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La carta della natura

Dialogo con l'artista che ha creato l'Installazione per la presentazione della nuova gomma Pirelli in occasione del Salone di Ginevra 2017

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La carta della natura

Incontriamo Carlo Urgese, art director e artista di origini genovesi (ma da tempo di stanza a Milano), in un’occasione particolare: la sua collaborazione con Pirelli per il Salone dell’Auto di Ginevra, 9-19 marzo 2017.

La carta della natura

In questa circostanza, l’azienda ha presentato in anteprima una nuova gamma di pneumatici che affiancano alle funzionalità tecniche un’innovazione estetica: l’inserimento del colore in tre diverse varianti - rosso, giallo, bianco. Un prodotto, quindi, che per la prima volta unisce efficienza e bellezza, e che ha portato alla scelta di un’originale strategia comunicativa vicina all’arte. Urgese interpreta infatti la rivoluzione estetica dei nuovi prodotti realizzando a mano una serie di 16 uccellini in carta, che riprendono i colori dei nuovi pneumatici e che saranno allestiti nelle due vetrine / contenitori in cui verranno presentati i prodotti Pirelli. Ecco nascere così una collaborazione i cui punti di forza risiedono nell’idea di bellezza, di produzione manuale, e di ispirazione artistica.

P: Partiamo da te, quindi: dal tuo profilo e dal tuo lavoro.
CU: Mi fa particolarmente piacere questo coinvolgimento, soprattutto in un momento storico in cui sembra che pensare, e saper fare le cose, non serva più a niente e a nessuno. Io non nasco come scultore della carta, ma come art director – ho sempre lavorato nel campo della comunicazione. In questo settore però, ho sempre avuto una visione molto “costruttiva”: anni fa ho scelto questo mestiere proprio perché mi dava la possibilità di fare cose diverse, dallo sviluppo di strategie di comunicazione ad attività più artigianali con diversi materiali tra cui anche la carta. Ho una mente da sempre molto produttiva e ho sempre accettato qualsiasi tipo di sfida. Del settore pubblicitario, del resto, ho vissuto anche la fase calante: dai magici anni Ottanta, quando ho iniziato, si è passati al diktat del risparmio assoluto. E in quel contesto, quello che mi ha sempre contraddistinto è il principio per cui “se non ci sono i soldi per farlo fare, lo costruisco io”.

P: Accettare le sfide e sapersi adattare alle situazioni in modo creativo, soprattutto oggi è una grande ricchezza
CU: Assolutamente sì. Onestamente però, è sempre stato molto difficile per me definirmi “artista”: in fondo ho sempre “venduto” il mio sapere, nel senso che l’art director era quello che facevo per vivere. Invece ora mi piacerebbe l’idea di esserlo, artista, forse anche grazie a una maturità diversa raggiunta progressivamente. Confrontandomi via via con la carta, ho scoperto delle metodologie specifiche. E trovo che abbia un forte significato intrinseco: si sta cercando di farla sparire, esattamente come sta scomparendo la cultura; ma se ci pensiamo, senza la carta non saremmo niente. Non sarebbe rimasto nulla del nostro passato, se non fosse stato in qualche modo trascritto e tramandato. Ed è questo pensiero che mi ha portato a ideare i miei progetti più recenti: è un materiale estremamente sottovalutato. Spesso, ad esempio, si pensa che le cose fatte con la carta abbiano un basso costo. Al contrario, le ore di lavoro che servono per dare forma e sostanza ad un materiale di per sé così semplice e delicato, sono davvero molte.

