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La tecnologia
del nostro desiderio

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Quando parliamo di tecnologia, troppo spesso usiamo il linguaggio della tecnologia. Diciamo: ho un cellulare tipo X che utilizza un sistema operativo tipo Y su cui gira un’applicazione tipo z. Ma questo ci fa perdere il contatto col significato reale, ci impedisce di comunicare ciò che è umano.

Dobbiamo invece, quando parliamo di tecnologia, ricordare che siamo esseri umani. Dobbiamo usare un linguaggio umano, il linguaggio dei nostri sentimenti, dei nostri sensi. Perché noi umani siamo creature emotive, creature fisiche.

Potremmo allora dire: ho in tasca un oggetto rettangolare di metallo e vetro che reclama di continuo la mia attenzione come una siringa reclama l’attenzione di un tossico, un oggetto che quando lo perdo, quando non riesco a trovarlo e a guardarlo e a parlargli, è come se avessi smarrito una parte di me stesso.

Parlare di tecnologia in un linguaggio umano come questo ci permette di tenere presente che la tecnologia non è separata da ciò che è umano. Anzi, la tecnologia nasce da ciò che ci rende umani: la tecnologia nasce dai nostri desideri. L’esistenza degli aeroplani non è una cosa separata dall’esistenza degli esseri umani. Gli aeroplani esistono perché noi esseri umani desideravamo volare.

Al pari del desiderio, la tecnologia di per sé non è né buona né cattiva. Non porta inesorabilmente né all’utopia né alla distopia. L’esito del progresso tecnologico per l’umanità dipende dalla relazione fra gli esseri umani e la tecnologia: se è solo la tecnologia ad agire su di noi o se anche noi siamo in grado di agire sulla tecnologia.

La questione che ci troviamo ad affrontare, in questo momento di cambiamento tecnologico esponenzialmente accelerato, è come creare un mondo dove gli esseri umani si sentano a proprio agio col progresso della tecnologia. Come ripristinare una sensazione di fiducia, la sensazione di non essere lettori di un futuro scritto da altri ma autori del nostro futuro.

Un passo avanti sarebbe una radicale democratizzazione della tecnologia. La tecnologia nasce dalla cultura umana che tutti condividiamo, dal capitale culturale umano accumulato nel corso di tutta la storia, dal linguaggio e dalla matematica e dalla fisica e dallo zero e dall’uno, da qualcosa che appartiene a tutti. La proprietà intellettuale, come gli oceani, può essere territorio di pesca per gli individui ma deve essere considerata un bene comune. In questa visione democratica della tecnologia, ogni essere umano dovrebbe poter usufruire dei benefici derivanti dalla tecnologia.

Nel mondo a venire, man mano che apprenderanno, le macchine renderanno possibili grandi lussi, ed elimineranno molti posti di lavoro. Se questi lussi saranno monopolizzati da poche persone, e il peso della perdita di quei posti di lavoro ricadrà sulle spalle di miliardi di altre persone, ci ritroveremo in effetti con una distopia. Ma se quei lussi verranno condivisi, e se tutti avranno voce in capitolo del determinare la direzione della tecnologia, allora forse comincerà a essere pensabile qualcosa che suona come un’utopia: un mondo di abbondanza, dove ognuno potrà perseguire quel che più gli sta a cuore. Un mondo in cui ci saranno cibo e sicurezza ed energia e libertà d’azione per tutti. Un mondo che per gli esseri umani sarà migliore di tutti quelli che lo hanno preceduto.

Da molto tempo gli esseri umani desiderano vivere in un paradiso. Se decideremo di spalancare le porte di quel paradiso, la tecnologia potrebbe renderlo possibile; se invece cercheremo di limitare l’accesso a pochi eletti, finiremo per generare un inferno.


Mohsin Hamid

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