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Porcella, “Il surf è domare con la tavola la potenza dell’onda”

Il campione di big wave, detentore del record a Nazarè per aver cavalcato un’onda da 22 metri, raccontga come tutto è cominciato

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Porcella, “Il surf è domare con la tavola la potenza dell’onda”

Che sarebbe diventato un campione era scritto. Francisco Porcella doveva solo scegliere di quale disciplina. Il bivio gli si è presentato all’età di 14 anni quando ha preferito le onde delle Hawai ai campi di calcio. Una scelta non scontata per un ragazzo italiano che già vestiva la maglia del Cagliari e che avrebbe potuto togliersi lo sfizio di giocare in stadi come San Siro o il Delle Alpi.

Aver visto da piccolo le vele colorate dei windsurf saltare sulle onde di Maui, gli è stato però fatale. Lui spesso seguiva papà, cronista sportivo, nelle sue trasferte per commentare le gare di windsurf. E lì è scoccato l’amore non per le vele, ma per le onde. “Le ho sempre volute domare”. Oggi è tra i pochi al mondo ad aver vinto l’Oscar del Surf per aver cavalcato un’onda di 22 metri.

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Quando è iniziato tutto?

Ho iniziato in Sardegna a Capitana, a Oristano e nell’Iglesiente. Allora giocavo a calcio nel Cagliari con molti amici che poi sono diventati calciatori professionisti. Appena potevo, però, scappavo al mare a surfare con mio fratello. La passione ce l’ha trasmessa papà. Era già stato 20 volte alle Hawai, mio fratello è nato lì, io a New York. Quando avevo 14 anni, gli abbiamo chiesto di andare a vivere a Maui.

E lui non vi ha risposto come avrebbe risposto qualunque papà?

No, lui ci ha creduto e siamo partiti tutti per le Hawai. Per vivere ha rimesso in piedi una manifestazione di windsurf storica che non si svolgeva più da tempo, la Aloha Classic. Abbiamo preso casa e vi siamo rimasti per cinque anni. Quando la mia famiglia è tornata in Sardegna, io ho iniziato a girare il mondo per inseguire le onde.

Quando ha capito che quella era la sua strada?

Ero alle Hawai, a Maui, in una località che si chiama Jaws, perché l’onda che si crea qui ricorda le mandibole degli squali, entra a forma di mascella e poi si chiude. Avevo iniziato a surfare onde piccole e poi sempre più grandi. Ce n’erano alcune che potevano essere cavalcate solo con le moto d’acqua, almeno così pensavamo. Quel giorno del 2011, invece, dopo un paio di anni di tentativi, le abbiamo domate con la forza delle nostre gambe e delle nostre braccia. Eravamo una decina in acqua, con me c’era Shane Dorian, il mio idolo. Siamo riusciti a stare in piedi e lì abbiamo capito che era possibile cavalcare quelle onde. E io ero ammesso tra chi lo poteva fare. 

Poi non si è più fermato fino all’impresa di Nazarè...

Il mio più grande riconoscimento è arrivato a Nazarè, in Portogallo, nel 2017, quando ho vinto l’Oscar del surf per aver cavalcato un’onda di 22 metri. E’ come volare su un palazzo di otto piani. Più volte ero stato finalista, ma quell’anno sono riuscito a vincere. Ora voglio continuare, ci sono onde di 30 metri. Il mio sogno è di vincere la coppa del mondo di Big wave surfing o almeno vincere una delle tappe.

Ma come si fa a stare là in cima?

Ci sono momenti in cui sai che non puoi nulla contro la potenza dell’onda ed altri che sai che ce la puoi fare, che diventi un tutt’uno con l’onda e la tua tavola. Prima di salire, cerchi di leggere l’onda per capire se rimane aperta o se si chiude, perché se si chiude ti travolge. Devi saper se l’onda è giusta e una volta che lo hai capito, sei dentro, niente ti può fermare. Quando la stai cavalcando, è fondamentale controllare la tavola a una velocità estrema. Sai che il tuo meglio arriva quando hai il pieno controllo di te stesso, senti di aver fiducia. Sono 30 secondi in cui devi dare tutto.

E come si arriva a questo?

Ci vuole molto allenamento, soprattutto palestra e nuoto. Ma è anche importante il training autogeno e la preparazione mentale. Tu sai che l’onda ti può travolgere, devi essere pronto ad essere inghiottito e devi  allenarti a stare sott’acqua, serve fiato ma anche testa. La palestra vera alla fine sono il mare e le grandi mareggiate.

Che rapporto ha con il mare?

C’è un grande rispetto. Surfare le onde è un’esperienza pazzesca, senti tutta la potenza del mare e il tuo essere piccolissimo, il tuo essere un niente. Hai questa dote di saper cavalcare le onde che ti permette di diventare una parte dell’onda. Sei felice perché sei a contatto con madre natura. Poche persone al mondo riescono a vivere questa sensazione.

Qual è stato il momento più difficile della sua carriera?

Due anni prima di vincere l’Oscar volevo mollare tutto. Erano otto anni che ero sempre lì tra i migliori, ma non riuscivo a vincere nemmeno un titolo. Avevo perso gli sponsor, ero solo e ho avuto paura. Mia mamma mi aveva consigliato di rimettermi a studiare. Eppure ci ho creduto, ho creduto nella mia passione e nella mia voglia di inseguire questo sogno. Vedevo il mio potenziale, ho tenuto duro e ci ho creduto fino alla fine.

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