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L’inno di Junya Watanabe
all’uomo italiano

La collaborazione tra l’iconico stilista giapponese e Pirelli disegna i contorni dell’uomo italiano contemporaneo, sportivo ma dall’eleganza innata

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L’inno di Junya Watanabe
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Se c’è un designer che può essere considerato di culto, quello è certamente Junya Watanabe. Schivo (concede pochissime interviste), allergico ai rituali e alle indulgenze tipiche del mondo della moda (compresa l’uscita a fine sfilata per prendere gli applausi, che non fa quasi mai), intellettuale, come viene spesso definito: Watanabe è uno stilista che parla esclusivamente tramite il suo lavoro e che perciò sfugge alle categorie in cui vengono incasellati molti suoi colleghi. Fuori dalle passerelle, ad esempio, di lui si conosce solo l’essenziale.

Classe 1961, ha studiato al Bunka Fashion College di Tokyo – una delle scuole di moda migliori al mondo – dove si è laureato nel 1984. Praticamente nello stesso anno, ottiene un posto alla corte parigina della capostipite dei grande designer giapponesi, Rei Kawakubo, che nota subito le sue incredibili capacità tecniche e l’estro creativo che lo contraddistinguono. Da Comme des Garçons diventa modellista e nel 1987 è già promosso a capo della linea Tricot, ma nel 1992, su consiglio della stessa Kawakubo e da lei sostenuto economicamente, decide di intraprendere la sua avventura solista. Così nasce il marchio che porta il suo nome, per lungo tempo uno dei “segreti” meglio nascosti delle sfilate di Parigi.

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Watanabe, infatti, è un designer per palati raffinati, per molti motivi. Perché non gli sono mai interessato le tendenze, tanto per cominciare, quanto piuttosto i capi più classici del guardaroba, dal trench ai jeans fino al giubbotto di pelle, su quali ha costruito infinite variazioni. La bravura di Watanabe, e la sua rilevanza culturale in un mondo della moda che si allontana sempre di più dal mestiere di designer in senso stretto, sta infatti proprio nel reinterpretate e rivisitare in maniera non convenzionale i capi e gli accessori quotidiani, quasi banali, e conferire loro il tocco dell’eccezionalità, senza mai dimenticarne però la funzione pratica. Ed è proprio questa visione funzionale della moda (e della bellezza più in generale), questo «approccio pragmatico», come l’ha definito Alexander Fury sul New York Times, a distinguerlo da Kawakubo, «che si è invece concentrata sullo “smontare” la moda» tramite creazioni che sono più delle installazioni site-specific che dei vestiti veri e propri. Non è un caso che una delle definizioni più calzanti della sua moda è quella di “tecno-couture”, dove l’elemento di pura creazione stilistica incontra la sperimentazione su forme, tessuti e materiali per dare vita a capi che possono vivere nel guardaroba di tutti i giorni. Watanabe, inoltre, è stato precursore delle collaborazioni fra marchi, un modello di business che oggi è considerato tra i più remunerativi e adatti allo spirito contemporaneo. È stato fra i primi, infatti, a cercare e includere nelle sue collezioni quei marchi che rappresentavano il meglio di un determinato settore – come North Face, Converse, Levi’s – invece di fornirne una versione edulcorata, e costruendo insieme a loro nuovi modelli, significati, interpretazioni.

Lo ha fatto anche per la sua ultima collezione, quella per l’Autunno Inverno 2020, presentata a Parigi lo scorso 17 gennaio durante la settimana della moda maschile. Lo show era pensato come una celebrazione dell’eleganza formale ma rilassata che da sempre è sinonimo di stile italiano. Per la sua sfilata, Watanabe si è ispirato a uomini in carne e ossa, e cioè quelli dell’azienda tessile con cui lavora e che producono i suoi vestiti. Come ha specificato a Vogue Us, ha voluto mettere in evidenza la correlazione tra il guardaroba di questo ideale uomo italiano e la sua passione per i motori, espressione ultima di molte zone del Nord Italia dove vengono prodotte alcune delle auto più raffinate e tecnologicamente avanzate al mondo. Ecco perché il designer giapponese ha voluto rivisitare alcuni capi chiave del guardaroba maschile, come il cappotto e la giacca, mescolandoli con elementi di marchi iconici che quello spirito lo rappresentano.

Così ha inaugurato la collaborazione con Pirelli – assieme a quella con Brembo, Abarth e Moto Guzzi fra gli altri – e presentato una speciale capsule collection ispirata alla giacca imbottita Pirelli con l’iconico logo giallo e rosso indossata dai tecnici durante  le gare di Motorsport negli anni ’70. La capsule collection è composta da 4 modelli – 2 cappotti, 1 giacca e 1 t-shirt – che riprendono e aggiornano la silhouette dei capi con l’inserimento di nuovi materiali, uno degli elementi che caratterizzano il lavoro di Watanabe. La giacca doppiopetto, il cappotto classico e l’impermeabile si rinnovano ma mantengono i colori e i dettagli che ancora oggi legano la giacca Pirelli a un periodo indimenticabile di sport, performance e stile. Una collezione spensierata e divertente, che gioca con lo stereotipo dell’uomo italiano offrendone una versione idealizzata e romantica, e allo stesso tempo lavora sull’incontro tra sportswear e abbigliamento sartoriale.

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