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Panatta, il tennis e l’arte di divertirsi

Colloquio con il campione salito fino al quarto posto del ranking mondiale. Le sue passioni, dal tennis ai motori, e la giusta distanza dal successo

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Panatta, il tennis e l’arte di divertirsi

“Il tennis è divertimento, armonia, una sintesi tra preparazione fisica e mentale”. Non ha dubbi Adriano Panatta quando oggi parla dello sport che lo ha consacrato tra i più grandi tennisti italiani di sempre. Guarda con distacco i successi del passato per lodare invece il bel gioco e il divertimento che può dare il buttare una pallina dall’altra parte della rete.

Nelle sue parole rivive la scena del film “La profezia dell’Armadillo”, la pellicola di Emanuele Scaringi, tratto dal primo libro di Zerocalcare in cui Panatta, interprete di se stesso, spiega al protagonista che campa facendo lavoretti saltuari, tutti senza passione, come per essere felici si debba sì lavorare ma divertendosi, mettendoci passione, cercando il bello e l’armonia in tutto quello che si fa.

Panatta rivela la sua “filosofia” rispondendo all’ultima domanda del nostro colloquio, quando spiega il progetto della sua scuola di tennis per ragazzi a Treviso. “Insegnerò a divertirsi non a pensare al risultato”, proprio come aveva detto al protagonista del film di Scaringi: “Non ti diverti, voi pensate solo a portare a casa il risultato, avete perso il senso del gioco, il bel gioco, il bel punto”.

Panatta, il tennis e l’arte di divertirsi

Per chi frequenterà la sua scuola di tennis non sarà importante vincere, ma divertirsi “se no – spiega Panatta – sono destinati a rimanere delusi. I ragazzi non devono prendersi troppo sul serio, poi se qualcuno fra di loro ha le qualità per emergere, avrà sicuramente successo. Oggi i genitori pensano che i propri figli siano tutti dei campioni, creando così l’anticamera della frustrazione. Invece è importante imparare a giocare a tennis da piccoli per poi poterlo fare per tutta la vita, per divertirsi da adulti fino a ottant’anni. E’ questo il bello del tennis”.

Non è un caso forse che l’esplosione del tennis come sport per tutti sia arrivato alla fine degli anni Settanta, dopo le vittorie di Panatta, il campione umile, il figlio di Ascenzio il custode del Tennis Club Parioli rimasto sempre uguale a se stesso, amato da tutti ancora oggi, quando al pari di Marco Tardelli partecipa alle trasmissione “Quelli che il calcio”. Sull’onda dei suoi successi furono costruiti campi da tennis ovunque in Italia.

Il suo disincanto verso il successo riaffiora quando conferma di non aver conservato nessun trofeo. “Giuro non mi è rimasto nulla, conservo solo una pallina Pirelli con scritto sopra una data, il 30 maggio 1976. Me l’ha consegnata mia sorella dopo un trasloco dicendomi guarda cosa ho trovato”. Non è una data a caso, è quella della finale degli Internazionali di Roma e quella è la pallina del match point contro Vilas che suo padre aveva raccolto e conservato. “Per me è più un ricordo di mio papà che della partita”.

Panatta sempre ironico e dissacrante sminuisce anche la rimonta nel primo match degli Internazionali che poi vinse in cui annullò 11 match point contro Warwick. “Non era la giornata che andasse male, il fato ha voluto così. Le cose potevano cambiare velocemente, ho giocato ogni match point per salvare la partita e mi è andata bene”.

Eppure Panatta quando doma l’ironia ammette che oltre alla fortuna per vincere serve qualcos’altro. “Per essere a quei livelli devi essere preparato fisicamente, ben allenato, ma non basta perché il tennis è soprattutto un gioco di testa, dove serve il massimo controllo”. “Sei solo per ore, giochi senza aver accanto nessuno, non c’è l’allenatore, sei solo con te stesso. Senza controllo non te la cavi, serve una forza psicologica incredibile”.