P: Negli ultimi decenni, larga parte dell’arte contemporanea si è progressivamente allontanata dal gesto e dalla materia in favore del concetto. Quanto conta invece per te questa scelta di far emergere la sfera manuale, l’intervento diretto sulla materia?
CU: Per rispondere ti dirò una cosa - che mi è tornata alla mente negli ultimi tempi: quando ero piccolo, per giocare, mi costruivo i giocattoli da solo. In qualche modo, ho sempre ragionato secondo il principio del “come risolvere”: se viene messa in dubbio la possibilità di realizzare qualcosa, mi piacere ragionare per trovare comunque un modo per raggiungere l'obiettivo. Normalmente inizio facendo un prototipo: su questo modello di studio inizio a ragionare. Il tipo di lavorazione, di trattamento, seguono progressivamente il ragionamento. Nel caso degli uccellini per Pirelli ad esempio, ai particolari del piumaggio sono arrivato dopo, e se si guardano le ali si nota come siano simili tra loro ma non identiche. Perché in natura è così. La cosa che mi stupisce sempre è che per risolvere un problema, di fatto, non si deve far altro che osservare.

P: Tornando alla scelta dei soggetti, spesso i tuoi lavori sono legati al mondo naturale, e a quello vegetale in particolare: c’è un motivo specifico?
CU: Ho sempre disegnato fiori, fin da quando ero piccolo: non saprei dire il perché. Ricordo che mi bastavano dei pennarelli e delle matite, e potevo passare delle ore in silenzio. E tra tutti, i fiori erano i soggetti più carichi di fascino.
Per la collaborazione con Pirelli ho lavorato astraendo l’animale, ricreando l'immagine quasi archetipa che avevo nella mia mente.

P: Il risultato però è molto figurativo.
CU: Sì, ma questo perché anche nel lavoro con la carta emerge il mio approccio da art director: il risultato deve essere comunque funzionale alla comunicazione. Ad esempio, ho messo un becco più grosso del normale perché in questi allestimenti ci sono cose che devono diventare fisicamente più evidenti per esplicitare quello che stai cercando di raccontare.

P: Per rimanere sulla tua collaborazione con l’azienda: la scelta della figura dell’uccello da chi è nata? Ci sono secondo te dei collegamenti tematici tra il soggetto (un animale veloce, libero) e il prodotto di cui sta parlando?
CU: Certo. In questo caso l’idea del progetto è nata da Pirelli che mi ha coinvolto per tradurla. Personalmente quindi non sono intervenuto sul concept, ne ho solo sviluppato l’idea. E l’idea è appunto la gabbia, con gli uccelli che escono: l’uccello è stato scelto per questo motivo. Secondo me poi la traduzione grafica della carta, un materiale considerato ecologico, naturale, dà sempre un valore aggiunto.

P: Sembra quindi che ci sia stata una perfetta coincidenza tra il tuo tipo di pensiero, di profilo creativo, e la loro scelta comunicativa. È così?
CU: Sì, certo. Loro avevano ideato questo tipo di concept, e io ho realizzato un uccellino in base alla mia esperienza di lavoro con la carta. Ad esempio, per me in questo caso l’aspetto cromatico era fondamentale: ho spinto perché le forme restassero uguali, ma cambiasse il colore. Da un punto di vista comunicativo, a mio parere questo era questo il linguaggio più efficace: il giallo, il rosso e il bianco sono i tre colori dei pneumatici che verranno presentati. In più, per formazione professionale, tengo sempre presente il luogo in cui andranno installati i lavori: una scatola verde neutra con altri elementi dello stesso colore. Per cui la dialettica, l’alfabetizzazione del colore tra uccello e pneumatico doveva essere immediata.

P: A proposito del contesto di allestimento: le due vetrine ideate da Pirelli verranno posizionate in due luoghi di transito, l’aeroporto e la stazione – due “non luoghi” per eccellenza. Questo ha un significato particolare se messo in relazione con i soggetti dell'installazione, due uccellini in volo?
CU: E’ stato fatto il giusto pensiero, secondo me – e qui, di nuovo, parlo da comunicatore. Si sta rappresentando in qualche modo la liberazione di questi uccellini dalla gabbia. E ci si trova in un luogo in cui si arriva o si parte. È un espediente molto efficace per ribattere il messaggio veicolato dalla vetrina. A livello strategico poi, si tratta di due punti focali della città: due centri nevralgici di grande flusso. Insomma, una perfetta combinazione tra aspetto narrativo, concettuale e comunicativo.

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