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I dandy
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L'artista belga Carsten Höller (in mostra a Pirelli HangarBicocca fino al 31.07) esplora la musica dell'Africa occidentale

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Il 24 aprile 2016 Papa Wemba si spegne ad Abidjan. Papa non solo fu uno degli ambasciatori della musica soukous congolese – nei 70’ con la band seminale Zaiko Langa Langa, e poi con molti progetti solisti tra Kinshasa e Parigi – ma resterà nella memoria come uno dei più balzani sapeur, dandy congolesi le cui radici vanno ricercate nelle imposizioni di costume impiantate in periodo coloniale. 

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Il soukous congolese ha avuto un’evoluzione articolata nel corso degli ultimi decenni: in pieno compimento postcoloniale, quando molti musicisti emigrano in Europa, il genere subisce molte trasformazioni. Alcuni continuano le tracce tradizionali, altri deviano le sonorità e le strutture ritmiche per assecondare i palati della world music; altri ancora, come Papa Wembe stesso, portano avanti progetti paralleli per dissetare entrambi i mercati. 
Un brano soukous contiene generalmente una parte iniziale più diluita (rumba) a cui segue una fase concitata e rapida, detta sebene. È questo lo stato in cui si attiva il movimento e la danza dei corpi, in strada o negli stadi di Kinshasa. Ed è la potenza del sebene l’unità di misura della capacità di intrattenimento di un’orchestra soukous.

I dandy d'Africa 02

La musica e altri requisiti culturali dell’Africa dell’Ovest interessano l’artista belga Carsten Höller (in mostra a Pirelli HangarBicocca fino al 31.07) da un paio di decenni. Höller nel 2008 apre Double Club a Londra, un’opera, ma anche un club e un ristorante che è rimasta attiva per alcuni mesi accogliendo sia cultura culinaria e musicale europea (ora diremmo britannica), sia congolese. Sul palco di Double Club, quindi, si alternava alt rock inglese a rumba congolese e l’architettura e gli interni apparivano letteralmente tagliati in due, a confronto, o in osmosi.

Il Fara Fara Music Festival è un’ulteriore celebrazione della dualità afro-europea che interessa e ossessiona Carsten Höller. 2 giorni (7 e 8 luglio). 2 palchi. 2 scontri: Homba Petit Bokul de Viva La Musica vs. CB21 (crew di enduring music composta da Lorenzo Senni, Simone Trabucchi, Emanuele Marcuccio, Massimilano Bomba, Matteo Pit e Jim C. Nedd) e Les Anciens du Quartier Latin vs. Danny L Harle – producer inglese del giro PC Music – e Gabber Eleganza (un progetto di ricerca di Alberto Guerrini aka Pigro on Sofa sui retroterra padani gabber e hardcore). 
Africa vs. Europa, insomma.

“Fara Fara” significa “Faccia a Faccia” in lingua Lingala. “Fara Fara” è anche il titolo di uno dei lavori di Carsten Höller che compongono la mostra “Doubt”: una installazione video a due schermi posizionati uno di fronte all’altro sulle pareti della grande navata di HangarBicocca. Le immagini mostrano i preparativi di uno scontro tra due band di soukous a Kinshasa, registrate dalla camera di Höller e del regista Måns Månsson. I due protagonisti (i musicisti Werrason e Koffi Olomide) sono introdotti da una pièce straordinaria del maestro Papa Wemba.

Si tratta di una tradizione diffusasi negli ultimi decenni che vede scontrarsi due colossi della musica congolese, contemporaneamente e su due palchi differenti. Un Fara Fara può durare anche 24 ore, si conclude quando uno dei due contendenti va Ko. Chi la dura la vince; chi è più abile nell’entertainment del pubblico ha la meglio. È un evento che coinvolge l’intera città, preparato e promosso con molto anticipo.

La pratica del Fara Fara si inscrive in una narrazione di scontri musicali più ampia e coinvolgente più latitudini, ciascuna con le proprie caratteristiche. Può essere uno scontro tecnologico tra soundsystem come nei soundclash giamaicani, nei baile sonideros messicani o in quelli tra i picò del nord della Colombia. Oppure uno scontro verbale come tradizionalmente avviene nelle battle hip hop nelle periferie di tutto il mondo. In tutti questi casi, però, si combatte ad armi pari. Al Fara Fara Music Festival no. È una guerra tra due pezzi di mondo differenti, con storie dissomiglianti, che per una notte condividono lo stesso habitat.

L’augurio è che in questa occasione i confini saltino in aria per davvero.

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