Quella per esempio che sempre nel ‘76 ha permesso a Panatta di battere Bjon Borg ai quarti di finale del Roland Garros e conquistare poi il torneo in finale contro Harold Solomon. Dopo quella sconfitta, Borg non perse più un incontro sulla terra rossa. “Io e Borg eravamo completamente diversi, del resto cosa possono avere in comune un romano e uno svedese? Anche se andavamo molto d’accordo, fra di noi bastava un’occhiata, era ironico, si faceva prendere in giro”. “In campo gli altri spesso facevano il suo gioco, come Vilas. Cercavano di copiarlo. Lui era un giocatore di grande continuità, con un grande fisico e una forza mentale incredibile. Io invece ero diverso, meno prevedibile, attaccavo, gli rompevo gli schemi e per batterlo dovevo fare i salti mortali e avere il massimo controllo. Tutte le partite che ho perso le ho perse per la potenza dell’avversario, ma quelle che ho vinto le ho vinte grazie al controllo e alla testa”.

Con Borg servì la stessa tensione mentale che permise a Panatta di superare il calo fisico in finale contro Solomon: “Dopo gli Internazionali iniziava subito il Roland Garros, non c’erano pause per cui la tenuta fisica era messa a dura prova. In finale stavo giocando bene, poi al quarto set mi ha rimontato per un calo fisico, ma di testa ho tenuto. Senza non me la sarei cavata”.

Grazie a quelle vittorie, compresa la coppa Davis conquistata a Santiago contro il Chile di Pinochet, indossando polemicamente una maglietta rossa al posto di quella azzurra della Nazionale, Panatta diventò il numero quattro al mondo. Un simbolo per l’Italia di allora a tal punto che la Superga, ai tempi un marchio del gruppo Pirelli, lo volle come testimonial delle sue scarpe. 

“Io ero a Roma e mi chiamò a Torino l’amministratore delegato del gruppo dicendomi che volevano fare una scarpa col mio nome. La mia richiesta fu di 100 milioni, che a lui che ne guadagnava 36 sembrò fuori misura. Ma gli feci notare che a differenza sua io tiravo le palline sugli incroci e sulle righe...ci pensò un attimo, sorrise e firmò il contratto”.

Agenzia Centro, “Superga. Le tue scarpe scelte dai campioni”, 1977, courtesy of Fondazione Pirelli

Agenzia Centro, “Superga. Le tue scarpe scelte dai campioni”, 1977, courtesy of Fondazione Pirelli


Oltre ai successi del tennis, Panatta ha conosciuto anche quelli dei motori, una passione che porta con sé fin da piccolo. “Avevo tormentato mio papà per aver un Mondial 50, costava come un suo stipendio e non aveva risparmi, ma me lo comprò lo stesso. Fu un gesto che mi segnò per sempre”. “Quando poi a 16 anni mi chiesero di rimanere a giocare al Parioli, in cambio volli una Gilera 125 e con il primo contratto da un milione comprai un’Alfa Gt junior bianca, usata”.

Chiuso con il tennis professionista, Panatta è tornato all’amore per i motori. Lui che a un servizio a 220 all’ora preferisce uno slice a uscire, nelle gare offshore ha battuto due record mondiali di velocità. “Ho fatto gare per 25 anni, vincendo un mondiale endurance. Ho fatto rally e corse nel deserto. Ma la velocità la amo solo in pista con casco e cintura”. “La sicurezza viene prima di tutto: una delle frasi che odio di più è quando per misurare il tempo in strada viene fuori l’espressione ‘casello, casello’. Come si fa a fare gli spiritosi in strada?” è la domanda con cui ci saluta Panatta.


Tutte le immagini fanno parte del patrimonio storico aziendale conservato nell’Archivio Storico della Fondazione Pirelli www.fondazionepirelli.org

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