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I Figli di Beethoven

Un concerto con brani di Beethoven e di Schumann all’Auditorium Pirelli diventa un’occasione per avvicinare il grande pubblico alla musica classica: una tradizione nata nell’Ottocento

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I Figli di Beethoven

Se pensiamo alla musica e all’industria, possiamo immaginarci il rumore dei macchinari, con il suo ritmo cadenzato e i suoi movimenti ora costanti, ora apparentemente bruschi. Questa è una delle suggestioni che tornano alla mente quando si entra all’interno di una torre di raffreddamento per ascoltare le note di Beethoven e di Schumann.

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Siamo andati al concerto “Figli di Beethoven” di domenica 18 settembre, dove l’Altus Trio ha eseguito un repertorio dei due noti compositori in occasione del festival MITO SettembreMusica, presso l’Auditorium Pirelli Headquarters di Milano. L’imponenza della torre in cemento armato, alta 46 metri per 32 di diametro, mette in risalto, grazie a un gioco di contrasti, l’ambiente caldo e le pareti in legno dell’auditorium, una stanza circolare ricavata alla base del “Caminone”. Tra il pubblico c’è un bambino, e poi tantissimi giovani, tra i 20 e i 30 anni, fino ad arrivare a spettatori molto più anziani. Una platea varia, che conferma come la musica classica sia destinata a tutti, a prescindere dall’età e dalla professione. Alcuni sono abitudinari del festival, per altri è la prima volta.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, i concerti per lavoratori hanno avvicinato il grande pubblico alla musica classica, rendendola protagonista della grande cultura popolare. Ora, invece, sono le ex fabbriche che diventano teatri: Pirelli, ad esempio, ha deciso di riqualificare i suoi stabilimenti industriali, convertendoli in un centro tecnologico polifunzionale che racchiude uffici, spazi positivi e, appunto, un auditorium, capace di mettere insieme due aspetti. L’obiettivo resta lo stesso: creare un punto d’incontro tra cultura “alta” e il grande pubblico, tra musica classica e cultura popolare.

In “Figli di Beethoven”, gli strumenti del trio sono impegnati in un coinvolgente dialogo musicale, che alterna assoli a momenti corali. 

Klaidi Sahatçi è il primo violino della Tonhalle Orchester di Zurigo, Sandro Laffranchini è il primo violoncello dell’Orchestra del Teatro alla Scala, Andrea Rebaudengo è il pianista dell’ensemble Sentieri Selvaggi: lavorano insieme dal 2010, e in questi anni hanno portato in Europa musiche del Novecento (come Šostakovič e Copland) e del repertorio classico-romantico. Proprio su questo si focalizza il concerto di MITO SettembreMusica, con Beethoven e Schumann: due artisti dallo stile diverso eppure legati l’uno all’altro, dal momento che, come notano vari critici, Schumann ha utilizzato Beethoven come punto di partenza, per poi rielaborarne diversi elementi. Beethoven, d’altra parte, viene definito da alcuni classico e da altri romantico, proprio per la capacità di andare oltre agli schemi del suo tempo. In realtà, quello che ha fatto, è stato raggiungere l’eccellenza nello stile classico e superarla, aprendo la strada a una corrente successiva. 

Si uniscono così insieme innovazione e tradizione, futuro e passato. Facendosi influenzare anche da esperienze personali e letture, dai classici greci a Shakespeare, fino a Goethe e Schiller.  Tanto che Joseph Haydn gli disse: «Voi mi avete dato l'impressione di essere un uomo con molte teste, molti cuori, molte anime». Allo stesso modo il drammaturgo Franz Grillparzer scrisse nel suo elogio funebre: «Chi verrà dopo di lui non continuerà, dovrà ricominciare, perché questo precursore ha condotto l'opera sua fino agli estremi confini dell’arte» e così ecco Schumann che rielabora i pensieri di Beethoven in modo personale, con un’armonia delicata, intima e allo stesso tempo capace di esprimere passionalità. 

L’Altus Trio esegue il Trio n.6 in mi bemolle maggiore op.70 n. 2 di Beethoven e il Trio n.2 in fa maggiore op. 80 di Schumann: due stili diversi, con il primo che alterna movimenti allegri a quelli più lenti, per poi ritornare su ritmi vivaci, in un’opera complessa che precede di pochi anni una sua cristi artistica, in cui scriverà Lieder che anticiperanno il romanticismo di Schumann. Il secondo, invece, pur volendosi allontanare dalla corrente classica, accosta delle melodie che appartengono a una memoria passata alternandole al valzer e al contrappunto. 

Contaminazioni, sia musicali che strutturali. Dalle note alle costruzioni, dagli strumenti agli spazi, che legano il passato con il presente e il futuro, dove qualità pre-esistenti si trasformano in qualcosa di nuovo, ma non per questo peggiore. Età passate che lasciano impronte in quello che verrà: così Beethoven ha fatto con i suoi “figli”, che lo hanno ripensato, reinterpretato, prendendo alcuni elementi e aggiungendone di nuovi, così un ex area produttiva si trasforma e diventa una nuova casa per la musica, mettendo insieme mondi apparentemente distanti ma che, invece, si dimostrano vicini.

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