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Internet saremo noi

Non più “connessioni”, ma “immersioni”: di cosa si è parlato al convegno The Future of Science

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The Future of Science: come la rivoluzione digitale cambierà la nostra vita
Nel giro di pochi anni, potremo tutti ritrovarci con un chip impiantato nel cervello. Un piccolo dispositivo elettronico capace di tenerci costantemente connessi a internet, al punto da rendere obsoleto lo stesso concetto di “connessione”, che a quel punto dovrebbe venir sostituito da “immersione”. La ragione è semplice: dai calcolatori che occupavano intere stanze nei laboratori universitari, fino ad arrivare agli smartphone, il nostro rapporto con la rete è sempre stato “a distanza”, mediato dai dispositivi con cui dobbiamo interagire. Nel futuro tutto ciò non esisterà più, ogni distinzione tra reale e virtuale sarà annullata e l'uomo diventerà parte integrante di un nuovo ecosistema. 

“Tutto questo renderà obsoleto anche il concetto stesso di imparare a utilizzare internet e la tecnologia, perché sarà integralmente parte della nostra vita e della nostra esperienza”, spiega il professor Alberto Sangiovanni-Vincentelli dell'Università di Berkeley, intervenuto durante The Future of Science, la conferenza organizzata a Venezia dal 22 al 24 settembre da Fondazione Umberto Veronesi, Fondazione Cini e Fondazione Silvio Tronchetti Provera e che ha avuto Pirelli come main partner. Una tre giorni dedicata al tema della Digital Revolution durante la quale sono intervenuti scienziati ed esperti del calibro di Alfonso Fuggetta del Politecnico di Milano, Alessandro Curioni di IBM, Carlo Ratti del MIT di Boston, Massimiliano Bucchi dell'Università di Trento, oltre a personalità internazionali come Sheila Jasanoff della Harvard Kennedy School o Paul Kersey di Cambridge.

Per il futuro prossimo, la tendenza generale è chiara: la tecnologia si farà così pervasiva da modificare alla radice la società e l'ambiente in cui viviamo. Le città diventeranno smart cities, in cui sensori e dispositivi connessi alla rete renderanno possibile monitorare e indirizzare il traffico in tempo reale e in cui non ci sarà più bisogno di semafori, perché le self driving cars dialogheranno tra loro per evitare di scontrarsi; le case diventeranno smart home, abitazioni dotate di frigoriferi intelligenti che ci fanno sapere per tempo quali alimenti stanno per scadere e quali dobbiamo comprare, di termostati che imparano da soli le nostre preferenze in fatto di temperatura, di televisori che organizzano il nostro palinsesto preferito e molto altro ancora. In più, l'automazione del lavoro procederà a grande velocità, rendendo obsoleti un numero sempre maggiore di impieghi e costringendo il sistema a ripensare se stesso, al punto che l'introduzione di un reddito di cittadinanza non è più utopia.

Alla base di tutte queste trasformazioni ci sono due protagonisti indiscussi, le vere costanti di questi tre giorni di conferenze: i big data, l'enorme quantità di informazioni prodotta da tutti i dispositivi connessi a internet, e la internet of things: gli oggetti e i sensori collegati alla rete che sono alla base, tra le altre cose, delle già citate smart cities e smart home. 

“Ogni giorno creiamo 2,5 quintilioni di bytes di dati”, ha spiegato nel suo intervento Alessandro Curioni, vicepresidente di IBM Europa e direttore di IBM Research.  “Un numero che continua a crescere e che è diventato talmente grande che il 90% dei dati che esiste oggi è stato creato negli ultimi due anni. A differenza del passato, questi dati non vengono prodotti in modo centralizzato, ma distribuito, da ognuno di noi, in ogni momento”. A produrre queste informazioni grezze sono tutti gli smartphone che teniamo in tasca, tutti gli oggetti connessi alla rete nella internet of things, tutti i sensori presenti nelle smart cities.

Come in ogni rivoluzione, però, non ci sono solo potenzialità, ma anche grandi sfide; che riguardano soprattutto privacy e sicurezza. Il giorno in cui il nostro cervello, tramite un chip, potrà essere costantemente connesso alla rete, conquisteremo qualcosa di molto simile alla telepatia, con la possibilità di inviarci pensieri, foto, file, ricordi e quant'altro senza bisogno di utilizzare nessuno strumento. Le potenzialità di questa innovazione sono immense, ma l'aspetto più importante è garantire che questi sistemi siano protetti al 100% da possibili intrusioni esterne. “Non possiamo costruire nuova tecnologia senza aver analizzato e previsto tutte le possibili criticità; dobbiamo creare qualcosa destinato a durare”, prosegue Vincentelli.

Le sfide che il futuro presenta vanno quindi prese molto sul serio; ma questo non significa che si debba dare retta a tutti gli scenari che, in questa fase di passaggio, vengono prefigurati: “Ci si chiede se nel futuro ci sarà ancora spazio per l'uomo”, prosegue il professor Fuggetta. “Ma in verità l'uomo è al centro di tutto questo; i computer cognitivi capace di elaborare l'enorme mole di dati che oggi abbiamo disposizione hanno il compito di estrarre conoscenza utile per l'uomo, non di sostituirlo”. Allo stesso modo, alcuni timori riguardanti la “minaccia delle intelligenze artificiali” sono stati rapidamente archiviati dagli esperti presenti a The Future of Science.

Riuscire a interpretare i cambiamenti a cui stiamo andando incontro e comprendere quali siano le potenzialità più promettenti, significa essere in grado di sfruttare a nostro vantaggio la rivoluzione digitale. Chi vuole essere protagonista del futuro non può che diventare parte di questo processo, che è ancora agli inizi ma che nel giro di pochi anni scuoterà le fondamenta stesse della nostra società.

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