il mondo automobilistico da sempre viene associato al design. Dai pneumatici, ai disegni delle vetture, fino alle gomme tutto può diventare arte ed essere ripensato in una nuova chiave. C’è qualche aspetto in particolare che ti stuzzica di questo settore?
«Il termine automobile fu coniato per sottolineare l'avvento di forme evolute di mobilità individuale. Io credo che il design debba mettersi sempre al servizio della collettività, quindi gli aspetti che più mi attirano dell'automobile riguardano forme di mobilità collettiva. Recentemente il mio studio è stato coinvolto nello sviluppo di Hyperloop, un progetto di treno superveloce che raggiunge i 1300 chilometri orari».

Studio Novembre è uno dei partner di Lamborghini Road Monument un concorso internazionale dedicato a giovani architetti che prevede la realizzazione di due installazioni ispirate al celebre marchio della casa automobilistica. Facendo parte della giuria c’è qualcosa che ti stupisce in particolare? Come si cattura l’attenzione di Fabio Novembre?
«La mia attenzione è sempre pronta a farsi catturare! Il concorso è stato soltanto uno dei primi passi che abbiamo mosso con Lamborghini, da cui peraltro sono usciti dei bellissimi progetti. Il nostro percorso con la casa automobilistica sta continuando verso nuovi scenari che riguardano l'architettura. Siamo certi che riusciremo a creare anche per loro un immaginario architettonico fortemente evocativo».

Che rapporto hai con la velocità e con il concetto di velocità?
«Io faccio coincidere l'idea di velocità con la prontezza del riflesso. Un accurato dosaggio di azione e reazione. La velocità in astratto è un concetto vuoto. E comunque a forza di fare passi più lunghi della gamba finisce che le gambe ti si allungano davvero».

Nel mondo dei motori il concetto di performance è estremamente importante. Quale parallelo si potrebbe fare con il mondo del design e dell'architettura? Quando e come un progetto si può definire performante?
«A me piace raccontare storie, e negli spazi che realizzo queste storie prendono vita. Il pubblico è componente essenziale dei miei progetti. Sono convinto che i miei spazi offrano la possibilità di essere attori senza dover sostenere provini».

Nella tua biografia si legge “dal 1966 rispondo a chi mi chiama Fabio Novembre. Dal 1992 rispondo anche a chi mi chiama ‘architetto’”. In venticinque anni di carriera cos’è cambiato maggiormente di Fabio Novembre come persona e come architetto?
«Oggi ho 50 anni e questa età mi è servita per prendere atto di una crescita. E' il tempo dell’architettura, il confronto con la grande scala. Ho sempre provato a fare architettura con il design e con gli interni: basta pensare ai vassoi 100 piazze per Driade o al progetto di allestimento del Triennale Design Museum. Ora voglio passare alla grande scala. Casa Milan è stato sicuramente l'intervento più importante finora, una nuova icona cittadina con l'uomo al centro. Abbiamo poi partecipato insieme ad Arup Italia al Concorso per ripensare la Città Vecchia di Taranto ricevendo una menzione importante. E poi l'utopia, che ha sempre ispirato l'architettura Italiana. Come nella chiusura della mia ultima monografia uscita per Electa, mi piacerebbe realizzare un grattacielo dalle sembianze umane, un uomo col braccio alzato che prova a toccare il cielo. Del resto non è il sogno di ogni bambino»?

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